Al lago – racconto per un concorso

Qualche mese fa il settimanale “D” allegato a Repubblica ha lanciato un concorso letterario.
Lo scopo era di completare un racconto scritto da Alessandro Baricco.
I racconti prescelti sono stati pubblicati su D del 24 dicembre 2016 e ahimè il mio non era tra quelli selezionati, ma come raramente mi succede penso comunque di aver fatto un buon lavoro e di aver trovato una chiave di lettura interessante per completare l’incipit di Baricco.

Per apprezzare lo sforzo è necessario PRIMA leggere l’incipit di Baricco:
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e poi potete godervi il finale a cura del sottoscritto 🙂 , che troverete di seguito.

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Trenta e venti fa cinquanta, meno dieci fa trenta.
L’aritmetica della mia vita non segue le regole, i numeri partono da trenta, gli anni che avevo quella notte, oppure da dieci, gli anni di mio figlio, o ancora venti e poi trenta che sarebbe dieci più venti e poi cinquanta.
Cinquanta e trenta.
Conto, sommo e sottraggo mentre resto appoggiata alla finestra a guardare paesaggi incantati: una roccia sul mare, un bosco infinito.
Tra due ore saranno cinquanta ma è un conto sbagliato: sono venti e trenta.
Sono anni che si inseguono e che segnano la mia pelle.
Guardo le mie mani e le vene raccontano una storia lunga e severa, più difficile di quella che il mio viso descrive allo specchio quando lo incrocio.
Non ho mai il coraggio di guardarmi, se lo facessi vedrei una donna ancora bella, con i capelli grigi raccolti da un lato e con un vestito che non nasconde le curve che l’età mi ha regalato.
Ma non importa, non importa più da molto tempo.
Continuo a guardare fuori stringendo una tazza di tè.
La finestra e poi un balcone sul mare, il motivo per cui sono venuta a stare qui. Da quel balcone come una polena mi sembra di solcare il mare della vita e scruto l’orizzonte in attesa del ritorno della mia nave.
Trenta meno dieci fa cinquanta: è il momento.
Mi siedo e chiudo gli occhi, mani invisibili sciolgono i lacci che chiudono i faldoni della memoria e per la prima volta dopo tanto tempo permetto ai ricordi di uscire, per risentire quella voce.
Amore?
Sta facendo buio, non è che puoi venirci incontro?
Corro, dico solo.
Parto, scruto il cielo nero, le nuvole gonfie di pioggia hanno spento il giorno prima del previsto.
Dieci minuti e sono là, comincio a chiamare, prima piano, poi più forte, piove, urlo mentre un fulmine incendia l’aria.
Passano due minuti e lui è là, affannato.
Solo.
Dio.
E’ solo.
Non chiedo niente, gli dò una torcia e corriamo verso il lago incuranti dei fulmini e delle radici che ci ostacolano. Recuperiamo la canna, poi una scarpa.
Ma lui non c’è. Non c’è, dio dei miei padri, non c’è.
Apro gli occhi ora perché un lago di lacrime preme per uscire e il sole mi ustiona il viso.
Venti e dieci fa cinquanta.
Dovrei chiudere gli occhi di nuovo, mi ero promessa che avrei fatto così.
Che a venti più venti più dieci lo avrei fatto tornare, almeno nella mia testa.
Ma, dio.
Il dolore è terribile.
Apro la finestra ed esco, mani sulla ringhiera, guardo giù.
La polena è sconfitta, la nave non tornerà, ora lo so.
Venti più venti più dieci più basta.
Finisce qui.

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P.S. Per chi volesse leggere i dieci racconti vincitori, li troverà a questo link
http://d.repubblica.it/attualita/2016/12/22/news/scrittori_10_vincitori_concorso_letterario_racconti_baricco-3351992/

 

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Telefonata a Babbo Natale

Le letterine non si scrivono più, le email mi tornavano indietro, ho pensato bene di fare una telefonata a Babbo Natale.
Mi è sembrato carino condividerla con voi.
Per ovvi motivi di privacy non posso riportare la sua parte di conversazione, ma penso si capisca lo stesso…:-)

