Shampoo – un racconto

Non è facile stabilire con precisione quando se ne accorse, ma doveva essere intorno a San Valentino, perché la sera prima era rientrato con dei fiori per la moglie.
E dato che non glie ne comprava mai, di sicuro c’era di mezzo qualche anniversario, il compleanno no perché era a ottobre, quindi doveva proprio essere San Valentino.
Comunque sia, dato che era un giorno feriale come tutte le mattina dei giorni feriali si alzò per andare in bagno prima ancora di fare colazione, prima che la moglie e i figli si tirassero su dal letto.
Se voleva dieci minuti di pace doveva alzarsi prima degli altri, altrimenti il caos della mattina nella sua famiglia gli avrebbe impedito anche solo di canticchiare “Yesterday” senza che qualcuno gli chiedesse di smetterla.
Entrò in bagno, diede una fugace occhiata alla figura stanca e stropicciata che gli sorrise dallo specchio, poi si spogliò, si infilò sotto la doccia bollente e cominciò a radersi.
Amava farsi la barba sotto la doccia, usando una saponetta al posto della schiuma, anche se ci metteva molto più tempo e qualche volta si era anche tagliato di brutto, ma non sapeva rinunciare al piacere di stare minuti interi sotto il getto d’acqua bollente mentre con la mano cercava lentamente di passare il rasoio senza farsi male.
Quando ritenne di essere soddisfatto della rasatura posò il rasoio, insaponò il corpo per bene e poi si sciacquò accuratamente: amava l’acqua di Roma, così dura da lavare via la schiuma in un attimo e da lasciare la pelle levigata.
Infine prese la bottiglietta di shampoo arancione e ne versò un po’ sulla mano per metterlo sui capelli.
Mentre la inclinava si fermò un attimo a guardarla: era piena per metà, più o meno.
Si fermò a riflettere.
Cercò di ricordarsi quando aveva comprato lo shampoo, ma non gli venne in mente una data precisa.
Ricordava per certo di averlo preso al supermercato: uno shampoo da poco, visto che non aveva molti capelli da salvaguardare, e colorato di un colore irragionevole in modo che non si confondesse con i sofisticatissimi e costosissimi prodotti che invece usava sua moglie.
Credeva di ricordare che fossero passati mesi ma non ne era sicuro, e anche se ne usava ben poco il fatto che la bottiglietta fosse ancora mezza piena gli sembrava strano.
Ricorderò male, si disse, e finì di lavarsi senza pensarci più.

