I colloqui

Mia figlia è in primo liceo.
Un momento importante, per lei e per noi genitori.
Sono andato ai primi colloqui insieme a mia moglie.
Ero emozionato, mia figlia diventa grande e io la seguo in questo percorso bellissimo e accidentato che è la vita.
Il liceo è in un bel quartiere, ha una storia lunga e prestigiosa.
Mi sono vestito bene, ci tenevo ad essere un genitore di cui un figlio non deve vergognarsi.
Ed eccoci, entrambi distinti, laureati, ascoltare i professori, fare domande, raccontare di noi e di nostra figlia, creare un legame, fare il nostro dovere.
Siamo usciti soddisfatti, eravamo stati bravi, e nostra figlia anche.
Ci siamo salutati, io ho preso lo scooter per andare in ufficio e ad un certo punto mi sono dovuto fermare: le lacrime non mi permettevano di andare avanti, non vedevo più niente.
A Porta Pia ho accostato e mi sono accasciato sul manubrio.
Avevo pensato a mia madre.
A quella donna ignorante – non per scelta ma perché aveva vissuto in un periodo infame – che prendeva la sua macchinina e veniva a scuola.
Sfacciata, a parlare con professori forse più altezzosi e meno preparati di oggi, e sentire resoconti di materie di cui non conosceva neanche l’abc.
Lei e la sua quinta elementare a fare i conti con un mondo per certi aspetti alieno, ma in cui si muoveva con una sola certezza: questo è mio figlio, questi sono i miei figli, ho combattuto e sofferto per loro, e loro faranno quello che io non ho potuto fare.
Me la ricordo, controllare sui libri parole che non capiva, mentre io ripetevo quello che avevo imparato.
Eppure funzionava, questa strana coppia: io che ripetevo le astrusità del liceo, e lei che leggeva e faceva l’unica cosa che sapeva fare, controllare che le parole fossero le stesse.
Lei era il mio libro, io la sua parola.
E quando mi sono laureato, la più grande gioia era vedere la sua soddisfazione, l’orgoglio di poter dire a tutti “mio figlio è laureato”.
Ho pianto perché avrei voluto poterla chiamare, e dirle “lo sai mamma, che Elena sta andando benissimo, che è brava, che ha la stima di tutti. Lo sai che è anche merito tuo, e delle ore passate a leggere libri che non capivi”.
Chissà se la perdonerò mai di essersene andata prima di averla conosciuta.
E per quanto io adori mia figlia un amore così, totale, puro, assoluto, vitale, non potrò mai eguagliarlo.

