L’indirizzo – un racconto di Natale

La strada che va da Rovaniemi su, su al nord, passando per Sodankyla, costeggiando il fiume fino ai fiordi, si inoltra nel bosco fitto della Lapponia finlandese in mezzo alla neve e al ghiaccio invernale, che solo d’estate lasciano il posto alla steppa e alle zanzare.
Se all’altezza di Peurasuvanto lasciaste la strada e vi inoltraste un po’ a ovest, in mezzo alla foresta, scoprireste che gli alberi diventano così fitti che il sole non filtra mai, neanche d’estate.
E più andate avanti e più gli alberi sembrano stringersi intorno a voi, quasi impedendo il passaggio, che diventa sempre più difficile, sempre più impervio, finché non diventa evidente che proseguire è impossibile.
Ma proprio lì, nel punto in cui andare avanti sembra un’impresa disperata, se voi riusciste a farvi largo tra i rami nodosi e il ghiaccio d’acciaio, e ad avanzare anche solo di poche decine di metri, improvvisamente davanti a voi si aprirebbe una radura enorme, circondata dagli alberi che intrecciano le chiome sopra di essa per proteggerla dagli sguardi indiscreti di aerei e satelliti, ma libera per centinaia e centinaia di metri.
In mezzo a questa radura vi è un edificio immenso, apparentemente di un solo piano, decorato con luci e ghirlande natalizie, che per quanto grande possa sembrare è solo una piccola parte della costruzione che scende giù sottoterra, per decine e decine di metri, quasi un grattacielo rovesciato.
Costeggiando l’edificio, camminando per un bel po’ perché è veramente grande, si arriva sul retro ad un recinto che si perde a vista d’occhio nella radura immensa, dove pascolano tranquille migliaia e migliaia di renne addobbate con un piccolo tappetino rosso e un campanello al collo.
Dentro l’edificio invece l’attività ferve.
E’ il 24 dicembre, e non c’è più tempo da perdere.