“Buongiorno Babbo Natale! Come stai? E una vita che non ci sentiamo.
Mi pare dal 1973 più o meno…sì quando ti ho chiesto il Manuale delle Giovani Marmotte. E certo che me lo hai portato, ci mancherebbe.
No, non ti arrabbiare, dai. Sì lo so che tu stai sempre lì, e che potevo scrivere quando volevo, ma che ne so, c’era questo mio compagno di classe che mi diceva che non esistevi…che i regali me li avevano portati mamma e papà…e alla fine ho cominciato a chiederli direttamente a loro…
Beh, effettivamente ora che ci penso non c’avevano una lira, sì avrei potuto domandarmi dove prendevano i soldi per la bicicletta, i pattini, il pallone…
Senti però, Babbo, posso chiamarti Babbo? o preferisci Natale? no perché c’è un mio amico che si chiama Natale, e noi lo prendiamo sempre in giro…va bene va bene…Babbo andrà benissimo.
Non voglio farti perdere tempo, anche perché ‘sta telefonata intercontinentale costicchia, ma ti avrei chiamato in realtà per chiederti un grande favore, relativamente ai regali di quest’anno.
Mia figlia? No, che c’entra mia figlia?
Ha già mandato la letterina? A te? Ma c’ha dieci anni, ancora crede a….no scusa, non volevo offenderti, ero solo stupito, non ne sapevo nulla.
E che cosa avrebbe chiesto?
UN GATTO?
Ma siamo impazziti! no, un gatto non se ne parla proprio, abitiamo in un appartamento, non ci siamo mai a casa, come faremmo a gestire un gatto.
Diciamole che…LO HAI GIA’ PRESO?
Babbo, ma che cazzo…scusa, scusa, scusa, SCUSAAAAA va bene, mi è scappata!
Però pure tu! Ma che fai, prendi i gatti a tutti i bambini che te li chiedono senza consultare i genitori?
Sì? Ah…
Ma senti, non potremmo pensare a qualcos’altro? Avrà fatto una lista, che ne so, delle Barbie, dei bei libri, un vestito carino…
La settimana bianca a Capodanno.
Ah. E meco…volevo dire, accidenti che gusti sofisticati ‘sta ragazzina…
Quindi tu dici che per evitare il gatto dobbiamo andare a Capodanno in settimana bianca.
Oddio, non è che sono tanto contento, però meglio così.
Che fai, mandi tu le prenotazioni dell’albergo?
In che senso “l’albergo te lo paghi da solo”? Scusa, non è un regalo che ha chiesto mia figlia a TE? E perché lo dovrei pagare io?
Gatto. Ho capito. Prenoto appena chiudiamo…
Vabbè senti, in realtà io ti ho chiamato perché quest’anno è stato un po’ difficile, non voglio lamentarmi proprio con te, ma insomma…un po’ di dolore, anzi un po’ molto, qualche dispiacere…ho bisogno di chiederti un grande regalo per poter essere più sereno.
Voglio chiederti una cosa grandissima, difficilissima, ma so che tu ce la puoi fare!
Voglio la pace nel mondo!
Ah…l’hai già promessa a Papa Francesco?
Beh, certo, capisco, non è che…no, no, figurati mica mi offendo. Poi lui è il Papa, è più il mestiere suo che il mio, ci mancherebbe.
Allora senti: per me mandami l’uguaglianza tra i popoli! Che ne dici?
Come dici? Te l’ha chiesta per primo Obama…
Sì, come non averci pensato prima. Figurati se un premio Nobel non ha il diritto di chiedere una cosa del genere…
Ci sono!
Voglio che il prossimo anno siamo tutti più ricchi!
Berlusconi? Che vuol dire “questo regalo lo diamo a Berlusconi”! Scusa, ma lui è GIA’ ricco!
Vuole dare ricchezza a tutti? Ma dai, Babbo, mica ci avrai creduto pure tu!
Quello sono vent’anni che promette di tutto, posti di lavoro, meno tasse, mo’ pure la ricchezza per tutti!
Dai, dai, non ti inc…volevo dire non ti arrabbiare!
Avrai avuto i tuoi motivi, non sono qua per litigare.
Però scusa, a me che resta? A questo punto dimmi cosa ti avanza, e mi prendo gli scarti, che devo fare?
Il trenino Lima?
Ma dai, me lo hai regalato 45 anni fa…ce lo devo ancora avere da qualche parte, non ti ricordi?
Si è rotto l’hard disk e non avevi fatto il backup quindi hai perso traccia dei regali di oltre trenta anni fa…va bene, succede, magari la prossima volta fallo ‘sto backup, comunque il trenino Lima ce l’ho.
Senti, facciamo così, ho avuto un’idea imbattibile.
Un mese di felicità per ogni abitante della Terra!
Che ne dici? Non è una figata?
Un week-end lungo? Di più non si può? E vabbè, dai, accontentiamoci, un week-end lungo di felicità per tutti gli abitanti della Terra!
Yuppiiiiiiii!
Che idea fichissima! E l’ho avuta proprio io!
A proposito, vorrei chiederti una cortesia, non è che il mio potrei averlo intorno a marzo, no perché sai avrei…in che senso 1988?
Cioè il mio weekend lungo di felicità l’ho già consumato nel 1988?
E che, me ne tocca uno ogni venticinque anni?
Trenta. Capisco.
Va bè, dai allora ti richiamo nel 2018, così ci mettiamo d’accordo.
Mi raccomando, niente gatto però, eh!?
Sì, subito, la faccio subito la prenotazione per la montagna.
Ma deve essere proprio Capodanno? No perché, sai, se si parte dopo il primo gennaio costa molto meno, e quindi…
Gatto. Ho capito. Capodanno. No problem.
Ciao Babbo, mi ha fatto piacere parlare con te.
Saluti a casa, ci sentiamo.
Ciao”

Gatto. Ma te guarda questo.

