Romanzo – incipit

Dopo quattro anni di stasi il mio romanzo si muove. La storia c’è, i personaggi pure e mi sembrano abbastanza tridimensionali.
Sono circa a metà della prima stesura, e mi pare che fili.
Chissà, magari mi prende di nuovo il blocco e rimane lì altri quattro anni, oppure riuscirò a finire la prima bozza entro quest’anno.
In ogni caso, mi fa piacere condividere l’incipit, o meglio il primo capitolo, che è quello che ha dato fuoco alle polveri.
Il titolo provvisorio del romanzo è “Anni ’70”, e speriamo di finirlo prima del 2070…:-)
Un ringraziamento a tutti coloro che vorranno dare una sbirciatina.

1. La fotografia
Mi trascinai dall’ascensore alla porta di casa come se dovessi percorrere ancora dieci chilometri a piedi dopo una maratona; quei pochi passi che mi separavano da casa mia mi sembravano interminabili.
Davanti alla porta guardai la serratura con aria di sfida; volevo vedere se per una volta, stanco, sudato, depredato da qualsiasi interesse per la mia vita, sarei riuscito a trovare subito le chiavi per entrare.
Infilai le mani nelle tasche del cappotto, poi nella saccoccia esterna dello zaino, poi lo poggiai sul davanzale di un finestrone sul pianerottolo e iniziai a frugarne l’interno, nella vana speranza che le chiavi fossero la prima cosa che avrei toccato e non fossero invece nascoste in una di quelle sacche spazio temporali che richiedevano di solito almeno due minuti prima di dissolversi e restituirmi le chiavi.
Anche stavolta, dopo aver esplorato inutilmente tutti i meandri più oscuri delle mie tasche, riuscii a resistere all’impulso di gettare tutto a terra e urlare.
Non era un buon segno, mi dissi, mi stavo spegnendo. Neanche più una sana incazzatura.
Ormai prendevo ogni evento della mia vita, piccolo o grande che fosse, con rassegnazione, e ad ogni piccola angheria che la mia esistenza mi riservava alzavo le spalle e cercavo di farmela scivolare addosso, anche se sapevo che in realtà stava incidendo un altro graffio su un animo già segnato.
Finalmente riuscii a trovare le chiavi e ad entrare in casa.
Mi chiusi la porta dietro le spalle e non guardai neanche dove lanciavo lo zaino; ne percepii vagamente il tonfo sul pavimento poi mi trascinai in camera da letto, per spogliarmi in fretta.
Il venerdì era un giorno peggiore degli altri.
Ero stanco e la mia casa – per quanto malmessa, disordinata, senza capo né coda come me – mi sembrava l’unico posto in cui potessi lasciarmi andare e dimenticare.
Dimenticare di essere solo a quaranta anni; di avere una ex-moglie che viveva a mille chilometri; che mio padre non mi riconosceva quasi più ed era da due anni in una casa di riposo che non riuscivo a pagare con regolarità; dimenticare che non ne potevo quasi più del mio lavoro, e sforzarmi invece di ricordare che mi serviva quel maledetto stipendio per tirare avanti.
Dimenticare che non riuscivo a tenere una donna vicino per più di pochi mesi perché mi stavo chiudendo sempre di più in me stesso, e cazzo, non è divertente dividere la propria vita con un depresso cronico.
Non bevevo, non mi drogavo, almeno questo.
Però fumavo e mangiavo troppo: la strada ideale per un infarto in giovane età.
Mi diressi in cucina, ma erano già le otto e non mi andava di cucinare. Non era una novità, non mi andava mai.
Per fortuna la mia piccola casa – tutto quello che mi era rimasto dopo il divorzio – aveva una grande frigorifero, e nel congelatore i piatti pronti non mancavano mai.