I due uomini che passeggiano vicini non potrebbero essere più differenti.
Uno è un uomo imponente, vecchio, di età indefinibile, robusto ma non grasso, con una barba bianca che si appoggia su un maglione di lana bianco e rossa, su dei bei pantaloni di flanella grigi.
L’altro è piccolino, con gli occhiali, e ha lo sguardo fisso su un tablet dove scorrono numeri in successione rapidissima.
Passeggiano lentamente lungo corridoi lunghissimi che si snodano all’interno dell’edificio, mentre intorno a loro c’è un andirivieni di persone con scatole, pacchi, telefoni cellulari incollati all’orecchio per dettare ordini, persone che salutano, persone che corrono, persone che rotolano inciampando ai tavoli e le sedie che coprono quasi interamente una sala immensa.
Tutto è improntato ad una organizzatissima frenesia.
– Come stiamo andando? – domanda l’uomo con la barba bianca.
Il piccoletto si aggiusta gli occhiali, dà un’occhiata ai numeri, e senza alzare lo sguardo dice:
– Tutto come previsto. Abbiamo dovuto incrementare la produzione perché indiani e cinesi negli ultimi anni si sono dati da fare e ci troviamo venti milioni di bambini in più da servire. –
– Ahem… – si schiarisce la voce l’omone.
Il piccoletto alza la testa e arrossisce di fronte allo sguardo di rimprovero di Babbo Natale.
– Ah eh, sì, beh, intendevo dire che l’incremento delle nascite ha richiesto un aumento della produzione, ma comunque il dipartimento di statistica tiene la situazione sotto controllo, quindi la produzione è stata adeguata. –
– Bene, bene – dice distratto l’omone con le braccia dietro la schiena, mentre lo sguardo vaga dalla sala in piena attività alla notte senza luna che si intravede dalle finestre innevate.
– Le renne sono pronte? – chiede poi
– Sì, certo, siamo già partiti; abbiamo mandato da tempo le prime squadre a est, man mano che il sole tramonta finiremo il giro, sta tutto andando come previsto, dovremmo finire tra poco. – conclude dando un’occhiata ad un orologio di Topolino, chiaro avanzo di qualche sovrapproduzione.
– A proposito – chiede il piccoletto – lei pensa di andare? –
L’omone scuote la testa.
– No, no, quest’anno salto. Abbiamo organizzato una conferenza interplanetaria del Natale. L’ha voluta il Capo – e così dicendo indica con un dito verso l’alto – dice che finché siamo svegli è meglio che ci parliamo. Pare che su un paio di pianeti ci sia un problema di disponibilità di animali simili alle renne e non sanno più come portare i regali. Prima lo facevano a mano, ma adesso anche lì l’esplosione demografica ha creato un problema. –
– Mi domando, ma non ci poteva pensare prima, mentre creava… –
– Ahem!!! – stavolta il tono è più grave.
Il piccoletto sembra farsi più piccoletto, incassa la testa nelle spalle.
– Non velevo essere irrispettoso verso il Capo, era solo un commento… –
– Lo so, ma noi non siamo autorizzati a discutere le decisioni del Capo, Lui sa meglio di noi cosa è giusto e cosa no. E comunque – continua sospirando – mi sto facendo vecchio sul serio, lascio volentieri il lavoro più divertente ai giovani, io mi farò questa noiosa conferenza interstellare e poi mi metto giù a riposare. Ci rivediamo verso fine novembre prossimo. –
Fa un leggero sbadiglio, Babbo Natale, e sta per chiedere qualcos’altro, ma in quel momento li interrompe un tizio alto, magrissimo, con un cappello da postino e una giacca blu che si intona al personaggio.
Arriva di corsa, si ferma davanti ai due e fa una specie di saluto militare: si vede che ci tiene a sembrare irreggimentato.
Babbo Natale lo guarda con rassegnata cortesia, mentre il piccoletto non nasconde la sua irritazione.
– Tutti i pacchi consegnati entro le 23.59! – urla con voce stentorea.
– Come sempre – mormora il piccoletto infastidito da tanta retorica. Ma dalla sala scatta comunque un applauso soddisfatto: sono tutti li per quello, il loro unico scopo nella vita è consegnare tutti i regali in una notte, e sono tutti felici di aver fatto il loro dovere, per poi scendere nelle viscere dell’edificio e dormire sereni per un altro anno.
– Benissimo – dice sorridente Babbo Natale – direi che mentre voi sistemate la sala comando e la mettete in stand by per l’anno prossimo, io vado nel mio ufficio per part… –
Improvviso, un suono lacera l’aria.
Una sirena comincia ad urlare, delle luci rosse lampeggianti si accendono mentre tutti i presenti si immobilizzano, e gli altoparlanti iniziano a gridare:
– Allarme rosso! Allarme rosso! Pacco non consegnato! Ripeto: pacco non consegnato! Allarme rosso! Allarme rosso! Allarme rosso! –
– Stacca l’allarme!!! – urla Babbo Natale con le mani sulle orecchie.
Il piccoletto digita freneticamente sul suo tablet finché improvviso come era venuto il suono si calma e le luci si spengono.
