Romanzo – incipit

Dopo quattro anni di stasi il mio romanzo si muove. La storia c’è, i personaggi pure e mi sembrano abbastanza tridimensionali.
Sono circa a metà della prima stesura, e mi pare che fili.
Chissà, magari mi prende di nuovo il blocco e rimane lì altri quattro anni, oppure riuscirò a finire la prima bozza entro quest’anno.
In ogni caso, mi fa piacere condividere l’incipit, o meglio il primo capitolo, che è quello che ha dato fuoco alle polveri.
Il titolo provvisorio del romanzo è “Anni ’70”, e speriamo di finirlo prima del 2070…:-)
Un ringraziamento a tutti coloro che vorranno dare una sbirciatina.

1. La fotografia
Mi trascinai dall’ascensore alla porta di casa come se dovessi percorrere ancora dieci chilometri a piedi dopo una maratona; quei pochi passi che mi separavano da casa mia mi sembravano interminabili.
Davanti alla porta guardai la serratura con aria di sfida; volevo vedere se per una volta, stanco, sudato, depredato da qualsiasi interesse per la mia vita, sarei riuscito a trovare subito le chiavi per entrare.
Infilai le mani nelle tasche del cappotto, poi nella saccoccia esterna dello zaino, poi lo poggiai sul davanzale di un finestrone sul pianerottolo e iniziai a frugarne l’interno, nella vana speranza che le chiavi fossero la prima cosa che avrei toccato e non fossero invece nascoste in una di quelle sacche spazio temporali che richiedevano di solito almeno due minuti prima di dissolversi e restituirmi le chiavi.
Anche stavolta, dopo aver esplorato inutilmente tutti i meandri più oscuri delle mie tasche, riuscii a resistere all’impulso di gettare tutto a terra e urlare.
Non era un buon segno, mi dissi, mi stavo spegnendo. Neanche più una sana incazzatura.
Ormai prendevo ogni evento della mia vita, piccolo o grande che fosse, con rassegnazione, e ad ogni piccola angheria che la mia esistenza mi riservava alzavo le spalle e cercavo di farmela scivolare addosso, anche se sapevo che in realtà stava incidendo un altro graffio su un animo già segnato.
Finalmente riuscii a trovare le chiavi e ad entrare in casa.
Mi chiusi la porta dietro le spalle e non guardai neanche dove lanciavo lo zaino; ne percepii vagamente il tonfo sul pavimento poi mi trascinai in camera da letto, per spogliarmi in fretta.
Il venerdì era un giorno peggiore degli altri.
Ero stanco e la mia casa – per quanto malmessa, disordinata, senza capo né coda come me – mi sembrava l’unico posto in cui potessi lasciarmi andare e dimenticare.
Dimenticare di essere solo a quaranta anni; di avere una ex-moglie che viveva a mille chilometri; che mio padre non mi riconosceva quasi più ed era da due anni in una casa di riposo che non riuscivo a pagare con regolarità; dimenticare che non ne potevo quasi più del mio lavoro, e sforzarmi invece di ricordare che mi serviva quel maledetto stipendio per tirare avanti.
Dimenticare che non riuscivo a tenere una donna vicino per più di pochi mesi perché mi stavo chiudendo sempre di più in me stesso, e cazzo, non è divertente dividere la propria vita con un depresso cronico.
Non bevevo, non mi drogavo, almeno questo.
Però fumavo e mangiavo troppo: la strada ideale per un infarto in giovane età.
Mi diressi in cucina, ma erano già le otto e non mi andava di cucinare. Non era una novità, non mi andava mai.
Per fortuna la mia piccola casa – tutto quello che mi era rimasto dopo il divorzio – aveva una grande frigorifero, e nel congelatore i piatti pronti non mancavano mai.