Come quasi tutte le sere perciò il microonde fece il suo dovere; presi infine una coca e mi buttai sul divano davanti al televisore.
In teoria avevo un invito a cena da parte di una coppia di amici che volevano presentarmi una tizia, ma avevo già visto questo film: una quarantenne, pensai, o giù di lì, sola come me, che cercava qualcuno con cui dividere il suo letto.
Non ero interessato.
Accesi il televisore mentre masticavo senza sentire il sapore di quello che stavo mangiando, ma cambiai subito canale appena mi resi conto che stavano trasmettendo un telegiornale, ormai non mi interessava più neanche la politica, e men che mai i fatti di cronaca.
Cominciai a seguire una partita di calcio senza vederla veramente, e oziosamente pensai che in fondo quel pollo precotto con le patate riscaldato non era male, considerando la mia situazione.
Presi un sorso di coca e ricominciai a cambiare canale; il calcio non mi piaceva prima e ora lo trovavo fastidioso.
Infine trovai un compromesso con me stesso e mi fermai su un canale dove trasmettevano storia ventiquattro ore al giorno; una volta ci vidi l’epopea di Giulio Cesare e mi era piaciuta. Non ricordavo se fosse stato prima o dopo il divorzio; probabilmente prima, ma comunque posai il telecomando e continuai a mangiare.
Pensai che sarei dovuto andare a dormire presto: il giorno dopo avevo intenzione di uscire all’alba e respirare un po’ di aria buona. Magari potevo andarmene al mare, anche se il tempo non prometteva per niente bene. Anzi, proprio per questo, così non avrei rischiato di incontrare nessuno che conoscevo.
Continuai ad ascoltare distrattamente lo speaker che parlava di gruppi terroristici post-68: una volta mi piaceva la politica e anche la storia d’Italia, ma ora mi sembrava un teatrino in cui si muovevano solo figuranti di poco talento.
La voce in sottofondo continuò a raccontare di come dopo le agitazioni universitarie del ’69 alcuni gruppi teorizzarono la via del terrorismo come arma di lotta politica:
“Alcuni perciò rimasero nella politica ufficiale, altri passarono alla lotta armata e alla clandestinità. In quei tumultuosi, momenti iniziali, la polizia riuscì a identificare e ad arrestare una cellula terroristica: non sapevano che stavano rovinando la loro vita e quella di molte altre persone, in quel momento si sentivano degli eroi rivoluzionari, e la gioia di immolarsi per la rivoluzione era chiara nei loro occhi di ragazzini – 20 anni o poco più, figurarsi!”
Seguii con gli occhi lo slideshow mentre mangiavo, guardavo poliziotti fieri e terroristi alteri, sembrava di essere in un film di Sergio Leone: primi piani taglienti alternati a campi lunghi, la folla in silenzio.
Improvvisamente comparve una foto: una donna giovane con una gonna a pied-de-pule, una camicia chiara e un maglioncino a “v”. Le calze chiare e le scarpe basse.
Le mani dietro la schiena chiuse dalle manette e un poliziotto che la trascinava per un braccio.
I capelli, di media lunghezza, non riuscivano a nascondere lo sguardo cattivo, quasi feroce.
Misi in pausa e mi avvicinai per guardare meglio, con la bocca spalancata: la camicia era celeste e il maglioncino viola; la gonna bianca con i disegni neri e le scarpe marrone testa di moro.
La foto che scorreva sullo schermo in realtà era in bianco e nero, ma i colori li conoscevo a memoria.
Non ebbi bisogno di controllare per sapere che il giorno del mio battesimo mia madre portava gli stessi vestiti.