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La gita

Come sempre sono una delle prime ad arrivare. I miei non dormono tanto, mi svegliano sempre presto per fare colazione insieme, e quanto gli piace accompagnarmi, a tutti e due.
Preferirei che mi lasciassero all’angolo, sono l’unica che in terza media deve sopportare entrambi i genitori che la sbaciucchiano fuori scuola, ma non ci sentono.
Se non altro oggi che c’è la gita ci sono altri genitori e non mi devo vergognare.
E comunque arrivare presto ha i suoi vantaggi, mi posso scegliere il posto che preferisco sul pullman, in fondo, vicino al finestrino.
Evito di dover stare tutto il tempo a sentire le mie compagne di classe che parlano solo di vestiti, ragazzi, e cantanti melensi.
Vabbè, pure io parlo delle stesse cose, ma non SEMPRE.
Eccole, infatti. Sempre insieme. Le tre bionde.
Vestite uguali, sempre a braccetto, sempre pettinate bene.
Con me sono simpatiche ci mancherebbe: vedi Lilli che mi saluta con la manina, Valeria mi sorride e pure Chicca, nonostante abbiamo litigato per quel compito che non le ho passato, mi saluta.
Valeria viene verso di me, mi fa una linguaccia e mi chiede “che fai qui da sola?”.
Ogni volta è così e ogni volta ho la tentazione di stare con loro, ma poi rinuncio.
E quindi trovo una scusa: davanti mi sento male, poi voglio riposare che ieri sono tornata a casa tardi dopo gli allenamenti, insomma lei mi dice ci vediamo dopo e torna dalle altre, e dopo due secondi non esisto più per loro.
Meglio così.
Guardo fuori cercando di estraniarmi, ma non c’è speranza, mio padre e mia madre sono là e mi salutano.
Faccio un mezzo sorriso, quando sono di questo umore la loro allegria non mi aiuta.
Poi, al solito, la madre di Lilli fa la scema con mio padre. Bionda lei e bionda la figlia.
Ovviamente lui è un maschio, quindi cretino, e non riesce a non darle corda, e mia madre schiuma.
Un paio di volte hanno anche litigato, ma stavolta pare che vada tutto bene, mia madre sorride, anche se si vede che l’ammazzerebbe volentieri. Alla madre di Lilli, ma anche a papà, quando fa così.
Poi arrivano altri genitori, e purtroppo anche un paio di papà delle mie compagne di atletica, e figurati se non si mettono a parlare degli allenamenti, delle gare, a mimare la rincorsa del salto in alto.
Per fortuna non li posso sentire, mi basta vederli.
Ecco arrivano i maschi.
Sempre per ultimi, sempre sudati, anche alle otto di mattina.
Ma perché sudano così tanto?
C’è Giovanni, in particolare, che ha le ascelle che puzzano in maniera terribile, e quando mi capita come vicino di banco mi fa stare male, un giorno ho anche vomitato al bagno.
Ma pure gli altri, non sono da meno.
Non li sopporto, quasi nessuno.
Tranne Manuel.
Lui non puzza, forse perché gli interessa poco il pallone.
Manuel mi piace, ma piace anche alle bionde, e infatti ecco là, come è salito lo hanno subito accalappiato.
Manuel di qua, Manuel di là, che sceme.
Finalmente si parte, tutti si siedono, non devo più vedere questa scena patetica di quelle tre cretine che si squagliano per uno che secondo me neanche se le fila.
Però sta sempre là con loro, figurati.
L’ho detto anche a mio padre, quando abbiamo litigato ieri, che ai maschi quelle come me non interessano.