Come quasi tutte le sere perciò il microonde fece il suo dovere; presi infine una coca e mi buttai sul divano davanti al televisore.
In teoria avevo un invito a cena da parte di una coppia di amici che volevano presentarmi una tizia, ma avevo già visto questo film: una quarantenne, pensai, o giù di lì, sola come me, che cercava qualcuno con cui dividere il suo letto.
Non ero interessato.
Accesi il televisore mentre masticavo senza sentire il sapore di quello che stavo mangiando, ma cambiai subito canale appena mi resi conto che stavano trasmettendo un telegiornale, ormai non mi interessava più neanche la politica, e men che mai i fatti di cronaca.
Cominciai a seguire una partita di calcio senza vederla veramente, e oziosamente pensai che in fondo quel pollo precotto con le patate riscaldato non era male, considerando la mia situazione.
Presi un sorso di coca e ricominciai a cambiare canale; il calcio non mi piaceva prima e ora lo trovavo fastidioso.
Infine trovai un compromesso con me stesso e mi fermai su un canale dove trasmettevano storia ventiquattro ore al giorno; una volta ci vidi l’epopea di Giulio Cesare e mi era piaciuta. Non ricordavo se fosse stato prima o dopo il divorzio; probabilmente prima, ma comunque posai il telecomando e continuai a mangiare.
Pensai che sarei dovuto andare a dormire presto: il giorno dopo avevo intenzione di uscire all’alba e respirare un po’ di aria buona. Magari potevo andarmene al mare, anche se il tempo non prometteva per niente bene. Anzi, proprio per questo, così non avrei rischiato di incontrare nessuno che conoscevo.
Continuai ad ascoltare distrattamente lo speaker che parlava di gruppi terroristici post-68: una volta mi piaceva la politica e anche la storia d’Italia, ma ora mi sembrava un teatrino in cui si muovevano solo figuranti di poco talento.
La voce in sottofondo continuò a raccontare di come dopo le agitazioni universitarie del ’69 alcuni gruppi teorizzarono la via del terrorismo come arma di lotta politica:
“Alcuni perciò rimasero nella politica ufficiale, altri passarono alla lotta armata e alla clandestinità. In quei tumultuosi, momenti iniziali, la polizia riuscì a identificare e ad arrestare una cellula terroristica: non sapevano che stavano rovinando la loro vita e quella di molte altre persone, in quel momento si sentivano degli eroi rivoluzionari, e la gioia di immolarsi per la rivoluzione era chiara nei loro occhi di ragazzini – 20 anni o poco più, figurarsi!”
Seguii con gli occhi lo slideshow mentre mangiavo, guardavo poliziotti fieri e terroristi alteri, sembrava di essere in un film di Sergio Leone: primi piani taglienti alternati a campi lunghi, la folla in silenzio.
Improvvisamente comparve una foto: una donna giovane con una gonna a pied-de-pule, una camicia chiara e un maglioncino a “v”. Le calze chiare e le scarpe basse.
Le mani dietro la schiena chiuse dalle manette e un poliziotto che la trascinava per un braccio.
I capelli, di media lunghezza, non riuscivano a nascondere lo sguardo cattivo, quasi feroce.
Misi in pausa e mi avvicinai per guardare meglio, con la bocca spalancata: la camicia era celeste e il maglioncino viola; la gonna bianca con i disegni neri e le scarpe marrone testa di moro.
La foto che scorreva sullo schermo in realtà era in bianco e nero, ma i colori li conoscevo a memoria.
Non ebbi bisogno di controllare per sapere che il giorno del mio battesimo mia madre portava gli stessi vestiti.