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Debora? Debora…Debora chi?

Questa nota nasce da un fatto reale: mia moglie mi ha chiesto se avessi il numero di Debora, una gentile signora che conosciamo. lo ho consultato la rubrica dal mio smartphone, dove comparivano quattro “Debora”, ciascuna con nome, cognome, indirizzo, telefono. Tranne una, di cui c’era solo il nome e un cellulare.
Quando mia moglie ha tentato di chiamarla, non ha ottenuto risposta.
I miei smunti neuroni hanno provato disperatamente di riportare alla mia memoria chi fosse allora questa Debora, ma inutilmente.
Ad un certo punto ho iniziato a sudare di brutto.
Quando la gentile signora Debora ha finalmente risposto, il mio cervello aveva passato rapidamente in rassegna tutte le possibili spiegazioni che avrebbero potuto in qualche modo salvarmi.
Non che ce ne sia una che mi convinca particolarmente, ma mi è sembrato carino condividerle con voi.

Domanda: cosa rispondi a tua moglie, se lei compone con il tuo telefono il numero di una tale “Debora” (ma Samanta, Sabrina, Giulia, Silvia, va bene qualsiasi nome…) e questa dall’altra parte risponde con un garrulo “Ciao! Tesoro!” per poi attaccare quando si rende conto che la voce dall’altra parte non è la tua?
Ecco le alternative più ragionevoli.

Francamente, non ricordo chi sia questa Debora.
Probabilmente è la verità, o qualcosa di molto vicino ad essa. Purtroppo la verità spesso non è lo strumento migliore per mantenere vivo un rapporto.
Inoltre c’è la possibilità che la Debora in questione abbia la memoria migliore della vostra.
E forse anche vostra moglie, che potrebbe ripescare dagli scantinati della sua memoria (ella non butta via nulla che vi riguardi, sappiatelo), qualche citazione fatta a sproposito su una certa Debora.
Insomma, se voi non ricordate nulla di questa Debora, è possibile effettivamente che non sia nulla di cui essere in imbarazzo. Ma anche no. Quindi cautela.

Ma dai! Non ricordi Debora, la mia compagna di scuola delle medie/elementari/università?
Rischiosissimo. Vi può far guadagnare qualche minuto o qualche ora di tregua, ma la verifica della lista delle vostre compagne di studi, se non è già stata fatta preventivamente, è la cosa più facile di questo mondo, e vi assicuro che verrà fatta.
Solo la fortuna di avere una qualche “Debora” tra i vecchi compagni di scuola, potrebbe salvarvi.
Peccato che in questo caso sarebbe una donna, e molto probabilmente una con cui ci avete provato e vi ha dato buca, oppure che avete mollato dalla mattina alla sera con una bieca scusa, mentre invece stavate tacchinando Tamara. Insomma, non sarà molto propensa a reggere la fragile impalcatura che sostiene per un pelo il vostro matrimonio. In campana.

Guarda, deve essere una delle fidanzate di Sergio.
Qui ci sono speranze. Intanto, ognuno di noi ha un (maledetto) amico Sergio che cambia fidanzate come fossero cravatte. La probabilità che ne abbia una che si chiami Debora non è bassissima, quindi, e in ogni caso per vostra moglie non farebbe differenza.
Una stima grossolana dice che c’è il 66% di probabilità di farla franca. Diciamo due su tre.
Perché intanto, appunto, può darsi che Sergio abbia effettivamente lasciato dietro di sé una scia di Debore.
Poi, se Sergio ha la vostra età, anche se interrogato con una lampada negli occhi, potrebbe dire “non ricordo”, e sarebbe comunque credibile.
Questa scusa genera poi una serie di domande a corredo, tipo “ma quando avresti visto ‘sta Debora che non esci con Sergio da due mesi?”, oppure “ma sei uscito con Sergio e non mi hai detto niente?” (e ribadiamo che Sergio non è un francescano), o addirittura “e come mai il numero della ex di Sergio ce l’hai sul cellulare tu?”.
Però sono tutte domande di serie B, che non comportano l’evirazione, quindi tutto sommato ci potete stare.
Molto più seria invece è la faccenda con Sergio, il quale, avendovi salvato il culo, pretenderà da voi una serie di favori con le sue fidanzate che vi impegneranno per i mesi a venire solo per salvare il suo, di culo.
Impegnativa.