Lui mi ha detto che non capisco niente, però guarda un po’ dove sta lui? in mezzo alle bionde.
Anche Manuel, così come tutti gli altri maschi puzzolenti, preferisce stare con quelle tre.
Mio padre ha detto che io sono bellissima, e che siccome sono anche intelligente il futuro è mio.
Eh, ma intanto?
A nessuno interessa una con le gambe lunghe un chilometro, con i capelli neri, gli occhi neri, la pelle scura e senza tette.
Mia madre si è arrabbiata, mi ha detto che non vuole sentire queste parole, però poi ha detto “sei piccola, il seno ti crescerà”.
Io ho guardato il suo, e lei, che è piatta come un ferro da stiro, è diventata rossa.
“se non ti sono cresciute a te, sarà difficile che crescano a me” è stata la mia risposta. Logico no!?
Mio padre ha detto che è normale che io non mi veda bella, ma che il fatto che io non mi ci veda non vuol dire che io non lo sia.
Sarà.
Intanto però che il pullman fa manovra mi giro per l’ultima volta a vedere se i miei ci stanno e mi accorgo di mio padre che si è voltato verso il muro.
Tanto lo so che piange.
Ogni volta gli spunta la lacrimuccia, che palle.
Non sono più una bambina, e ancora si commuove quando parto.
Penso di mettermi le cuffie, almeno sento un po’ di musica.
Non riesco neanche ad accendere l’Ipad, perché Lilli si avvicina. “come ti sei vestita?” mi chiede, lei che ha gonna microscopica e parigine.
“mio padre ha detto che le parigine le posso mettere solo una volta l’anno, ad Halloween, e comunque là fa freddo” ribatto.
“ehhhh freddo, ma bisogna anche vestirsi da donne” dice lei con un occhiolino, e poi torna al suo posto, hai visto mai qualcuna le rubasse Manuel.
Io non dico niente, poi mi accorgo che mi è arrivato un messaggio.
Sono i miei, mi hanno mandato una foto, sono al bar a prendere un caffè e ridono e fanno ciao con la mano.
Scrivo “deficienti”. Poi ci metto un cuoricino, non vorrei si offendessero.
Loro mi mandano un’altra foto, peggio di prima, ora ridono, si abbracciano, e si sbaciucchiano.
“bleah, deficienti” scrivo, stavolta senza cuoricino.
Il messaggio successivo è solo di mio padre.
“Ti voglio bene Giulia. Ma tanto.”
Vorrei scrivere “anche io, deficiente”, ma mi viene solo un “ok”.
Finalmente mi riesco a mettere le cuffie, e a chiudere gli occhi.
Sento un po’ di “robaccia”, come la chiama mio padre, ma ho portato anche i Beatles.
Passano pochi minuti e mi sento toccare un braccio.
E’ Manuel.
Tolgo le cuffie e lo guardo in tono interrogativo.
“che fai?” mi chiede.
“musica” dico io.
“posso mettermi qua, il posto è vuoto”
“beh certo, se è vuoto”
“mi fai sentire quello che stavi sentendo?”
“prendi le cuffie” dico.
Sono stupita, è forse la conversazione più lunga che abbiamo avuto in tre anni di medie.
Sta due minuti, canticchia, poi me le ridà.
“grazie” dice.
“e di che? ciao”
“perché ciao?”
“beh non stai là davanti?” dico
“E che ti dispiace se rimango qua?”
“figurati, fai come ti pare” è la mia risposta scorbutica.
Poi mi metto la cuffia, alzo la musica a palla, e mi giro verso il finestrino per guardare l’autostrada che corre.
Però un sorrisetto ci scappa, e un pensiero: “sta a vedere che mio padre aveva ragione”