Il caso Sofri

Recentemente, a causa della proposta del Ministro Orlando (poi rifiutata) di far parte come consulente di una commissione istituita per la riforma degli istituti penali, è tornato alla ribalta Adriano Sofri.
La proposta in sé (chiedere a una persona di chiaro spessore intellettuale, ancorché pregiudicato, di dare un parere sullo stato delle carceri) era abbastanza razionale, ma quando si parla di Sofri la razionalità in questo paese finisce rapidamente in soffitta per dare spazio alla pancia.
Ho letto in questi giorni commenti a dir poco inaccettabili, come quello dell’ineffabile segretario del SAPPE (sindacato della polizia penitenziaria) che ironizza paragonando Sofri a Totò Riina, come se tutti i condannati fossero uguali indipendentemente dalla qualità e quantità di delitti commessi.
Ci sono stati anche commenti giustamente perplessi come quelli della famiglia Calabresi. Per chi non lo sapesse Sofri è stato condannato in via definitiva a 22 anni come mandante dell’omicidio del Commissario di Polizia Luigi Calabresi, ed è sacrosanto che il figlio, Direttore della Stampa e scrittore, si chieda se la proposta sia sensata.
Infine i beceri commenti del web, tra persone e personaggi di dubbio spessore che parlano e giudicano credo senza sapere la storia di questa persona e del nostro Paese.
Per parlare di Sofri servirebbero libri e libri interi perché la sua vicenda è strettamente intrecciata con trenta anni di politica, società, magistratura, polizia italiana.
A chi voglia farsi un’idea in maniera più leggera consiglio il libro illustrato che il Premio Nobel per la Letteratura Dario Fo ha scritto qualche anno fa sul caso.
Lo potete trovare su Amazon a questo indirizzo http://www.amazon.com/Marino-Libero-Innocente-Italian-Edition/dp/8806149342
Io ho scelto invece per raccontare il caso Sofri una forma di dialogo tra domane e risposte.
Sono domande circostanziate con risposte fattuali, per dare a tutti la possibilità di giudicare se questo astio e livore nei suoi confronti siano giustificati.
Ma non voglio nascondermi dietro un dito, il mio giudizio è netto: il caso Sofri si inserisce in una casistica giudiziaria che in Italia è purtroppo piuttosto vasta, di cui fanno parte ad esempio il caso Tortora, l’omicidio della Sapienza con Scattone e Ferraro, l’omicidio di Cogne, il caso Meredith a Perugia, la strage di Bologna per cui sono stati condannati Mambro e Fioravanti, i vari imputati del delitto di Via Poma, e altri che hanno riempito le cronache italiane negli ultimi 40 anni.
Tutti questi casi, e altri che sarebbe troppo lungo elencare, pur avendo matrici e conclusioni differenti hanno in comune una cosa importante: sono caratterizzati dalla totale assenza di prove.
Prove, intendo dire, fatte di riscontri oggettivi, di posizionamento corretto del colpevole, di elementi che potrebbero sostenere l’accusa in un tribunale americano dove la colpevolezza deve essere provata al di là di ogni ragionevole dubbio.
Invece sono tutti casi giudiziari labili, fragili, in cui le testimonianze sono quasi sempre l’unico elemento a favore dell’accusa, testimonianze spesso lacunose, contraddittorie, fatte da personaggi spesso non credibili o addirittura incredibili, che ottengono con queste testimonianze spesso dei benefici. Testimonianze che portano a condanne che non convincono mai nessuno.
Le sentenze si rispettano, ma si possono criticare, con serenità e intelligenza.
Nel caso di Sofri io credo che l’accanimento sia stato particolarmente forte, per ovvi motivi politici, sociali, e anche per chiudere una ferita aperta, quella del terribile, insensato, violento, inumano omicidio del Commissario Calabresi, una persona perbene che faceva con serietà e passione il proprio lavoro.
Buona lettura a chi deciderà di continuare.

D: Per quale reato è stato condannato Adriano Sofri?
R: Nel 1997 Adriano Sofri, insieme a Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, è stato condannato a 22 anni di reclusione quale mandante dell’omicidio del Commissario Luigi Calabresi, avvenuto il 17 Maggio 1972 a Milano

D. Chi è stato l’esecutore materiale dell’omicidio?
R: Leonardo Marino, che si è autoaccusato dell’omicidio indicando in Bompressi l’altro componente del commando, e in Adriano Sofri e Pietrostefani i mandanti.

D: Quali sarebbero state le colpe del Commissario Calabresi?
R: A seguito della strage di Piazza Fontana la polizia fermò un certo numero di anarchici e altri potenziali estremisti. Durante un interrogatorio nella Questura di Milano uno di costoro, Giuseppe Pinelli, trattenuto per tre giorni in violazione dei dispositivi di legge, morì cadendo dalla finestra dell’ufficio del Commissario, in circostanze misteriose e mai chiarite veramente. Sembra assodato che il Commissario Calabresi non fosse presente al momento della caduta, come da testimonianze dei poliziotti presenti e del Questore.

D: Perché Adriano Sofri avrebbe voluto la morte del Commissario Calabresi?
R: Subito dopo l’incidente a Pinelli Lotta Continua, movimento extraparlamentare di sinistra di cui Sofri era uno dei leader, iniziò una violenta campagna stampa contro Calabresi, che arrivò ad impersonare l’emblema della violenza di Stato. I toni erano accesi e violenti, e la sicurezza di Calabresi fu messa in dubbio ripetutamente. Analoghi attacchi vennero anche dalla sinistra parlamentare, ad esempio da Camilla Cederna e Riccardo Lombardi. Sull’Espresso fu pubblicato un appello da molti politici e intellettuali di sinistra che accusavano la magistratura di proteggere Calabresi contro l’evidenza dei fatti.