– System override. – dice soddisfatto il piccoletto.
Il silenzio che permea la stanza è denso di preoccupazione.
Babbo Natale si lascia cadere su una poltrona, poi si rivolge al tizio alto e magro:
– Non hai detto che avevate consegnato tutto? Vi è forse sfuggito un pacco? –
Il tizio ha gli occhi sbarrati per il terrore, mentre parla attraverso un piccolo dispositivo inserito nell’orecchio. Usa una lingua incomprensibile, ma si capisce che è ansioso e preoccupato.
Dopo qualche minuto chiude la conversazione e rivolge lo sguardo a terra.
Babbo Natale si sporge sulla poltrona e ripete:
– Avete mancato una consegna? – lo dice in maniera pacata ma si capisce che è arrabbiatissimo.
Il tizio manda giù, si schiarisce la gola, o quello che è, e poi risponde sommessamente:
– Siamo andati all’indirizzo giusto ma non c’era nessuno. –
Babbo Natale si alza di scatto, mentre il piccoletto sbraita:
– Non è possibile! Le nostre liste sono esatte. Lo sono sempre, non sbagliamo mai! –
– Eppure è così – dice lo spilungone seccato. – All’indirizzo che ci avete dato non c’era nessuno. Né bambini, né genitori, cani, gatti, nessuno. La squadra ha perlustrato tutto il vicinato, ma non c’era nessun bambino senza regali. –
– Questa cosa è inaccettabile. Voglio capire cosa è successo e trovare quel bambino. Non voglio macchiare il mio record. Quanti anni sono che non manchiamo una consegna? – chiede Babbo Natale al piccoletto.
– Duecentododici – risponde pronto.
– Ecco, non vorrei dopo duecentododici anni andare dal Capo e dirgli che da qualche parte c’è un bambino senza regali. Voglio sapere che cosa è successo e come possiamo rimediare, e lo voglio sapere ora! –
Nessuno dei presenti ha mai visto Babbo Natale così arrabbiato, e anche se i suoi scatti di ira sono proverbiali così come i suoi gesti di generosità, tutti restano in silenzio.
Nel frattempo il piccoletto si siede ad una scrivania per stare più comodo, comincia a parlare con qualcuno collegato al suo auricolare mentre digita sullo schermo.
Lavora per qualche minuto, ad un certo punto diventa anche rosso di rabbia, poi si calma. Riprende a parlare e gesticolare e alla fine chiude la connessione e il tablet.
– Hanno traslocato. Il 24 pomeriggio. –
– Che coooosaaaa!?! – dicono in coro Babbo Natale, lo spilungone, e un centinaio delle persone presenti che stanno seguendo la scena.
– E’ così. Il bambino e i suoi genitori si sono trasferiti il pomeriggio della vigilia, per questo nella lista c’era un indirizzo sbagliato. Ora abita sempre nella stessa città, ma in Via dei Merletti, 48. Ed è senza regali. –
Per un momento restano tutti in silenzio all’orribile idea di un bambino senza regali, poi è lo spilungone a parlare:
– Beh, mandiamo una squadra con le renne, e lasciamo i regali. Che differenza può fare? –
Babbo Natale lo fulmina con lo sguardo. Ora è accigliato, e non sembra più il bonario nonno di pochi minuti fa.
– Stai scherzando, spero. – dice mentre lo spilungone abbassa gli occhi a terra. – Prima di tutto ormai saranno svegli e non avranno trovato i regali. E come fai a lasciarglieli senza farti vedere? E poi abbiamo fatto soffrire un bambino, e sai come la pensa il Capo sui bambini. –
– Lasciate che vengano a me. – cita a memoria il piccoletto.
– Esatto. – annuisce Babbo Natale, grave.
Fa una pausa di riflessione. Poi si guarda intorno, tutti pendono dalle sue labbra: duecentododici anni di ininterrotto servizio sono a rischio se non troverà una soluzione.
– Andrò io. – dice alla fine.
– Ohhhhhhhhhh!!!! – il mormorio di stupore è collettivo e pieno di ansia.
Il piccoletto fa mezzo passo in avanti, e poi domanda:
– Vuole andare davvero? Ormai sono… – guarda l’orologio sulla parete, fa un rapido calcolo – le sette di mattina, là. Saranno tutti svegli, la vedranno. Magari qualcuno scatterà una foto, come faremo poi? –
Il vecchio con la barba bianca si tira su i pantaloni di flanella, controlla che la cinghia sia abbastanza stretta, e poi sorride:
– Non penserai che sia ingrassato così tanto da non passare più dai camini, vero!? –
– Ma quali camini…- prova a dire il piccoletto, ma ormai Babbo Natale è uscito dalla sala, dirigendosi verso il recinto.
Esce al freddo invernale della Lapponia ma non sembra neanche percepirlo; si appoggia alla staccionata, fa un breve fischio, e subito sei renne si avvicinano a strofinargli il muso contro il petto.
– Dobbiamo tornare dalla pensione per un po’, che ne dite? – dice mentre carezza il muso delle bestie, che sembrano capire e fanno tintinnare i campanelli freneticamente, mentre Babbo Natale va a prendere la giacca rossa d’ordinanza, per questa imprevista missione.