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In morte di Licio Gelli

La morte è ‘na livella, recitava il Principe de Curtis, e il sipario si è chiuso anche sul grande burattinaio, il maitre di tanti pasti indigesti che abbiamo dovuto mangiare per forza, l’uomo che direttamente o indirettamente è stato protagonista della vita italiana degli ultimi cinquanta anni.
Per i più giovani, e per i più distratti, vorrei raccontare in poche righe chi era Licio Gelli e perché oggi che è morto tutti, compreso me, scrivono di lui.
Ma è impossibile.
Gelli non è stato solo un uomo, un fascista conclamato, un appassionato peronista, un materassaio assurto a capo di una setta segreta.
Gelli è stato un emblema, anzi il principale emblema della tragedia tutta italiana che abbiamo vissuto nel dopoguerra.
Un paese di ignavi, di voltagabbana, di machiavellici governanti.
Un paese in cui mentre metà della popolazione, disgustata dal fascismo (che magari aveva anche abbracciato) finiva a votare PCI e a partecipare entusiasta a comizi di massa, l’altra metà cercava con tutti i mezzi, leciti e illeciti, di tenere in mano un potere che – cambiata la casacca nera con una grisaglia d’ordinanza – non aveva alcuna intenzione di mollare.
E intorno, due popoli, due schieramenti, due gruppi di nazioni che combattevano una guerra non con le armi convenzionali, ma con le armi dello spionaggio, del tradimento, delle esecuzioni sommarie, delle stragi di innocenti.
L’Italia, questo paese in cui abbiamo la fortuna di vivere, è stata al centro di tutto questo.
E Gelli era il centro del centro.
Era l’uomo che manovrava il potere operativo e politico, l’uomo che metteva i suoi adepti a capo di giornali, di imperi economici, nella Guardia di Finanza, a capo dei Servizi Segreti.
Era l’uomo che gestiva il vero potere in Italia, pronto a rispondere alla chiamata dell’occidente qualora fosse stato necessario, occupando il potere con tutti i mezzi possibili.
Il machiavelli del duemila, il vero, unico grande vecchio.
Ma siamo sicuri che sia andata così?
Perché Gelli, il materassaio di Arezzo, poteva veramente sperare di gestire in segreto il potere di un paese come il nostro contando su un’armata brancaleone composta da Berlusconi, Maurizio Costanzo, Bruno Tassan Din, un paio di generali, e altri comprimari?
Noi avremmo dovuto affidare le sorti della nostra appartenenza all’occidente a questo gruppo di pasdaran, e a trecento “gladiatori” comandati da un Presidente della Repubblica malato di protagonismo?
Io penso che il più grande segreto che Gelli abbia portato nella tomba è la consapevolezza, per tutti questi lunghi anni, di essere stato lo specchietto per le allodole.
Non era il grande vecchio, il regista.
Era un attore, come gli altri.
Come le Brigate Rosse, comandate da uno che andava regolarmente a prendere ordini dalla CIA.
Come i vari imprenditori, che però si mettevano magari un capomafia in casa.
Oppure giornalisti che volevano usare la parola come arma di offesa e rilancio, ma che mettevano in piedi magari ridicoli giornaletti che nessuno leggeva.
Per quanto questo paese sia sgangherato, bistrattato, incivile, ingovernabile, spaccato, per quanto abbia espresso e continui ad esprimere leader politici nel migliore dei casi improbabili, o più spesso truffaldini, per quanto noi italiani siamo un popolo di arruffoni, arronzoni, vigliacchi, voltagabbana, nonostante tutto ciò siamo un grande paese, bellissimo, con una storia alle spalle e un futuro davanti, fatto di milioni e milioni di persone che lavorano, amano, piangono, corrono, vivono, e no, non sarebbe bastato un materassaio e la sua armata di pecore per distruggerlo.
Ci sarebbe voluto, e c’era di sicuro in attesa, qualcosa di più.
Per questo, in questo momento in cui molti esprimono alla morte del Venerabile Gelli rabbia, rancore, odio, dispiacere, soddisfazione, nostalgia, e tutta una gamma di sentimenti che fanno capire da che parte si sta, per me è solo rimpianto.
Sì.
Rimpianto.
Perché con la morte di Gelli è definitivamente scomparsa la possibilità di guardarci negli occhi, di dirci cosa eravamo e cosa volevamo, vogliamo essere. Quali sono i nostri ideali. Che popolo siamo diventato.
Invece ora, ancora una volta, siamo in attesa di un altro machiavelli, un santone, un imprenditore, un giovane twittatore, qualcuno che ci governi senza sforzo e senza impegno.
Ho il rimpianto di aver buttato al vento la possibilità di avere un Paese migliore.