E’ una nuova collega del terzo piano, siamo in un gruppo di lavoro insieme.
E’ un jolly, e come tutti i jolly, va giocato con attenzione, perché ce ne avete uno o due, poi finiscono.
Se decidete di giocare il jolly, la potreste passare liscia, forse anche liscissima, ma attiverete un meccanismo di controllo sui vostri spostamenti in ufficio che vi porterà rapidamente al soffocamento.
Quindi, prima di dire che in ufficio c’è una Debora, di cui avete il numero di cellulare, pensateci bene. Ergastolo.

Contrattacco.
Stiamo per esplorare una grande categoria di scuse, che con la debita attenzione può essere reiterata più e più volte, facendo leva su alcune innocenti vanità femminili.
La tecnica non è difficile, ma va praticata allo specchio per essere sicuro di non sbagliare i tempi. Il tempismo qua è tutto.
In sostanza, prima dovete cercare di negare, balbettare, trovare scuse infantili, poi, quando l’avversario è sbilanciato, come nel judo, partire all’attacco:
“Vuoi sapere chi è Debora? VUOI SAPERLO VERAMENTE? (alzare il tono della voce nella ripetizione) Debora è la responsabile del negozio Sephora sotto l’ufficio, e lo sai perché ho il suo numero? LO SAI? (ripetere, come prima) Perché domani è l’anniversario della prima volta che siamo andati insieme a Gardaland, e volevo regalarti il nuovissimo profumo di Gucci/Armani/Kenzo che ti piace tanto, e non ce lo avevano disponibile, e mi ha detto di chiamarla per sapere se era arrivato, va bene?”.
A questo punto, se siete stati bravi e convincenti, gli occhi di vostra moglie faranno improvvisamente “flap- flap”, e lei vi dirà “Oh…amore…” con lo stesso tono con cui Carrie Fisher guarda con occhi sognanti John Belushi in “Blues Brothers”.
Controindicazioni: da questo momento in poi sarete costretti a ricordarvi di tutte le vostre “prime volte”, e predisporre un apposito regalino a tema, dalla prima volta in cui siete andati al mare insieme, alla prima volta in cui avete passato il capodanno con le famiglie e così via.
Quindi funziona, è riusabile, ma molto, molto dispendiosa.

Confesso: sono stato io!
Solo per i più bravi. Qui si tratta di sfruttare il fatto che agli occhi di vostra moglie siete per lo più dei nullafacenti smidollati, e loro non pensano veramente che una donna possa interessarsi a voi, più che altro sono spinte da un istinto primordiale di protezione della specie.
Per cui, se sapete usare il tono giusto, basterà dire: “Va bene, lo ammetto, è una tipa che ho conosciuto in piscina, mi ha tartassato e alla fine ho ceduto, che cosa dovevo fare?”.
Vostra moglie vi guarderà con attenzione per un paio di secondi, mentre il calcolatore che ha al posto del cervello valuta tutte le ipotesi, poi vi misurerà con lo sguardo la panza, la pelata, gli occhiali da presbite, e alla fine molto probabilmente sbotterà in un “Ma dai! Ma chi vuoi prendere in giro!”.
Occhio: da non usare se siete poco poco passabili.

Coming out.
Se la situazione si mette male, potreste fare una confessione a metà: “Debora è il nome d’arte di un collega che frequento da un po’. Ultimamente ti devo confessare che il mio orientamento sessuale traballa.”
A questo punto nessuna donna avrebbe il coraggio di farvi un cazziatone.
Per motivi imperscrutabili, mentre avere un rapporto di qualsiasi tipo con una Debora femmina provocherebbe una specie di uragano, il fatto che Debora possa essere un uomo fa scattare una serie di meccanismi che vanno dalla tenerezza, alla pena, allo stupore, al senso di colpa.
E’ probabile che la serata possa finire con voi piangenti sulle sue ginocchia, e lei che vi carezza la testa cercando di capire dove ha sbagliato, ma intanto l’avete svangata.
Probabilmente tutto ciò vi costerà un buon numero di costosissime sedute di psicoterapia di coppia, ma credetemi, il divorzio è molto più caro.

Credo insomma che la fantasia di un uomo possa facilmente trovare ulteriori soluzioni al dilemma.
In ogni caso, qualsiasi cosa facciate, qualsiasi sia la vostra strategia di uscita, la prima cosa da fare appena le acque si siano calmate è di telefonare a Debora e dirle: “Cretina! Ma ti pare che quando vedi il mio numero sul tuo cellulare, rispondi ‘Ciao tesoro’? Ma non ti ho insegnato niente? ‘Buonasera, Dottore’ devi dire! E che cazzo, Debora!”