D: Dopo quanto tempo Marino confessò l’omicidio?
R: Dopo sedici anni. Nel 1988 ebbe una crisi di coscienza, confessò l’omicidio ad un sacerdote e poi alla magistratura, dando inizio all’iter processuale che si concluse solo dopo ulteriori 9 anni, nel 1997 con la condanna definitiva dei tre.

D: La confessione di Marino va a confermare sospetti o indizi raccolti dagli inquirenti in quei 16 anni?
R: No. Nei sedici anni precedenti alla confessione di Marino polizia e magistratura non hanno raccolto alcun indizio sui possibili autori, mandanti e motivi dell’omicidio. Le ipotesi allo studio erano le più disparate, dall’ambiente anarchico, all’estrema destra. In ogni caso non era stato possibile raccogliere alcun elemento.

D: Marino, una volta aperta la crisi di coscienza, si rivolge subito alla magistratura?
R: No. Per circa un mese sostiene continui colloqui per lo più notturni in una caserma dei Carabinieri, dove questi colloqui vengono ritenuti informali e non verbalizzati.

D: Quanti sono stati i processi a Sofri per l’Omicidio Calabresi?
R: In totale i processi principali sono stati 7, tra assoluzioni, annullamenti e condanne. La storia processuale è molto complessa, ma la parte più rilevante è costituita dalla “sentenza suicida” (vedi in seguito)

D: Cos’è la sentenza suicida e come entra nel processo a Sofri?
R: Dopo la prima condanna Sofri non fa appello che però viene indetto lo stesso per la richiesta degli altri imputati (incluso Marino). Il secondo grado di giudizio conferma le condanne; tuttavia la Corte di Cassazione annullò la sentenza con conseguente rinvio ad un altro appello con la motivazione che era impossibile eseguire una condanna per un reato così grave sulla sola base della chiamata in correo senza altri riscontri oggettivi (che non furono introdotti nei processi seguenti).
Nell’appello successivo i tre vennero assolti per non aver commesso il fatto. la relazione conclusiva tuttavia, da parte dei giudici togati, era costruita in maniera totalmente incoerente rispetto alla sentenza: la famosa “sentenza suicida”, così chiamata perché in questo caso il collegio giudicante si “suicida” rispetto ad una sentenza, e quindi nonostante il procuratore non avesse fatto appello la Cassazione fu di fatto obbligata ad annullare una sentenza di assoluzione piena. La sentenza suicida viene universalmente ritenuta un’aberrazione giudiziaria che permette ai giudici togati di invalidare sentenze emesse dai giudici popolari.

D: A parte le dichiarazioni di Marino, ci sono altri riscontri processuali?
R: No. Di fatto la chiamata in correo di Marino è l’unico elemento di accusa nei confronti di Sofri e degli altri imputati.

D: Le dichiarazioni di Marino, sono coerenti e circostanziate?
R: No. Le dichiarazioni di Marino sono a essere benevoli approssimative, e in alcuni casi smentite da verifiche. In particolare Marino sostiene che il via libera finale all’omicidio fu dato da Sofri e Pietrostefani durante un incontro tenutosi in piazza a Pisa, ma indagini della Polizia hanno portato ad escludere che Pietrostefani fosse presente quel giorno. A questo punto Marino cambia versione e dice che Pietrostefani quel giorno non c’era, e la dichiarazione viene ritenuta attendibile.

D: Ci sono altre incongruenze nelle dichiarazioni di Marino?
R: Diverse, a partire da indicazioni metereologiche sbagliate, fino ad arrivare alla dichiarazione che dopo l’incontro con Sofri a Pisa sarebbe partito subito per Torino e poi per Milano, fatto smentito da diversi testimoni che lo posizionano a Pisa ancora molte ore dopo il presunto incontro con Sofri.
Inoltre nella prima versione dei fatti è Pietrostefani ad organizzare l’incontro con Sofri che a detta di Marino non sa della sua presenza, ma ovviamente quando Pietrostefani viene confermato in altro luogo, Marino deve sostenere che Sofri, pur non sapendo della sua presenza e senza preavviso, quando lo vede gli ordina di ammazzare Calabresi. Di queste incoerenze ed errori sono piene le dichiarazioni di Marino, unico elemento probante e senza riscontri ulteriori della colpevolezza di Sofri.