pullman

Un padre di oggi

Un padre di una figlia adolescente, oggi, deve avere una sola qualità: deve essere praticamente invisibile.
Deve essere un abile camminatore sulle uova, la sua giornata è costellata di infortuni, piccoli e grandi, e deve considerare un successo se prima di andare a letto qualcuno gli dà la buonanotte.
Un padre di oggi non deve accompagnare la figlia a scuola, e se lo fa non deve aspettarsi di essere salutato con un bacio, che mica siamo bambini piccoli.
Meglio se si tiene a distanza, in modo che gli amici non vedano che ci sei.
Un padre di oggi non deve avere una personalità esuberante, non deve scherzare o raccontare barzellette, non deve fare il simpatico, né con gli amichetti dei figli, tanto meno con i loro genitori.
In pratica deve essere un soprammobile.
Allo stesso tempo però deve essere giovane, o almeno giovanile, perché gli altri papà giocano a calcetto, sciano, escono in bicicletta, e tu non puoi essere da meno. Ma devi fare uno sport “normale”, non devi buttarti con il paracadute o essere un esperto di bungee jumping, altrimenti la creatura si stressa.
Il padre di una figlia adolescente può andare alle partite di pallavolo, ma non deve tifare in maniera assordante. Non deve dare suggerimenti, né commentare.
Può battere le mani, ma piano, e solo insieme agli altri, non sia mai che qualcuno lo noti.
Può sedersi sugli spalti, ma non rendersi troppo visibile, quindi un papà come si deve ha sempre nel suo guardaroba un maglione blu o un giaccone beige che lo confondano con il resto del gruppo.
Il papà che fa le foto dà fastidio. Se porti la macchina fotografica sono plotoni di occhi al cielo, e urla “Papaaaaaaaaa” con la “a” finale che si incastra nelle tue sinapsi e ti fa sentire una merda.
Però poi improvvisa scatta la richiesta “Papà, hai fatto qualche foto oggi?”. E ce le devi avere. E devono anche essere belle.
Quindi un padre deve fare le foto, ma non deve essere visto. Sono consigliati gli obiettivi con il camouflage, come quelli per la caccia fotografica agli aironi cinerini.
Un padre di una figlia adolescente quando è in casa non deve disturbare. Non deve fare domande sull’andamento della scuola, non deve protestare se il cellulare suona troppo spesso, non deve fare carezze non richieste.
Però se fortuna vuole che nella mente della sua figliuola scatti la necessità di dirgli una cosa, egli deve essere disponibile immediatamente: non importa se sta finendo di mandare una email importantissima, se sta guardando in diretta la finale dei mondiali, se sta lanciando in aria un’omelette, e neanche se finalmente è riuscito ad impossessarsi del bagno e si è appena seduto. Dalla chiamata non devono passare più di due o tre secondi per presentarsi di fronte alla pargola, sorriso d’ordinanza.
Se si tarda anche di dieci secondi, alla domanda “Eccomi, mi cercavi!?” la risposta sarà invariabilmente “Non fa niente, grazie”.
Un padre di oggi non deve sapere nulla, non si deve informare, non deve chiedere.
Non gli è dato avere notizie di prima mano su compiti, verifiche, voti. Men che mai di amicizie e sentimenti.
Le uniche informazioni a cui egli avrà accesso gli saranno fornite da sua moglie, nei tempi, modi e interpretazioni che ella, nella sua infinita saggezza, riterrà opportuno.
Passeranno anni prima che il padre riesca a sapere qualcosa di profondo che riguarda sua figlia, e inevitabilmente il tutto sarà condito da un “E’ colpa tua”.
Un padre di oggi non può fare commenti sugli amici della figlia, perché tanto lei penserà sempre l’opposto.
Se provi a dire: “Quella mi sembra una ragazzina tanto a modo”, la risposta sarà “Se. Non sai come si comporta quando non ci sono gli adulti”, o al contrario “Quel ragazzino non mi piace tanto come si comporta” sarà inevitabile sentirsi dire “Ma che dici, è tranquillissimo” anche se ha appena fatto due mesi al riformatorio.
Un padre di oggi non deve essere uomo.
Mentre alla madre è consentito un certo grado di femminilità, utile se non altro per consigli sullo shopping, il padre deve essere rigorosamente asessuato.
Qualsiasi apprezzamento verso il mondo femminile, o anche solo il vago indizio che il padre possa provare attrazione – puramente estetica e intellettuale, si badi bene – verso l’altro sesso viene fulminato da sguardi di fuoco che invitano a non riprovarci mai più.
L’unica cosa che desta interesse in una figlia adolescente sono eventuali passati amori del proprio genitore maschio, più come prova dell’incredibile casualità degli eventi umani che per altro.
Il fatto già che il proprio padre abbia trovato una donna con cui riprodursi viene considerato un miracolo, l’idea che ce ne possano essere state potenzialmente altre rasenta la fantascienza.
Un padre di una figlia adolescente non sa nulla, perché sa tutto lei.
Neanche più la teoria dei quanti rappresenta una coperta di linus dietro la quale ripararsi, perché ormai la trattano in prima media.
Non parliamo poi di musica, cinema, attori, gossip.
Sei vecchio, e non passa momento senza che ciò ti venga ricordato.
In macchina ormai quando tenti di attaccare il tuo ipod con la compilation dei Beatles non trovi neanche più il cavo adatto, perché anche nel cavo l’ipod di tua figlia è più moderno di te.
Se pensavi di essere un genio dell’informatica, ti è bastato vedere come lei gestisce l’ipad, per sentirti un dinosauro.
Il padre di una figlia adolescente, oggi, non può far valere neanche la sua autorità.
Semplicemente, non c’è più.
E l’ultima volta che hai provato ad alzare la voce la quinta colonna – la madre della giovine – ti ha sussurrato all’orecchio “Devi essere autorevole, non autoritario”, che neanche Iago era così convincente.
Il padre di una figlia adolescente oggi è un uomo che soffre in silenzio, e la cui unica soddisfazione è vedere sua figlia che cresce bene, e sperare, quando arriverà il momento in cui lei si renderà conto che non era proprio un coglione, di essere ancora vivo per sentirtelo dire.