Due settimane dopo però, mentre come al solito faceva la doccia, gli capitò di guardare di nuovo la bottiglietta ed era sempre piena a metà.
La guardò intensamente mentre l’acqua bollente gli scorreva sulla schiena e con la bocca aperta dallo stupore.
Possibile? si disse. Qualcosa non andava, non sapeva dire cosa, ma era un fatto che lo shampoo era sempre lì, a metà, come due settimane prima.
Ne versò un po’ sulla mano con cautela, osservando il liquido denso colare sul palmo, poi lo portò lentamente verso il viso e lo annusò: gli sembrava l’odore classico di uno shampoo da supermercato, profumato da improbabili fiori tropicali.
Sempre con cautela, come se stesse compiendo un’operazione chirurgica, si passò la mano sui capelli e cominciò a frizionare la cute, finché lo shampoo non fece la solita, rassicurante schiuma, che lavò via con una certa fretta.
Uscì dalla doccia, si avvolse nell’accappatoio, e guardò lo shampoo appoggiato su una mensola nella doccia: la bottiglietta era piena a metà. Più o meno. E più o meno come due settimane prima.
Il cuore gli cominciò a battere forte, mentre si asciugava e si vestiva. Sudava copiosamente e dovette passarsi più volte un asciugamano addosso per detergere il sudore.
Non disse nulla alla moglie per non essere preso per pazzo, ma non riuscì a pensare ad altro per tutta la giornata
Quando tornò a casa la sera evitò accuratamente di andare nel bagno.
Si lavò i denti nel bagnetto di servizio e andò a letto prestissimo perché doveva pensare.
Pensare a cosa avrebbe fatto la mattina dopo.
Pensare se sarebbe riuscito ad affrontare questa improvvisa paura di una normale bottiglietta di shampoo, o se dovesse parlarne con qualcuno rischiando di sembrare un pazzo.
Si addormentò in preda all’ansia e il suo sonno fu agitato e leggero, ma quando si svegliò la luce del giorno gli fece vedere le cose in un altro modo.
Si disse che si era lasciato suggestionare, e per dimostrarlo a se stesso decise di darsi qualche altro giorno, mantenendo la sua solita routine e osservando lo shampoo man mano che i giorni passavano.
Era sicuro che tutto gli sarebbe sembrato tornare alla normalità.
Ma nelle due settimane successive, mentre la sua ansia montava, la bottiglietta dello shampoo non dava l’impressione di volersi svuotare.
Uscì dalla doccia un giorno quasi piangendo dalla frustrazione, ma deciso a non lasciarsi andare alla follia che lo stava contagiando.
Si guardò allo specchio: aveva gli occhi rossi e le occhiaie pesanti di chi dormiva poco e le mani gli tremavano per l’ansia.
Anche la moglie cominciava a preoccuparsi: lo vedeva dimagrito, capiva che qualcosa non andava, gli fece qualche domanda ma lui rimase sul vago.
Come avrebbe potuto spiegare che il suo stato era dovuto ad una bottiglia di shampoo da supermercato che sembrava rifiutare di vuotarsi?
Si rassegnò allora a chiamare un suo amico laureato in matematica, con una scusa; dopo qualche convenevole gli disse che suo figlio aveva un compito per scuola particolarmente complicato, e gli chiese come calcolare il volume di un solido irregolare, dandogli la descrizione della bottiglia di shampoo.
Il suo amico gli spiegò un paio di semplici teoremi, gli diede una formula e gli fece anche qualche esempio.
Lui lo ringraziò della risposta, lo salutò e si mise a fare due calcoli, misurando con la mano concava la quantità di shampoo che usava ogni mattina.
Quando alzò gli occhi dal foglio su cui aveva scarabocchiato dei numeri era sicuro: la bottiglia avrebbe dovuto consumarsi completamente in due mesi al massimo; perciò in quel mese passato in preda all’angoscia da quando aveva notato qualcosa di strano si sarebbe dovuta vuotare. E invece no. Lo shampoo era sempre lì. A metà.
Si sentiva le gambe pesanti, il respiro affannato, gli sembrava di vivere un incubo e forse era così.
Quella sera, a letto, all’ennesima domanda della moglie rispose che aveva dei problemi in ufficio, che rischiava il posto di lavoro, che era angosciato, ma che non voleva preoccuparla.
Lei gli sorrise, forse fece finta di credergli ma comunque gli disse che sarebbe andato tutto bene; fecero l’amore e lui si rilassò.