D: I tre accusati hanno scontato la loro pena?
Q: Sofri ha scontato interamente la pena, presentandosi spontaneamente al carcere di Pisa dopo la condanna definitiva. Ha usufruito di alcuni permessi ai domiciliari per motivi di salute. Ha definitivamente scontato la sua pena nel 2012. Nonostante le sollecitazioni da più parti si è sempre rifiutato di chiedere la grazia. Pietrostefani è fuggito in Francia. Bompressi, gravemente malato, ha fatto richiesta di grazia che è stata accordata dal Presidente Ciampi. Tuttavia l’allora Ministro Guardasigilli, il leghista Castelli, rifiutò di controfirmare la grazia aprendo un fronte costituzionale. La Corte Costituzionale infine ha dato torto al Ministro, sostenendo che la controfirma è un atto dovuto e non inficia la prerogativa Presidenziale. Nel 2006 il nuovo Presidente Napolitano ha infine firmato la grazia per Bompressi, dopo la sentenza della Corte Costituzionale.

D. Quale è stata la condanna per Marino, in quanto esecutore materiale dell’omicidio Calabresi?
R: Marino è stato condannato a 11 anni di carcere, di fatto mai scontati per prescrizione del reato a causa delle lungaggini dei processi. In totale ha scontato pochi mesi di carcere preventivo e qualche anno ai domiciliari.

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Avviso ai turisti

Turisti italiani e stranieri!
Ma che ce venite a fa a Roma in vacanza?
E’ zozza, i cassonetti e i cestini che trabboccheno, incasinata de macchine che se tutto va bene te soffocano coi gas de scarico, e se te va male te mettono sotto perché nun ce ne sta uno che rispetta li stop o che guarda la strada invece der cellulare.
‘Na città co li tassisti più ignoranti dell’universo, dove i baristi e i camerieri te danno tutti der tu pure si c’hai cinquant’anni, dove er saluto più carino è “ahooooooooo” (co’ ducento “o”).
Che se dio guardi c’hai li capelli biondi e parli n’antra lingua ar ristorante er conto t’aumenta del cinquanta per cento.
Quando te lo danno er conto, o lo scontrino.
Che si devi comprà un bijetto daa metro o der treno devi fa ‘na trattativa co du’ zingari per ogni macchinetta, e er bijetto che te costerebbe solo un euro e cinquanta (li mortacci loro un euro e cinquanta pe’ morì de caldo e aspettà l’autobus un’ora) te viè a costà più de mancia ao zingaro che che all’ATAC.
Che nun poi fa cinquanta metri senza incontrà un pakistano co’ l’ombrello (si piove) o con ‘na cassetta de frutta tutto er santo giorno a spiaccicà un pupazzetto de gomma colorata che me possino cecamme si ho visto mai quarcheduno compranne uno, ma come cazzo se mantengono ‘sti pakistani?
E a sera non te poi fermà da nessuna parte senza che passeno in cinquanta a offritte la rosa. Ma cazzo, si nun l’ho comprata ar primo, che me volete prende pe’ sfinimento?
Che si vai ar pantheon i senegalesi hanno occupato tutti li spazi liberi e se sò messi in fila che nemmeno a Porta Portese.
E nun ce sta più nessun bar o ristorante senza l’elmosinatore stanziale, che o diventi stronzo o povero, e so’ du’ belle arternative der cazzo.
Che ‘na cosa bona ce stava, er tramme nummero otto, embè certo, sticazzi, è chiuso, pija l’autobus se ce riesci.
Turisti!
Annate ar ristorante e ce ne fosse uno in cui ar cameriere poi ordinà du’ fiori de zucca senza che te porta ‘na cacio e pepe, tanto che ne sa lui, mica lo parla l’italiano, ma neanche l’inglese, o er tedesco o financo er russo.
Conosce er dialetto principe de timor est, ma quanti cazzo de turisti ce veranno a Roma da timor est?
Poi però, dopo tutta sta zozzeria, dimoselo: Roma è ‘a città più bella del mondo!
‘A grande bellezza.
Dumila anni de storia qua, ai piedi tua.
E allora, vedi, superi quarsiasi fatica, angheria, zozzeria, spesa, pe’ godè de ‘sto spettacolo.
Poi arivi ar Colosseo, è tutto ‘mbracato.
Fontana de Trevi, chiusa pe’ lavori, c’hanno messo ‘na piscinetta pe’ fa’ tirà li sordi ai turisti, che senno er comune va in rovina,
De le Quattro Fontane se ne vedesse una, l’hanno barricate tutte e quattro e checcazzo fatele a due a due no!?
I giardini davanti ar quirinale, uno sì e uno no.
‘A barcaccia, sta naa darsena.
Trinità de’ monti, ‘mbracata pure quella.
Via Nomentana, na cambogia.
E allora, turisti italiani e stranieri!
Statevene a casa vostra, o annatevene a Parigi, Londra, Nova Iorche.
Che cazzo ce venite a fà qua a morì de pizzichi, pe’ poi torna a casa e dì che Roma fa schifo?
Armeno, si nun ce venite, ve rimane er rimpianto.
Che è sempre mejo der rimorso.