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La Vittima

Ho partecipato ad un breve seminario organizzato dalla Scuola Omero, all’interno del Trastevere Noir Festival.
Un esercizio consisteva nel proseguire un incipit comune.
Mi è piaciuto così tanto, che ho deciso di finire il racconto.
Eccolo qua, l’incipit e la sua prosecuzione.
Ovviamente, noir.


Lo so. Uno vede il cadavere steso in giardino e pensa: beh, certo che le hanno fatto un bel servizietto. Via la testa e tutto il resto. Solo il moncone del collo e quella roba che esce fuori, le arterie, la…ah…mi pare che sia la trachea, insomma, quello che è. Lo so, è normale: uno la vede ridotta così e pensa che sia lei la vittima.
D’altronde, capisco, siete abituati a ragionare per schemi. Una giovane donna morta, i vestiti strappati, le braccia e le gambe legate, la testa chissà dove.
E un uomo, io, completamente ricoperto di sangue. Vicino al cadavere. Nel giardino di casa mia.
Non vi biasimo, se mi avete trattato in maniera un po’ rude; certo, le parolacce gridate a un centimetro dal mio naso, costringendomi a percepire così chiaramente la cena che le vostre belle mogliettine vi hanno preparato la sera prima, non mi hanno fatto piacere.
Credo che siate stati tratti in inganno anche dal mio abbigliamento, che riconosco essere estremamente ricercato. Non che questo giustifichi l’epiteto di “finocchio” che ho sentito rivolgermi più e più volte.
Capisco. La visione di una giovane e bella donna decapitata vi fa pensare: “poteva capitare a mia moglie, a mia figlia”.
E subito si insinuano nella vostra mente schemi atavici, impressi nel vostro DNA di poliziotti benpensanti: la povera, innocente fanciulla, attirata dal depravato nella sua casa, solo per seviziarla.
Magari perché impotente, chissà, quanti ne abbiamo visti, vi sarete detti.
Non che io possa negare di aver avuto una qualche responsabilità nel porre fine all’esistenza di quella giovane donna, certo, ma vi chiederei la cortesia di usare una certa cautela, nel definirla “vittima”
Certo, sono consapevole che lei sia morta, e vi racconterei molto volentieri e con dovizia di particolari del luogo dove si trova ora la sua testa, ma purtroppo vi devo chiedere di pazientare, perché alcuni dei denti che avete pensato bene di rimuovere dalla mia bocca in maniera così traumatica, sono indispensabili per la pronuncia di alcune consonanti, e ora ho una certa difficoltà a parlare.
Ma non vi preoccupate, vi dirò tutto, e alla fine converrete con me che la vittima non è lei. Morta, sicuro. Ammazzata, non ci sono dubbi, difficile staccarsi la testa da soli. No, non sto facendo dell’ironia.
Ma non vittima, e soprattutto non una mia vittima.
Come potrei averle fatto del male? Io, la amavo.
E scusate se non riesco a trattenere le lacrime, ma vi giuro che pur nel mio immenso dolore, l’ultimo ricordo di lei è lo sguardo amoroso che mi lanciava, mentre io le affondavo il coltello nella pancia, dopo averla legata perché non si agitasse.
Ma anche io sorridevo, perché sentivo che stavo esaudendo il suo desiderio.
La testa, sì la testa la troverete qua vicino, dopo averla bruciata l’ho gettata via, non lontano da qui, ma ora potete prenderla, non è più pericolosa, la sua testa.
Perché vedete, nella sua testa, c’era qualcosa.
Qualcosa che le parlava, che le diceva delle parole brutte. Io non riuscivo a capire bene, ma qualche volta anche io l’ho sentita.
Accostavo la mia testa alla sua, e sentivo l’eco delle parole.
E col tempo questa voce è diventata sempre più forte, sempre più forte, e insistente, le diceva di farsi male, di tagliarsi.
Certo, è proprio quello che sto dicendo: questi tagli, questi lividi, non sono stato io, a farglieli; se li è fatti da sola.
Io mi sono limitato a tagliare la testa, per chiudere la bocca a quella voce maledetta.
Ma non smetteva, non smetteva, anche dopo tagliata, continuava a parlare, la sentivo, anche meglio.
E ho dovuto bruciarla.
Adesso sono sereno, anche se il mio amore non c’è più.
Ma so che lei è stata fiera di me, perché l’ho finalmente liberata.
Non sono pazzo e neanche un criminale, ma capisco che non mi crediate, e comunque non me ne importa più niente, di morire, di vivere, di andare in galera.
Ora che lei non c’è più, la mia vita non ha più ragione di essere.
E cosa volete da me, ora?
Non capisco.
No, non ho capito.
Non serve che mi prendiate a schiaffi, o che urliate.
No.
Non serve.
Non riuscirete a sovrastare la voce.

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Compagni di Scuola

Quello che oramai è il mio personaggio preferito, il Maresciallo Graziosi, si trova coinvolto in un’indagine che lo riguarda da vicino.
Come sempre, quando la vita privata e il lavoro si intrecciano, rimanere freddi e distaccati è sempre difficile.
Ma ho fiducia in lui.

Se dicessi che mi aspettavo quella telefonata, mentirei; ma che qualcosa di strano girava nell’aria, ecco, quello sì, un po’ lo sentivo.
Davo la colpa alla primavera in arrivo, al fatto che da un paio di mesi nella mia zona non ammazzavano nessuno, e che la mia storia con Mari era finita, e mi ritrovavo ancora una volta solo. Irrimediabilmente, inutilmente, felicemente solo.
Tutto sommato quella fase di stasi non mi piaceva, sono un uomo che ama stare sotto pressione, sul lavoro e nella vita privata, e avrei volentieri pagato per una novità, quei giorni.
Ma non questa.
Perché dopo aver sentito la prima parola, un “Ciao!” squillante e ridanciano, pronunciato da Stefano Lollis, sapevo che il mio periodo di serenità era terminato.
Non ci sentivamo da anni, forse decenni, eppure lo riconobbi senza indugio. Solo lui poteva avere quel tono di voce sempre allegro, sempre sopra le righe, sempre come se la vita fosse un’unica sequenza di attimi felici.
E forse per lui, che il padreterno non aveva dotato di grande intelletto, era proprio così. Continua a leggere