Via dei Merletti 48 è un condominio di otto piani in una periferia della città. Nelle quattro scale di cui è composto ci sono 43 bambini sotto i dodici anni, tutti hanno ricevuto uno o più regali dalle squadre di Babbo Natale, e ora sono tutti intenti a scartare pacchi.
Babbo Natale li guarda dalle finestre mentre cammina agile sui cornicioni: c’è la bimba dell’interno A5 che ha una bambola di pezza con due bottoni al posto degli occhi e la guarda meravigliata; al B2 un bambino piccolo piccolo sta cercando di spingere una macchina di plastica enorme, ma cade in continuazione, i suoi genitori lo rimettono in piedi ogni volta, ma lui cade di nuovo, ma non piange mai; al C6 due gemelli litigano perché hanno ricevuto due regali esattamente identici, ma quello del fratello è più bello, per entrambi.
Alla fine arriva alla scala D, e si arrampica sulla grondaia fino a guardare dalla finestra del salone dell’interno 10.
Un bambino piange disperato abbracciato alla madre, mentre il padre si passa la mano sui capelli.
I due genitori stanno litigando, anche se cercano di contenersi, ma la disperazione del bambino sta avendo un effetto deleterio sulla loco capacità di controllarsi.
– Ma non gli hai preso niente alla fine? Niente di niente? – sibila la moglie a denti stretti.
– E con che cosa? – risponde il marito allargando le braccia – Ho speso tutto per il trasloco, e per chiudere il contenzioso con il padrone di casa. Sto aspettando che mi paghino quel lavoro, ma i soldi se va bene arriveranno a gennaio, e dobbiamo pur mangiare, no!? E poi c’è la retta dell’asilo, la rata della macchina. Non abbiamo una lira. Niente, neanche per andare al cinema. –
Due lacrime scendono sulle guance della madre, mentre il piccolo le singhiozza addosso.
– Come è stato possibile. Dimmi. Come è successo che ci siamo ridotti così? Avevamo tante speranze, e ora non abbiamo neanche i soldi per un regalo per nostro figlio. Che vita è questa, dimmelo tu, se lo sai. Dimmelo. –
L’uomo affonda sempre di più la testa tra le mani, si sente responsabile, pensa di aver fallito tutto e che ha deluso le persone che più ama al mondo.
– Io sono sicuro che è solo un momento. Abbiamo dovuto lasciare la casa perché non ce la facevamo più a mantenerla, ma il mio libro andrà in stampa in primavera e sono sicuro che venderà bene, e nel frattempo le traduzioni e le ripetizioni ci permettono di vivere decentemente. –
– No, che non viviamo decentemente, non è vero! – urla la moglie facendo sobbalzare il bambino che si è addormentato, sfinito dalle lacrime e dai singhiozzi – Perché se non ci possiamo comprare delle scarpe, non possiamo andare a cena fuori, non possiamo comprare regali a nostro figlio, non è una vita decente. Io non ce la faccio più. Mi dispiace tanto, ma non ce la faccio più. Ieri… –
Lui la guarda, sorpreso, e impaurito.
– Ieri? – chiede timoroso.
Lei abbassa lo sguardo.
– Ieri ho parlato con i miei. Mi hanno detto di tornare a casa. Cosi noi due non saremmo un peso per te, e potresti concentrarti sul tuo libro. E quando le cose dovessero sistemarsi potremmo tornare di nuovo insieme. –
Lui si alza di scatto.
– No! ti prego, no. Aspetta ancora un po’, ce la possiamo fare, è solo questione di tempo, te lo giuro! –
– Ha ragione lui. – dice improvvisamente una voce profonda e roboante.
I due si girano e vedono quest’uomo imponente, vestito con giacca e pantaloni rossi, con un cappello rosso a punta e un sacco sulle spalle.
Il marito si frappone tra l’uomo e la moglie, e prende il cellulare, pronto a chiamare la Polizia.
– Lei chi è? come è entrato a casa nostra? e che ci fa vestito da Babbo Natale? –
– Oh oh oh oh oh! – esplode con una risata l’uomo in rosso.
– Sono vestito da Babbo Natale, perché io SONO Babbo Natale – afferma sorridente. E poi prosegue: – E per quanto riguarda il come sono entrato…beh, dato che non avete il camino permettetemi di mantenere un piccolo segreto professionale. Ma non facciamo rimanere in piedi un vecchio, che ne dite? –
Si siede su una poltrona con un certo fragore, appoggiando il sacco alla sua destra, godendosi le facce stupite dei due adulti, mentre il bimbo dorme in braccio alla mamma.
– Se sono i soldi che vuole, ha scelto la famiglia sbagliata. Non abbiamo una lira. Però prenda quello che vuole, purché non tocchi nostro figlio e se ne vada; non la denunceremo neanche, tanto non troverà nulla da rubare. –
– Oh oh oh oh! – ancora quella risata.
– Ma io non sono venuto a rubare. – dice asciugandosi una lacrima dal troppo ridere – Ma a scusarmi. –
I due si guardano, non capiscono ed è comprensibile.
Hanno passato un periodo di grande stress, i problemi economici, la casa da lasciare all’improvviso, questo lavoro che non arriva, non hanno spazio per la follia.
Il padre si fa coraggio, sta per dire qualcosa, ma proprio in quel momento la voce squillante del bimbo risuona nel piccolo salotto:
– Babbo Natale! –
Il bimbo si è svegliato, vede l’uomo dalla barba bianca vestito di rosso e fa per corrergli incontro, quando il padre lo ferma attirandolo a sé.
– Fermo, non ti avvicinare, questo… –
Non riesce a finire perché il bambino si divincola e corre ad abbracciare l’omone sorridente, che lo stringe forte e completa la frase:
-…è Babbo Natale. Sono proprio io. E sono venuto a scusarmi per non averti lasciato i regali sotto l’albero. Ma avevamo perso l’indirizzo. Sai, anche Babbo Natale sbaglia qualche volta, ma l’importante è non perdere la fiducia e cercare di riparare ai propri errori. –
Prende il grosso sacco appoggiato a terra e comincia ad estrarne dei pacchi colorati chiusi da enormi fiocchi dorati.
– Ecco. – dice mentre gli occhi del bambino si illuminano di felicità e quelli dei genitori di stupore – Questo è il regalo da parte di mamma, questo da parte di papà, poi ne abbiamo uno da parte di tua zia che vive lontano ma ti pensa sempre, uno da parte dei nonni, poi eccone uno dalla tua maestra dell’asilo…e infine…ecco qua! –
Prende dal sacco un pacco enorme, immenso, così grande che non è possibile che fosse dentro il sacco, o almeno questo è quello che si dice il padre, ma evita di commentare.
– Questo è il mio regalo personale per te. Sono le mie scuse per essermi perso l’indirizzo. Ma ora me lo sono segnato bene e non me lo dimenticherò più, te lo prometto. –
Dà un abbraccio forte al piccolo, che si stringe a lui per un momento, poi aiutato dalla madre va a mettere i regali sotto l’albero e comincia a scartarli urlando di gioia.
Babbo Natale si rimette in piedi, si sporge dalla finestra per vedere che tempo che fa poi si volta ancora un attimo e si trova il padre del bimbo di fronte che lo guarda incuriosito, le mani in tasca.
– Io non so come sia uscita fuori questa cosa…né chi l’abbia organizzata, ma comunque grazie. Grazie davvero. –
E’ imbarazzato, ma anche felice per suo figlio.
Babbo Natale lo guarda sorridendo per un attimo, poi mette una mano in tasca e ne prende una busta.
– Non mi deve ringraziare – dice mentre porge la busta – Ho fatto solo il mio dovere, con un po’ di ritardo. Per scusarmi, mi sono permesso di dare un’occhiatina in giro e quello è un ritaglio di giornale di ottobre che parla di lei. –
L’uomo apre la busta, e il ritaglio dice: “Superate le centomila copie per il più grande successo editoriale dell’anno!”.
Alza la testa e dice:
– Ma io non ho pubblicato nessun libro, e a ottobre nessun giornale ha parlato di me! –
Babbo Natale ride di gusto, ora.
– Infatti – dice con uno sguardo ironico – il ritaglio è di ottobre prossimo. Come vede le cose si aggiusteranno. –
L’uomo è esterrefatto, riguarda il ritaglio ed è vero, è proprio dell’anno dopo.
– Io…non so che dire.. come posso ringraziarla di tutto questo? – l’uomo ha la bocca spalancata dallo stupore.
Babbo Natale alza una spalla mentre scavalca il davanzale.
– Non c’è bisogno di ringraziarmi.  Solo – dice mentre sta già sparendo dalla vista dell’uomo – la prossima volta…traslocate per tempo. –
Affacciato alla finestra, un ritaglio di giornale che non esiste in mano, il rumore dei regali che non c’erano, l’uomo pensa che, sì: forse andrà bene davvero.