F1.2 Challenge Strada 4

Storia di Giulia

Questo racconto è un po’ un esorcismo.
Spero si capisca.

Il mio primo ricordo risale a quando avevo forse quattro anni.
Sì, deve essere proprio tra il primo e il secondo anno di asilo; non che abbia una memoria così definita, solo dei flash, ma in uno di questi ero in braccio a mia madre che mi diceva “buona, buona, Giulia, stai buona” e piangeva insieme a me.
Io avevo il morbillo, la febbre alta, e quando mi capitava di incrociare il grande specchio che i miei avevano in camera da letto, la sola vista delle bolle che mi costellavano il viso mi faceva sobbalzare di singhiozzi.
E allora mia madre mi allontanava, mi girava per non farmi specchiare e mi ripeteva di stare buona e piangeva insieme a me.
Durante uno di questi giri ad evitare lo specchio faccio risalire il primo ricordo che ho di mio padre.
Appoggiato allo stipite della porta, radi capelli bianchi, un’espressione sofferente e triste, silenzioso, dimesso, guardava me e mia madre senza fiatare.
E ad ogni giro, ad ogni pianto, ad ogni singhiozzo, lui era sempre là, immobile.
Non una parola, solo lo sguardo fisso su di me.

Nella mia testa, per quanto mi sforzi di scavare nei meandri della memoria, mio padre è sempre stato vecchio.
Aveva già 54 anni quando sono nata, e li dimostrava tutti.
Ma non me ne sono resa conto finché non sono andata alle elementari; i bambini avevano genitori in media venti anni più giovani di mio padre e mi prendevano in giro, chiedendomi “dov’è tuo nonno?”, oppure “Giulia ha una mamma e un nonno”.
Io ci stavo male, perché non volevo essere diversa.
Inoltre mio padre era andato in pensione a sessanta anni, mentre la mamma lavorava ancora, e quindi era lui che mi accompagnava e mi prendeva tutti i giorni, tutti i santi giorni finché non sono stata abbastanza grande da poter andare da sola.
Non che mia mamma fosse una ragazzina: ma aveva qualche anno in meno, ed era una persona solare, allegra, gioiosa.
Quando stavo con lei mi sembrava fosse sempre estate, ed è ancora così anche se è vecchia e stanca; mio padre era invece l’inverno, il buio, la freddezza.
Io capivo che mi voleva bene ma non me lo diceva, non me lo trasmetteva con il corpo, con il cuore, con i gesti.
Era una persona perbene, mio padre. Aveva sempre lavorato per la stessa azienda metalmeccanica, aveva fatto una discreta carriera, e a quanto posso capire tutti gli volevano bene.
Solo, lui sembrava non interessarsi agli altri.
Neanche a me e mia madre.
Anche a casa, non aveva interessi.
Faceva la spesa, cucinava, si occupava delle bollette, poi però quando aveva finito di fare quelle poche cose passava tutto il giorno in silenzio davanti alla televisione a guardare insulsi programmi, o film stravecchi.
Non leggeva molto, qualche rivista.
Non usciva, non beveva, non aveva amici, non parlava.
Mio padre era una persona che sembrava essere passata per caso nel mondo, senza uno scopo.
Quando cominciai a lamentarmene con mia madre, lei lo difese.
“Tuo padre è una brava persona. E’ solo un uomo stanco. Ha vissuto molto e sofferto di più. Ma ti vuole bene, credimi Giulia, lui ti vuole tanto bene”
Ma a me le parole di mia madre non bastavano.
Avevo una vita serena, ero una ragazzina bella, alta, intelligente, allegra.
Avevo tanti amici, e mia madre mi adorava.
Ma questo padre così chiuso, così disperatamente perso nel suo animo da non riuscire a trovare la via per comunicare con me non mi andava giù.
E quando fui un po’ più grande cominciai ad arrabbiarmi con lui.
Volevo scuoterlo, gli dicevo che non gli volevo bene, che lo odiavo, che lui non valeva niente.
Non era vero, non lo pensavo, ma avrei dato qualsiasi cosa per vederlo uscire da quella poltrona, magari anche darmi due ceffoni.
E invece niente, mi guardava con quegli occhi buoni che io stavo cominciando ad odiare e non diceva niente. Mai niente.