I grandi quesiti della fisica moderna

Nonostante i progressi e i recenti sviluppi, culminati nella identificazione del Bosone di Higgs, ancora molto rimane da scoprire sul funzionamento del nostro universo.
Alcune domande sono ancora senza risposta, ma team internazionali, al Cern, al MIT, alla NASA, stanno lavorando alacremente per chiarire il funzionamento di alcuni meccanismi fondamentali della natura.
Ecco alcuni dei quesiti insoluti.

Perché il principio di impenetrabilità dei corpi sembra non applicarsi ai veicoli a motore che intorno alle ore 8.30 si avvicinano alle scuole comunali e statali, i quali – per lo più condotti da esseri umani di sesso femminile detti “mamme” – tagliano perpendicolarmente la carreggiata pur di avvicinarsi il più possibile all’ingresso della scuola, certe che la loro automobile non potrà in alcun modo interagire con altri veicoli in arrivo, con particolare riferimento a scooter Honda di colore blu?

Perché per le suddette mamme, una volta consegnati i pargoli, non si applica il principio di relatività ristretta, permettendo loro di percorrere Via Nomentana a velocità – seppur estremamente elevate – molto inferiori a quella della luce, con la intima consapevolezza di arrivare prima di quando sono partite da scuola?

Cosa permette a delle semplici onde sonore di interferire e addirittura spostare veicoli del peso di diversi quintali o tonnellate, purché il suono sia intenso, fastidioso, prolungato, e proveniente da un marchingegno di plastica azionato da una delicata mano femminile?

Perché, a differenza di quanto creduto dai fisici moderni da Planck in poi, il principio di indeterminazione su scala macroscopica si applica solo ai veicoli a motore guidati dalle suddette mamme, impedendo di stabilire con esattezza la loro posizione e velocità, in modo tale che se un momento prima la strada era libera, l’istante dopo ti piombano addosso cercando di asfaltarti?

Per quale motivo tutte le distribuzioni statistiche conosciute non riescono in alcun modo a spiegare come mai quando uno di tali veicoli impatta con uno scooter Honda di colore blu, invariabilmente si tratta dell’unica volta in cui il mammaguidato veicolo ha rispettato lo stop, ridotto la velocità al di sotto dei 140 chilometri orari, e addirittura azionato le frecce, fenomeno per di più quasi metafisico, dato che la suddetta guidatrice ignorava fino a pochi secondi prima non solo la posizione ma anche l’esistenza stessa di uno strumento denominato “indicatore di direzione”?

Ecco. Ora anche voi sapete quali frontiere inesplorate si apriranno agli scienziati che vorranno investigare seriamente sui misteri del nostro universo…

Auto doppia fila

Salvate i piccoli genii? No, grazie.

Ero, sono e sempre sarò contrario. Contrarissimo. A qualsiasi forma di “selezione” dei bambini. Basata su che, poi?

Sul QI? non scherziamo.

Sulla precocità?
Alzi la mano chi sa dirmi almeno 5 genii che a scuola erano precoci. Mozart, Gauss, poi?

Spesso i bambini sono semplicemente più maturi della loro età, ma poi recuperano.

Selezionarli, e formarli in maniera differenziata potrebbe rovinare la vita loro, e mettere in difficoltà gli “altri”.

E che società è quella che vuole scegliere i migliori, tra i banchi di scuola, quando poi all’Università, nella vita reale, il merito e la competenza non hanno cittadinanza?

E se pure per assurdo – e non lo penso – esistesse un metodo per capire quali bambini promettono di più dal punto di vista intellettivo, che cosa vogliamo fare di questi “piccoli genii”?

Un gruppo di disadattati sociali, che ha scoperto le equazioni differenziali a 10 anni, ma non ha mai dovuto imparare come rapportarsi con gli altri, con TUTTI gli altri, anche quelli “meno” di loro?

Lasciamoli stare, i bambini.
Ci sono tante cose di cui hanno bisogno, e che sono già abbastanza impegnative.

Se poi saranno da grandi dei novelli Einstein, non sarà una partita di pallone in più e una lezione di matematica in meno a impedirglielo.

Questo il link all’articolo di Repubblica.