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I fotografi

I fotografi che amano il ritratto – parlo di quelli seri, appassionati, che investono molto tempo e danaro nella loro attività, non di quelli che si comprano una macchina fotografica da 300 euro per fotografare la fidanzata nuda – possono avere molti stili diversi, e molti modi di vedere le persone.
Basta vedere cosa succede agli eventi in cui una modella viene fotografata da più fotografi: non ci sono due foto uguali, ognuno ha il suo modo di trasformare la realtà in immagine, che dipende dalla sua capacità tecnica, dalla sensibilità, da molti fattori.
Tuttavia i fotografi di ritratto – indipendentemente dal loro stile e dalle loro capacità – possono essere divisi in due categorie, solo in due, che li racchiudono tutti, con i loro modi di fare, le loro idee, le loro capacità.

Nella prima categoria ci sono quelli che “hanno uno stile”.
Sono fotografi che hanno trovato il loro binario, sanno sempre esattamente da dove partire e cosa fare per arrivare a destinazione.
“Piegano” le persone che ritraggono alla loro volontà e alle loro idee, in modo che la foto, e il fotografo, siano sempre riconoscibili, e le persone siano solo lo strumento per ottenere il risultato.
Ad ogni set hanno già chiaro come vestiranno la loro modella, come la truccheranno, come vogliono che posi, e sono in grado di creare uno storyboard come una sceneggiatura cinematografica.
Se guardate in successione le foto di questi fotografi, scoprirete dopo un po’ che fanno sempre la stessa foto. O le stesse quattro o cinque foto.
Cambiano le persone, le modelle, il contesto (neanche troppo: molti si innamorano del loro studio, o di casa loro, o di una location particolare), talvolta il trucco, ma la foto no: è la LORO foto, la LORO fotografia.
La loro “cifra stilistica” e le loro cinque pose standard.
Questi fotografi sono per lo più seri, sicuri di sé, presi dal loro lavoro, e poco inclini alla discussione.
Raramente li vedrete esporsi e comunicare il loro sentire; le loro foto parlano da sole, e parlano di loro.
Spesso, o quasi sempre, sono dei leader, e amano esserlo.
Come gli Jedi hanno i loro Padawan così i fotografi con uno stile fanno bottega leonardesca e trasferiscono di buon grado il loro sapere agli eletti.
Gli altri invece sono spesso il “nemico”, con cui confrontarsi e se possibile da battere.
Il fotografo con uno stile adora la mai tanto vituperata gara “a chi ce l’ha più lungo” e dedica una buona parte della propria attività a dimostrare ad altri fotografi la propria superiorità, spesso attraverso l’uso delle stesse modelle che diventano così oggetto di uno scontro che sa tanto di duello medioevale.
I fotografi con uno stile di solito hanno successo, quasi sempre. E sono di moda, qualsiasi sia la moda.
Magari un successo locale, limitato, ma molto spesso ampio e talvolta arrivano alla fama, quella vera.
Tutti i fotografi che iniziano guardano ai fotografi con stile come l’obiettivo da raggiungere, e spesso molti fotografi mediocri scimmiottano stili più o meno in voga, con risultati mediocri come loro.

La seconda categoria è formata da quelli che io chiamo i “cercatori d’oro”.
Sono persone destrutturate, spesso senza idee predefinite, che tremano come foglie alla domanda “che idea hai per il nostro set?”.
Hanno studiato i colori complementari e la composizione, sanno usare la fotocamera e le luci e poi basta.
Non sanno nulla di vestiti, di pose, di trucco, di mood.
Non sanno nulla di nulla.
I cercatori d’oro sanno solo che lì, proprio lì, dentro quella persona, c’è qualcosa che vale la pena guardare, e fermare.
Mentre lavorano scrutano la persona che hanno davanti con quello che io chiamo lo “sguardo dell’entomologo”, cercano di vederne anche i piccoli movimenti, i tic, gli atteggiamenti.
Sono lì con il loro setaccio speciale, a forma di macchina fotografica, sperando che emerga il filone d’oro che hanno intravisto, o anche solo immaginato.
Non si intendono di vestiti, o di altro, e non sono neanche molto interessati. Si accontentano di quello che trovano, di un posto qualsiasi; se sono in studio di una luce semplice.
Quando hanno una persona davanti ne guardano sempre gli occhi, perché sanno che se il kohinoor c’è, uscirà da lì.
I cercatori d’oro si presentano con il torace spalancato e il cuore aperto, perché la loro unica speranza è di convincere la persona che hanno di fronte a fidarsi di loro, a mettere in gioco sentimenti ed emozioni che normalmente rimarrebbero nascosti dietro la pelle.
Le loro foto sono tutte diverse, perché diverse sono le emozioni, diverse sono le persone, diversi sono i luoghi, i momenti e le passioni.
Non sono leader né follower, non si uniscono a branchi, ne possono fare parte per un pezzo del loro cammino, ma restano sempre ai margini e dopo un po’ si allontanano silenziosamente. Hanno la loro storia da cercare e da raccontare, ed è solo loro, e non la condividono perché semplicemente non è possibile.
Ma sanno riconoscere la qualità e gioirne: il cercatore d’oro sta male se non trova la sua pepita, ma non soffre per i successi altrui.
Nessuno vuole essere un cercatore d’oro quando inizia ma è un’inclinazione, che qualcuno asseconda e qualcuno invece ci si trova invischiato nell’inutile ricerca di uno stile.

Io faccio parte di questa seconda categoria.
Noi cercatori d’oro viviamo di grandi delusioni e di altrettanto grandi soddisfazioni, la nostra passione fotografica è fatta di alti e bassi che qualche volta ti distruggono, di invidie (per lo più altrui) e di affetti (per lo più nostri); tutto amplificato, perché nella nostra ricerca non possiamo essere cinici, non possiamo trattare le persone come manichini, non sapremmo come gestirle.
Le nostre foto possono essere molto belle o molto brutte, spesso la seconda più della prima, ma quasi sempre abbiamo la soddisfazione di rappresentare le persone come sentono di essere, come vorrebbero essere, come vogliono sembrare in quel momento e non solo come NOI cerchiamo di farle apparire. Perché ce lo hanno detto loro, attraverso i loro sguardi.