I miei erano entrambi nati e cresciuti a Roma, ma quando mia madre rimase incinta mio padre ebbe un’opportunità di passare di livello in azienda andando a Milano, e così si trasferirono qui, dove io sarei poi nata pochi mesi dopo.
Mia madre prese un’aspettativa, era insegnante al liceo, e solo quando io andai alle elementari riprese a lavorare.
A Roma non avevamo praticamente più parenti, o amici; questa cosa non mi sembrava strana, allora, ma man mano che crescevo mi chiedevo come mai i miei non frequentassero nessuno, né a Milano, a Roma, nessuno.
Di fatto l’unico parente era la sorella di mia madre a Roma, che aveva due figlie entrambe più grandi di me, nonostante mia zia fosse ben più giovane di mia madre; mia cugina più grande aveva quasi dieci anni più di me, e la piccola sei.
Nei rari incontri – forse una volta l’anno – mi guardavano come fossi un alieno; parlavo una lingua diversa, avevo un’età che non le interessava, e in generale quelle rare puntate a Roma erano per me una tortura. Che io ricordi loro non vennero mai a Milano; forse una volta mia zia per lavoro, ma incontrò mia madre da sola e se tornò poi a Roma.

Infine vennero gli anni del liceo; furono anni difficili: il Paese in tumulto, i giovani che volevano cambiare tutto.
La scuola perennemente occupata, io nel collettivo; ero una dei leader e cominciai a prendere brutti voti, anche perché le lezioni erano rare.
Passai un periodo difficile, avevo un ragazzo che mi trattava male, cominciai a fumare e farmi qualche canna, la ragazzina bella e spensierata di pochi anni prima non c’era più, e la donna matura e assennata che sono ora era ancora di là da venire.
Fu in questo periodo che ebbi la crisi più difficile, e fu in questo periodo che trovai finalmente mio padre.

Avevo poco più di quattordici anni, una bambina se ci penso ora ma mi sentivo padrona del mondo; tornavo tardi la sera, mia madre mi aspettava in piedi preoccupata, e mio padre davanti alla televisione, quasi indifferente.
Io non rispondevo neanche alle loro domande, ero presa da me stessa e basta.
Una sera, anzi una mattina, rientrai alle cinque.
Mia madre e mio padre erano ancora lì, con l’espressione disperata.
Non li sopportavo, non li sopportavo più, dipendevo però da loro e questo mi faceva stare ancora più male.
Mia madre perse la pazienza, litigammo, le dissi una brutta parolaccia e lei per la prima e ultima volta nella mia vita mi diede un ceffone, mandandomi a sbattere contro un tavolino che si ribaltò, facendomi inciampare e cadere per terra.
Mi rialzai come una furia per andarle addosso, ma andai a sbattere addosso a mio padre che mi prese per le braccia.
Non avevo mai fatto caso quanto fosse alto e robusto. E la sua stretta forte.
Mi tenne ferma senza fatica, e io non osai dire nulla più per la sorpresa che per la paura.
Il suo viso era cambiato.
Era sempre lo stesso uomo, ma ora era un uomo deciso, forte, lo sguardo non prometteva nulla di buono.
– Dobbiamo parlare – mi disse, mentre mia madre si sedeva su una sedia, le mani alla bocca, scuotendo il capo e piangendo silenziosamente.
Lui la guardò, lo sguardo si raddolcì per un attimo e socchiuse gli occhi come per dire “stai tranquilla”.
Poi tornò a guardare me e io vidi nei suoi occhi il dolore che non poteva più trattenere.
– Io non permetterò che tu ti faccia male, Giulia. Non permetterò più che tu faccia male a te stessa, a tua madre, e anche a me. Io non permetterò che tu getti via la tua vita, la vita è preziosa, e io voglio, pretendo, che la tua vita venga impiegata al meglio –
– E proprio tu che non hai mai fatto niente nella tua vita, vieni a parlare di queste cose a me! – ebbi il coraggio di urlargli in faccia.
– Sì, proprio io. Hai scambiato il mio silenzio per inettitudine, Giulia, ma non è così. –
Mi lasciò il braccio ma io rimasi lì.
Avevo troppa voglia di stabilire finalmente un contatto con quell’uomo per andarmene proprio ora.