Il giorno dopo si svegliò sorridente, si disse che questa storia dello shampoo era durata anche troppo, che la sua vista non era più quella di una volta ed entrare nella doccia senza occhiali non lo aiutava certo, e quindi si mise sotto l’acqua fischiettando.
Guardò lo shampoo che lo aspettava sulla mensola ma decise di fare un’altra cosa.
Prese una delle costosissime bottiglie di sua moglie e fisso il suo stupido shampoo arancione con un misto di disprezzo e sfida.
Non ho bisogno di te, sembrava volergli dire.
Poi premette la confezione blu notte che aveva in mano, prima dolcemente, poi sempre più forte, ma non ne uscì nulla.
Agitò la bottiglia, ma niente.
La aprì, ed era vuota.
Vuota e secca come se fosse appena uscita dalla fabbrica della plastica prima che qualcuno ci versasse lo shampoo.
Chiamò la moglie ad alta voce:
– Tesoro! Il tuo shampoo è finito per caso? –
– No, la confezione blu è piena. Ma perché devi usare il mio che costa un sacco di soldi? Non hai quello tuo arancione? –
Il mio arancione, pensò.
Certo.
Posò con circospezione la bottiglia blu, e prese quella dello shampoo arancione.
La guardò, mentre il petto si alzava e si abbassava furiosamente.
Prese la confezione e con rabbia si versò quasi tutto lo shampoo sui capelli, lanciando la bottiglia contro la parete della doccia urlando, e poi si sciacquò in fretta e furia, eliminando ogni traccia del liquido schiumoso per poi uscire di corsa dalla doccia, infilarsi l’accappatoio e andare ad asciugarsi in camera da letto, il più lontano possibile da quella bottiglietta di quel ridicolo colore.
La moglie lo vide arrivare come una furia e sedersi sul letto rannicchiato dentro l’accappatoio.
– Tesoro, ma cosa succede? che hai fatto? –
Lui scosse la testa in senso di diniego, ma inizialmente non disse nulla, non riusciva a parlare, aveva timore di esternare le sue paure.
Poi la guardò con gli occhi rossi di lacrime e di insonnia e disse solo:
– Lo shampoo… –
Lei sembrò non capire.
– Che cosa significa ‘lo shampoo’? –
– Lo shampoo…ha qualcosa che non va! –
Lo sguardo della moglie gli confermò solo che aveva sbagliato a parlare: lei non avrebbe mai creduto che una bottiglia di shampoo potesse avere una vita propria, che come in un film di fantascienza qualche entità aliena cercasse di comunicare con lui, o che una colonia di batteri arancioni si stesse riproducendo nella sua doccia, o che il fantasma di qualche assassino si aggirasse per la sua casa, perché certo, queste erano le ipotesi che giravano vorticosamente nella sua testa. Il suo cervello razionale era ormai un ricordo.
La moglie si inginocchiò, gli prese la mano, e lo guardò con tenerezza.
– Non so che cosa vuoi dire, caro, ma facciamo così: prendi ora un po’ d’acqua, ti asciughi le lacrime, e andiamo insieme a vedere cosa succede allo shampoo, va bene? –
Percepiva il suo tono condiscendente, chiaro e netto, ma non poteva fare a meno di sentirsi sollevato.
Si alzò, andò con la moglie in cucina, bevve un po’ d’acqua, si asciugò le lacrime e si fece prendere per mano fino al bagno.
Rimase fuori, a guardare la moglie che cautamente si avvicinava alla porta della doccia e che poi, con un sorriso, si girò verso di lui:
– Il tuo shampoo è al suo posto come al solito, mi sembra che non ci sia nulla di strano. –
Lui spalancò gli occhi, fece due passi e quando vide lo shampoo pieno a metà, appoggiato serenamente sulla mensola invece di giacere vuoto sul fondo della doccia dove lui l’aveva lanciato, non resse più.
Corse urlando via dal bagno, gli occhi che sembravano volergli uscire dalle orbite, vanamente inseguito dalla moglie, ma a metà del corridoio si fermò: le gambe smisero di sostenerlo, si portò una mano al cuore e morì senza un fiato.

– Alla fine è andata bene, no!? –
– Sì, benissimo. Sinceramente non pensavo funzionasse. Hai avuto una buona idea. –
– L’acqua con quelle gocce che ti ho dato l’ha bevuta senza problemi? –
– Come no, era talmente agitato che non ha sentito il leggero sapore, e in caso avrei dato la colpa al cloro. –
– Io ho avuto solo paura quando mi ha telefonato. Pensavo avesse scoperto tutto, invece era per sapere come calcolare quanto shampoo consumava ogni giorno, povero coglione. Proprio a me lo è andato a chiedere. –
– E a chi doveva chiederlo? Eri o no il suo amico del cuore? –
– Ah beh, sì, certo. Comunque brava anche tu a mettergli ogni giorno un po’ di quel tremendo shampoo arancione nella bottiglia. Secondo me anche senza droga le coronarie gli schioppavano lo stesso per la paura! –
– Che cretino che sei, guarda che anche se paranoico e pieno di fobie era robusto, un aiutino serviva. –
– Vero. Senti, che fai: passi dopo il funerale? –
– E me lo chiedi? Ho messo le autoreggenti, sotto. Rigorosamente nere, ovviamente. –
– Ti aspetto. Condoglianze, a proposito. –