Un cercatore d’oro difficilmente diventerà un fotografo di fama, perché avrà perso molte delle sue energie alla ricerca di quello che gli altri sanno già dove trovare.
Ma in compenso avrà conosciuto davvero molte persone meravigliose.
E questo vale molto di più di una bella foto.

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Foto di rodocarda

Incontri non casuali – Racconto

Un racconto scritto mettendo insieme un paio di eventi recenti come ispirazione.
Ovviamente il succo del racconto è TOTALMENTE frutto di fantasia.
Meglio metterlo per iscritto per evitare guai…:-)


Avete fatto caso che tecnica si usa in un film quando si vuole sottolineare l’incontro tra due persone?
Il ralenti.
Improvvisamente una scena diventa al rallentatore, il mondo intorno sembra scomparire e solo i protagonisti sembrano consapevoli di quello che sta accadendo; di solito uno di loro è turbato e l’altro, la nemesi, tranquillo o aggressivo.
E giù primi piani di occhi intensi, sguardi cattivi, sudore che imperla la fronte.
Poi improvvisamente il tempo sembra ricominciare a scorrere normale, ma niente è come prima.
Il protagonista sa che qualcosa è cambiato e quasi mai in meglio.
Ecco, se avete capito di cosa parlo saprete esattamente come mi sentii quel giorno.
Fino a un momento prima ero un uomo ragionevolmente sereno, se non felice, e ridevo contento di non so quale sciocchezza aveva detto il mio figlio più piccolo, mentre insieme a lui, suo fratello e mia moglie varcavamo il cancello che immette nel giardino del nostro condominio.
Non so se esistano famiglie veramente felici ma almeno quel giorno noi lo eravamo: una bella giornata primaverile, una passeggiata per un gelato, un ritorno a casa per un riposino: soprattutto per il bimbo piccolo, che a tre anni aveva ancora bisogno di dormire nel pomeriggio.
Fu solo quando alzai lo sguardo dai miei figli e la vidi arrivare che il tempo si fermò.
Un cappotto rosso fuoco sopra un abito nero, i capelli tinti biondissimi, con degli occhiali da sole alla moda.
Ai piedi degli stivaletti rossi e neri, e un rossetto di un colore altrettanto intenso, con un trucco compatto a nascondere le imperfezioni della pelle che cominciava a mostrare i primi segni dell’età.
Una donna che a prima vista poteva sembrare di trentacinque anni ma ne aveva in realtà quarantadue.
Non avrei dovuto sapere questo particolare ma purtroppo lo conoscevo bene.
Mentre la mia mascella si allungava fino quasi a toccare il petto, gli angoli della sua bocca si incurvavano in un sorriso ironico mentre gettava uno sguardo fugace ai miei figli prima di uscire dal cancello.
Io non riuscivo quasi a respirare, mentre mia moglie mi si avvicinò sussurrando all’orecchio:
– Ma hai visto quella? che tipo…ma da dove è uscita? –
Io non replicai; avevo la testa piena di domande, alcune delle quali furono sfortunatamente soddisfatte dalla portiera alla quale mia moglie chiese informazioni e che rispose prontamente:
– E’ la nuova inquilina dell’attico; ha comprato da qualche giorno ma non si era mai vista finora, è venuta a fare un sopralluogo per i lavori. Mi pare che abbia un centro di bellezza da qualche parte –
Non era un centro di bellezza.
Aveva rilevato un vecchio negozio di barbiere a Via Tuscolana e lo aveva trasformato in un moderno parrucchiere unisex: lo sapevo bene perché c’ero stato diverse volte.
Da quando avevo cambiato lavoro e mi ero spostato in quella zona della città avevo preso l’abitudine di andare da quel vecchio barbiere quasi ogni settimana, finché un giorno non lo trovai chiuso per lavori.
Sapete, non credo nel destino e neanche in un essere superiore che governa le nostre esistenze; penso che la statistica sia l’unico elemento che dà forma alle nostre vite ma in questo caso…beh, potevo scegliere se tornare dal mio barbiere vicino casa, o provare il nuovo sfolgorante parrucchiere unisex, e alla fine scelsi quello in Via Tuscolana solo perché era vicino al mio ufficio. La rivincita del destino.
Avrei potuto andare e tornare in poco tempo, era comodo. Comodissimo.
E forse sarebbe potuta andarmi ancora bene se non fosse che gli orari migliori per me – le ore di pranzo – erano quelle in cui la titolare era sola.
Lei. La donna dal cappotto rosso.
Dopo la prima volta ci davamo del tu e scherzavamo sulla mia calvizie incipiente.
Alla terza avevamo già parlato delle famiglie, degli hobby, di chi conosce chi.
Alla quarta percepii che il contatto delle sue mani sulla mia pelle era diventato meno asettico, più insistente, i polpastrelli più leggeri.
Alla quinta senza dire una parola prima che potessi sedermi mi strinse le braccia al collo e poi mi trascinò nel retrobottega.
Come potete immaginare, cominciai ad andare dal barbiere molto più spesso, ma i capelli restavano lunghi.
Andammo avanti per un po’, poi una volta fui più evasivo del solito, ma lei mi prese un braccio e mi chiese:
– Ci vediamo domani? –
Io rimasi un po’ interdetto. Il diversivo mi era piaciuto ma non volevo che andasse oltre quel perimetro che mi ero dato.
Lei percepì la mia indecisione, mi si avvicinò e mi sussurrò in un orecchio:
– Domani ti faccio morire –
Voi capite: una donna che ti vuole far morire è una tentazione difficile da eludere per un maschio.
Tornai e mi fece morire, effettivamente.
Poi ci furono altri incontri, a casa sua.
Però io ero a disagio, sentivo che questa cosa non era più un semplice divertimento passeggero, percepivo che per lei stava diventando qualcosa di più importante, e insomma ad un certo punto troncai di netto.
Non fu facile; nessuna donna ama essere mollata di punto in bianco.
Non furono parole dolci quelle che mi disse, ma un po’ me lo aspettavo, e comunque non mi sentivo in colpa.
Nelle settimane successive pensai a lei spesso: un po’ mi mancava ma consideravo quanto era successo una piacevole parentesi al mio tran tran quotidiano.
E poi quell’incontro non casuale, neanche questo.
Mentre sedevo a casa mia, quasi inebetito su un divano, la mia mente correva furiosamente avanti e indietro per cercare di capire e per trovare una soluzione.
Cosa voleva? Ricattarmi? Farmi del male? Sedurmi?