E fu così che mi raccontò la storia di Giulia.
La prima Giulia, la vera Giulia.
Giulia, la sorella che non avevo conosciuto perché era morta due anni prima che io nascessi.
Giulia, di cui non parlava mai nessuno.
Giulia, che cresceva come me alta, bella, solare, piena di vita, intelligente, passionale, aperta.
Giulia, che era la più brava a scuola, la più veloce a correre, e la più forte a saltare.
Giulia, su cui avevano investito tutta la loro esistenza, e riposto le loro speranze.
Giulia, che se ne era andata in poche settimane, senza dare loro il tempo di prepararsi.
Giulia, che gli aveva fatto promettere che avrebbero avuto un altro bambino, quel fratellino o sorellina che avevano sempre evitato di darle, perché volevano che lei avesse tutto il loro amore e la loro attenzione.

Io ascoltavo a bocca aperta, mentre le parole di mio padre uscivano a fiotti come ondate di un torrente che rompe gli argini insieme alle lacrime che correvano sul suo viso inarrestabili, e mia madre rimaneva seduta, il corpo completamente rannicchiato e la faccia tra le mani.

Poi da qualche cassetto nascosto uscirono le foto e una chiavetta usb con le immagini di Giulia.
Era come me, anzi io ero come lei.
Un po’ più alta di lei, forse, ma non c’erano dubbi sul fatto che fossimo sorelle.
Guardai senza parlare le poche foto che i miei avevano conservato, un piccolo video in cui salutava dopo un saggio di danza, il suo primo giorno di scuola media, un campeggio con gli scout.
Sempre senza dire una parola presi quelle foto e quella chiavetta e li portai con me nella mia stanza.

Passai ventiquattro ore senza uscire, senza mangiare né bere, e quasi senza dormire.
Piangevo in continuazione e rivedevo sul mio pc le foto, e quel video, e soffrivo per lei, per i miei, e anche per me.
Sentivo fuori dalla porta della mia camera i passi leggeri dei miei ma neanche una volta vennero a bussare.
Poi alla fine uscii, andai da mio padre e gli dissi solo: – Voglio andarla a trovare –

Il cimitero di Prima Porta a Roma è una grande area oltre il Raccordo Anulare e ci arrivammo direttamente da Milano dopo un silenzioso viaggio in treno e una mezz’ora in taxi.
Seguii i miei a piedi tra i viali pieni di lapidi, grandi tombe di marmo, alveari di fornetti e povere croci a terra.
Arrivammo infine ad una struttura rettangolare ed entrammo in un corridoio, buio, l’odore dei fiori pungente.
Giulia era là, in seconda fila. La foto, una di quelle che avevo già visto, le date, dei fiori ormai secchi, niente altro.
Mi inginocchiai, toccai il marmo con una mano e rimasi così per tanti, tanti minuti, prima di rialzarmi e di uscire senza girarmi.

Gli ultimi tre anni con mio padre, prima che la malattia lo facesse volare via da Giulia, furono forse i più belli della mia vita e penso che anche lui riuscì a venire a patti con questo strano universo e con il suo dio, se ne aveva uno, per avergli fatto vedere l’inferno in terra e in qualche modo avergli insegnato di nuovo ad amare.
Non credo di essere riuscita mai neanche per un minuto a sostituire Giulia nel suo cuore, ma a dargli una ragione per sorridere sì.
Abbiamo imparato a conoscerci, abbiamo viaggiato, mi ha aiutato a studiare, ci siamo consigliati a vicenda in amore, lui per la mamma io per i miei fidanzati, e l’ho visto finalmente diventare ogni giorno più giovane, finché non se ne è andato in poco tempo, proprio come la sua Giulia.

Oggi mia madre è molto anziana, ma ancora sveglia, magra, e piena di ironia.
Mi aiuta con i ragazzi come può, vive con noi, e parliamo spesso di papà, di quello che ci è successo e di come tutto questo dolore infine ci abbia aiutato a essere più uniti e diventare la bella famiglia che siamo stati e che siamo tutt’ora.

Alla mia bambina più grande, che compirà dieci anni tra pochi mesi, non ho mai nascosto nulla, anzi.
Sa tutto, ha visto le foto, parla spesso con la nonna.
Le servirà, sapere la strana storia della nostra famiglia.
E ogni tanto, la sera, prima che si addormenti, mi chiede di raccontargliela ancora, quella storia.
La storia di Giulia.

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