doccia

Una giornata un po’ così…

Niente non riesco a dormire stamattina ma che ore sono le sei che palle ma neanche quando sei stanco vabbè prendi l’ipad chiudi l’ipad riprendi l’ipad richiudi l’ipad allora mi alzo no sono troppo stanco per alzarmi troppo stanco per dormire finalmente suona la sveglia di mia moglie almeno qualcuno mi fa compagnia ma si alza e mi saluta deve uscire presto vabbè allora mi alzo pure io vorrei che mi venisse l’influenza così sto a casa e invece non mi ammalo mai alla fine saluto mia moglie che esce di corsa sveglio la bimba preparo la colazione faccio colazione impartisco le istruzioni che tanto verranno ignorate e vado a prepararmi faccio la doccia mi vesto prego iddio di trovare la mostra già pronta quando sento un suono di flauto no non è il dio pan ma i cari bambini stanno studiando il flauto e lei ha cercato con pervicacia un vecchio flauto sommerso chissà da quanti altri ammennicoli e ora si sta esercitando una scarpa al piede l’altra non la trova però neanche la cerca hai messo l’apparecchio no hai fatto la coda no hai controllato lo zaino no però papà ora ti racconto tutti i nuovi orari e il lunedì non c’è più ginnastica però c’è musica poi forse la spostiamo perché il giovedì luca non può e chi è luca è il mio compagno di classe ah ecco quel luca e poi però forse la ginnastica viene rispostata al mercoledì mi è già venuto il mal di testa alla fine dopo una trattativa estenuante riesco ad uscire di casa e dal portone spunto con in mano i seguenti oggetti uno zaino un ombrello un casco del motorino con accessori due buste della mondezza una di sola plastica l’altra non si capisce mi tocca aprirla perché mia moglie l’ha legata come avrebbe fatto un marinaio della garibaldi alla fine ci riesco mi assale un odore di avanzi alimentari capisco che non è da differenziata e nell’altra mano c’ho una bambina anche lei con zaino ombrello accessori a piedi ci avviamo verso scuola butto la mondezza e almeno libero una delle 4 mani perché due non mi bastavano arriviamo a scuola mollo la belva torno indietro a prendere un taxi perché devo andare a ritirare la macchina dal gommista che mi è scoppiato uno pneumatico sabato ovviamente il carro attrezzi non poteva portarmi la macchina vicino casa ma a quanto pare il primo gommista convenzionato è in culo alla luna ed è la che mi dirigo figurati se non mi capitava un tassista vecchio la macchina lisa puzzolente riscaldamento a palle mi viene da vomitare non sa la strada e che ha investito 100 euro per un navigatore seeee allora squaderna uno stradario che sembra la treccani sul volante e comincia freneticamente a cercare nel frattempo sbanda un paio di volte e inchioda per non tamponare ad ogni semaforo alzo gli occhi rassegnato e tiro fuori il cellulare imposto il navigatore e gli dico seguo io la strada si rilassi allora lui si rilassa e siccome alla radio parlavano dei deputati del pdl che hanno protestato davanti al palazzo di giustizia a milano mi dice e c’ha raggione berlusconi c’ha lo dice con due g che una non era abbastanza e io penso di ammazzarlo a mani nude lo salva la nausea che per seguire la strada sul cellulare si è moltiplicata ora gli vomito sul sedile così si impara a votare berlusconi ma mi trattengo usciamo dalla flaminia chiamo per sapere i dettagli dico sono cardarelli sto arrivando a prendere la macchina mi sembra di sentire la parola sticazzi ma glisso prendo le indicazioni e le dò al tassista cazzo c’è il mercato alla giustiniana deviazione come dio vuole arriviamo il tassametro segna 27 euro gli dico quant’è e mi dici facciamo 30 penso se non sia il caso di bucargli le gomme e lasciarlo dal gommista ma sono sempre una persona civile prendo la macchina e chiedo al gommista ma come è possibile che esplode uno pneumatico mi dice ehhhh caro lei ogni volta che prende una buca la rete del copertone si lesiona e alla fine si indebolisce e può esplodere deve evitare di prendere le buche a roma mi chiedo ma che bel consiglio del menga vabbè saluto e me ne vado verso casa al ritorno direzione roma centro c’è il delirio e poi il mercato mica è scomparso nel frattempo e quindi ci metto mezz’ora andiamo a passo d’uomo vorrei suicidarmi sul ponte della flaminia ecco perché non prendo mai la macchina per andare in ufficio e ho fatto bene a portarmi il casco arrivo sotto casa lascio la macchina e scappo in ufficio dico peccato che non c’è uno straccio di parcheggio tutti i negozianti si sono piazzati con i loro suv che poi dice c’è la crisi vabbè mi sembro berlusconi meglio che sto zitto faccio un giro poi un altro poi mi rassegno e la parcheggio a cinquecento metri in curva era più facile se la lasciavo alla giustiniana vado a prendere il motorino non c’è un goccio di benzina penso se me la posso prendere con mia moglie no il motorino lo prendo io da giorni e quindi vado a due all’ora fino al benzinaio finalmente metto benzina e comincia a piovere allora mi sbrigo una macchina tenta di uccidermi arrivo in ufficio non c’è posto neanche per un motorino scendo e creo un parcheggio spostando a mano tutti i motorini finché non riesco a infilare il mio salgo e mi siedo pronto per la giornata lavorativa.

Poi dice che uno è stanco.

 

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