Era una donna intelligente, e non faceva nulla per caso.
Mi dissi che avrei dovuto aspettare di riuscirle a parlare per capire qualcosa.
Ebbi l’istinto di chiamarla ma evitai: non volevo che il suo telefono squillasse mentre era davanti alla portiera, o comunque darle l’idea che ancora pensavo a lei.
Avrei aspettato di incontrarla da solo.
L’occasione si presentò dopo pochi giorni.
Io ritornavo la sera da calcetto vestito in maniera ridicola e con la borsa a tracolla, lei era nell’androne del palazzo che cercava le chiavi.
Non aspettai un solo secondo e mentre era ancora distratta la presi e la spinsi contro la porta delle cantine, fuori dalla vista di chi fosse entrato nel portone.
– Che cosa vuoi? Cosa ti sei messa in testa? Mi vuoi ricattare? Perché sei qui? –
Passato il primo momento di sorpresa il suo sguardo si rilassò e assunse l’aria ironica di sempre.
– Ciao – disse – anche a me fa piacere rivederti –
– Non fare la stronza – le dissi arrabbiato – dimmi cosa vuoi e facciamola finita –
– Te – disse semplicemente.
– Tu sai benissimo che io sono innamorata di te – continuò – e penso di non esserti indifferente neanche io. Volevo investire in una casa, lo sai, e ho scelto di venire qui. Così potrò vederti tutti i giorni e tu potrai venire da me quando vuoi. –
La guardai fissa negli occhi, ma per quanto mi sforzassi di fare la faccia truce vedevo che lei non si scomponeva.
Inoltre cominciavo a sentire il suo profumo, che conoscevo bene, e percepire il contatto del suo corpo.
Guardavo le sue labbra, e le sue ciglia, e sentivo il desiderio di lei che mi saliva dallo stomaco.
La spinsi via con forza e me ne andai, non senza aver prima notato un sorrisetto di soddisfazione sul suo viso.
Mentre salivo le scale in preda ad una rabbia incontenibile cercavo di combattere l’attrazione che provavo per quella donna, e capivo che non era semplicemente possibile.
Avrei ceduto, prima o poi.
Perché la desideravo, e forse, dio mio, forse ne ero anche un po’ innamorato.
Arrivai a casa, e prima di rimettermi la maschera ed entrare mi appoggiai un attimo alla porta.
Fu lì, in quel preciso momento, che presi la decisione.
Dovevo ammazzarla.
Mi tranquillizzai all’istante a questo pensiero e aprii la porta per andare a cena con la mia famiglia.
Ora, vedete: uccidere una persona non è una cosa semplice, soprattutto se la persona in questione ti è così vicina, e soprattutto se non vuoi lasciare traccia.
Sarei stato il primo sospettato e quindi avrei dovuto fare qualcosa per sviare le attenzioni da me; costruire un alibi di ferro per esempio.
Il che scartava metodi cruenti che richiedevano la mia presenza fisica.
Cominciai a pensare tutto il giorno, tutti i giorni, come poter commettere un omicidio perfetto.
Considerai veleni esotici, bombe a orologeria, virus letali, sabotaggio dei freni.
Niente però mi sembrava adatto e alla fine mi convinsi che non potevo girarci intorno: dovevo pagare qualcuno.
Qualcuno che sapesse fare questa cosa per me e che fosse abbastanza professionale da non lasciare traccia.
Io sarei stato a milioni di chilometri, in bella vista, mentre questa persona avrebbe commesso per conto mio un omicidio possibilmente cruento, in modo che non ci fossero dubbi che era stato uno squilibrato, e questo avrebbe ulteriormente allontanato i sospetti.
Il problema era però che io non conoscevo un killer, non è che li trovi al supermercato.
Trascorsi un mese a cercare di stabilire contatti.
Prima chiesi ad un amico, se conoscesse uno che poteva farmi un favore, non proprio pulitissimo.
Poi a quello chiesi se conosceva uno che poteva fare una piccola truffa.
Poi a quello se conosceva uno che potesse portare per me dei soldi in Svizzera.
Insomma, di passaggio in passaggio arrivai ad uno che aveva lavorato come guardia del corpo di un camorrista, che aveva scontato una decina d’anni di galera per aver praticamente ammazzato un automobilista a mani nude solo perché quello lo aveva insultato, e che ora era senza una lira e – sue testuali parole – era disposto a tutto.
Sapevo che in quel momento stavo rischiando di brutto, ma mi sentivo in trappola e quello era l’unico modo per uscirne.
Almeno così pensavo.
Lo guardai fisso negli occhi e gli chiesi:
– Se ti chiedessi di uccidere una persona per me, quanto vorresti? –
Lui non fece una piega.
Ci pensò un attimo poi rispose:
– Cinquemila euro, tutti in anticipo –
Rimasi sorpreso.
Vale così poco una vita umana? Ci sono persone disposte ad uccidere un essere umano per soli cinquemila euro?
E magari anche qualcosina meno, se avessi trattato.
Ma non volevo farlo. Mi serviva che fosse soddisfatto della proposta che mi aveva fatto, non volevo dover poi pagare qualcun altro per far uccidere LUI.
Accettai la cifra, dissi che andava bene.
Gli diedi tutte le indicazioni, concordammo data e ora.
Gli chiesi, anche se mi dispiaceva, di essere abbastanza violento, in modo che sembrasse un delitto commesso da una bestia e non da una persona rispettabile come me.
Forse queste parole non gli piacquero perché mi guardò storto per un attimo, ma non commentò.
Il giorno prima di quello concordato partii per Milano, salutai mia moglie e i miei figli e scesi a prendere la macchina per andare in aeroporto.
Mentre salivo la vidi.
Mi guardava sempre con la sua bella faccia ironica, e il suo cappotto rosso indosso.
Mi fece ciao con la mano ma non le risposi: non volevo che qualcuno mi vedesse dare confidenza ad una che in fondo per tutti era una nuova vicina.
Salii in macchina, mi fermai un attimo con le mani sul volante, poi partii sospirando.
Tra due giorni sarà tutto finito, pensai.
In realtà tutto fu molto più rapido.
Il delitto fu effettivamente efferato: una brutale combinazione di violenza carnale, strangolamento, e ripetute coltellate.
Una cosa terribile.
Ovviamente fui costretto a tornare prima, presi l’aereo della sera e finalmente giunsi a casa.
Voi ora faticherete a crederci, e non dovete considerarmi un malato di mente.
Però, che iddio mi perdoni, provai un senso di liberazione infinito quando vidi il cadavere di mia moglie martoriato in cucina.
Pensai: una nuova vita ha inizio.