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La stazione di Bologna

Questa è una storia vera.
E no, non finisce bene.

Avere 17 anni nel 1980 era profondamente diverso che averli oggi.
Non c’erano i cellulari, per dirne una, e i genitori non potevano sapere dove fossero i loro figli, né chiamarli quando lo desiderassero.
Però questo conferiva agli adolescenti più indipendenza, maturità.
Forse però non è cambiato affatto il modo in cui si formano legami, amicizie, affetti, che magari durano un mese, il tempo di una vacanza, talvolta anche meno.
Il diciassettenne della nostra storia fece amicizia con un ragazzo di Milano, mentre era in vacanza a Rimini.
Un tipo un po’ pieno di sé, un bulletto, poco intelligente, molto diverso da lui; però per un po’ legarono, a tal punto che il ragazzo di Milano, quando fu il momento di tornare a casa, lo invitò a stare da lui un paio di giorni.
Milano, per un ragazzo di Roma, era un po’ un oggetto misterioso.
Ne aveva sentito parlare generalmente male, ovviamente da chi non la conosceva affatto, e aveva spesso incrociato nelle sue vacanze romagnole ragazzi milanesi che – altrettanto scioccamente – lo trattavano con una certa superiorità e disprezzo.
Erano gli anni di “Io vi odio a voi romani”, e dei prodromi di un “Roma ladrona” che tanto successo avrebbe avuto negli anni a seguire.
E forse, a ripensarci, quell’invito non fu fatto poi con tanta convinzione, ma tant’è: il diciassettenne romano accettò, e in una calda giornata di agosto prese il treno da Rimini per andare a Milano.
Il treno non era certo uno di quei comodi e mai puntuali salotti che viaggiano ora sui binari nostrani.
Era un intercity di seconda classe, l’aria condizionata non c’era, gli scompartimenti pieni di gente sudata, e il viaggio sarebbe stata un odissea.
Il treno faceva una sosta a Bologna.
Forse all’epoca tutti i treni in Emilia facevano sosta a Bologna, chissà.
Bologna la conosceva, c’era già stato. In fin dei conti era vicina a Rimini, luogo delle sue vacanze estive, ma quando il treno si fermò, scese comunque per sgranchirsi le gambe e curiosare.
Aveva dieci minuti di tempo, forse qualcosa di più.
Era mattina presto.
Scese dal treno in mezzo a gente che fumava selvaggiamente.
Prese una copia de “l’Unità” ad un’edicola, e arrivò fino al piazzale della stazione.
Ad agosto, soprattutto nel fine settimana, le stazioni principali sono caotiche, piene di gente, il caldo appiccicoso: pensò di tornare subito indietro all’ombra, e diede un’occhiata di sfuggita all’orologio mentre rientrava.
Le 10.20.
Mentre tornava indietro, passò per la sala d’attesa.
Decine di persone accaldate con le valigie che sembravano dover scoppiare attendevano le coincidenze; oppure aspettavano l’arrivo di qualcuno che doveva tornare a casa.
Il ragazzo salì di nuovo sul treno, uno dei primi binari.
Caldo.
Silenzio.
Un silenzio irreale.
Si guardò intorno, e per un brevissimo momento il tempo sembrò fermarsi.
Le persone gli sembravano immobili.
Nessun suono arrivava alle sue orecchie.
Poi, improvviso, con uno stridio, il treno si rimise in marcia verso Milano.
E il ragazzo si sedette di nuovo nello scompartimento puzzolente.
Era il 1 agosto 1980.
Il giorno dopo, l’inferno.

Come è ovvio, il ragazzo del racconto sono io.
Ci sono andato vicino.
A volte la vita è fatta di bivi, svolte, scorciatoie, e non sai mai quando hai imboccato quella giusta.
Per 85 persone non è andata così, e nonostante le sentenze, è ancora una ferita apertissima.

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