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Fiori Finti – Post Numero 100

100 post mi sembrano un bel traguardo, in meno di tre mesi.
Mi piace l’idea di festeggiare, ma lo voglio fare con qualcosa di importante.
Questo racconto è stato scritto l’anno scorso, per una persona che non c’è più e alla quale volevo molto bene.
Non so se sia un bel racconto, ma è scritto col cuore.



Madonna, come siamo piccoli, amore mio! E fragili, e deboli.
Anche una semplice passeggiata in montagna si trasforma in una battaglia contro le forze della natura.
La gravità sprona i nostri muscoli, sollecita i nostri legamenti, chiede un pedaggio in termini di calorie. E io mi sottopongo volentieri a questa prova.
La natura ci preme in silenzio. Lenta, inesorabile, ma silenziosa.
Intorno a me, solo il rumore delle scarpe sulla ghiaia, e il respiro affannoso della bocca aperta.
In gola il tum-tum-tum del cuore che sembra esplodere in cerca di ossigeno. È così vicino che penso di poterlo toccare con la lingua, se solo provassi.
Mi fermo. Ora è solo cuore. Non ho pianto finora, e non lo farò adesso.
Riprendo il cammino, il dolore dei muscoli è quasi un piacere, mi fa sentire ancora più ridicolo, a combattere contro la mia condizione di essere umano.
Infine raggiungo la mia meta.
Mi sporgo appena, e vedo laggiù il letto del fiume.
La parete di marmo grigio, quasi bianco, è verticale, a picco sul rigagnolo verde risparmiato dalla siccità.
Sono quattrocento metri, da qui, pochi secondi, pochi battiti del cuore.
Due aquile passano davanti ai miei occhi, lentamente, non muovono quasi le ali, si lasciano trasportare dall’aria calda verso la sommità del canyon.
Voglio andare. Giù.
Voglio raggiungerti, tutto il mio corpo lo vuole.
Chiudo gli occhi, allargo le braccia, il respiro nell’attesa si è ridotto ad un sospiro.
Sento la brezza, annuso per l’ultima volta il ginepro e la lavanda.
Aspettami, sto arrivando.
Poi, improvvisamente, un passo indietro.
Penso.
Un altro passo indietro, apro gli occhi.
Penso.
Se anche io muoio, sarà tutto finito davvero, stavolta per sempre.
Non potrò più rivedere le tue foto, immaginare il tuo sorriso.
Non potrò richiamare la tua risata improvvisa e squillante a mio piacimento, dai meandri della memoria.
Non potrò più sentirti qui, ancora, vicina.
E allora abbasso le braccia, e faticosamente riprendo il sentiero.
Combatto come prima, ma mi sento più leggero, un passo dopo l’altro, mi allontano dal dirupo.
Arrivo alla macchina, e senza una parola, entro, mi siedo, e finalmente mi accascio sul volante e piango, incurante del sudore, della stanchezza, degli sguardi curiosi dei passanti.

Sulla tua tomba porterò solo fiori finti, come finta è la tua morte per il mio cuore sanguinante.


Fiori finti