Il segreto

Scritto sul treno Torino – Roma il 31 gennaio 2017

Esco dall’edificio e mi fermo sul marciapiedi.
Fa freddo, in questa giornata di pieno inverno, e se fossi uno scrittore maledetto come Steinbeck o Roth o dio non voglia Bukowksi avrei un cappotto grigio, liso, il bavero rialzato e una sigaretta in bocca, novello James Dean tra le pozzanghere di Manhattan.
Invece sono solo uno scrittore di gialli seriali, buoni per pagare le bollette e mantere dignitosamente una famiglia ma non vincerò mail il Nobel per la letteratura; un uomo di mezza età stretto in un giaccone dal colore indefinibile e una sciarpa celeste senza senso.
Improvvisamente mi accorgo della chiesa che ho di fronte, e alzo la testa ansiosamente: ho un disperato bisogno di bellezza, e il mio cervello registra la grandiosità di questa chiesa prima che io possa vederla veramente.
Ma man mano che i miei occhi salgono al cielo la vista è riempita dalle ragnatele dei tram e da un cielo color acciaio, che disturba la bellezza del marmo.
Qualcuno dice che a Torino la nebbia sia scomparsa da tempo; forse è vero, ma in queste fredde mattine invernali il cielo sa essere di un grigio così deprimente che forse rimpiango la nebbia, almeno non era possibile vedere un cielo così brutto.
Il mio desiderio di bellezza non è stato esaudito, e allora chiudo gli occhi.
Li chiudo e penso a venti anni fa.

Venti anni fa a Torino non c’erano state ancora le Olimpiadi, la città era più brutta, e sporca, quasi abbandonata, ancora in preda alle fabbriche e alle automobili.
Ogni volta che salivo da Roma mi sembrava di arrivare in un paese straniero, tanta era la differenza.
Non mi piaceva Torino venti anni fa, però venti anni fa ero giovane, non ero sposato e parecchie cose sembravano più belle comunque.
Venivo ogni tanto a trovare Alberto, il mio compagno di università che si era trasferito qui per lavorare in un’azienda di informatica.
Grande Alberto. Le cose della vita ci hanno diviso, non ci facciamo più neanche gli auguri di buon anno ormai, però so che ci sei, che sei qua in giro e mi fa piacere saperlo.
Venti anni fa però Alberto era ancora il mio miglior amico e venivo a trovarlo quando potevo.
Lui scendeva a Roma spesso a dire il vero, ma tornava per andare a casa dai suoi, aveva un sacco di persone da vedere, e insomma stavamo meglio quando io salivo e rimanevo qualche giorno a casa sua, una di queste mansarde dell’ottocento come si possono trovare solo a Torino
Eravamo ancora abbastanza giovani per voler passare le serate in giro nei locali e per attirare l’attenzione delle ragazze, e ne approfittavamo; eccome.
Non posso dire che fossero storie molto importanti, no. Di molte non ricordo neanche il viso, figuriamoci il nome.
Poi una sera entrò lei, in questo pub dove io e Alberto eravamo seduti al banco con una birra in mano, e la mia vita si fermò.
Ricordo la faccia di Alberto, anche lui rimase di stucco.
La bellezza di Sara irradiava in ogni direzione, era impossibile rimanere impassibili, quei denti bianchi quasi perennemente esposti in un sorriso coinvolgente, le labbra carnose, gli occhi di un verde scuro che brillavano anche al buio.
Lei entrò e tutti si girarono a guardarla.
Ma non era solo la bellezza fisica che colpiva, anzi.
Se riguardo le foto di allora mi rendo conto che in fondo era una ragazza normalissima, non tanto alta, il seno piccolo, le spalle ossute, un naso pronunciato.
Ma aveva carisma. Un carisma che esplodeva dagli occhi e dalle mani e nessuno ne era immune.
Neanche io, certo.
Neanche io.
Quando entrò quella sera era con un’amica e rideva, rideva di quella risata squillante che si insinuò nelle mie sinapsi fin dal primo momento, rideva perchè la vita è meravigliosa e lei lo sapeva, e non è importante il motivo per cui rideva quella sera, è importante che ci fosse, che fosse lì.
Che fosse lì per me.
Anche se non l’avevo mai vista prima lei era lì per me, e quando mi vide il suo sorriso si ridusse ad una piega delle labbra, ma gli occhi non cambiarono espressione.
Si vennero a sedere vicino a noi e Alberto lo prese come un invito perché cominciò subito a chiacchierare con loro.
Era bello Alberto, chissà se lo è ancora. Magari ha perso tutti i capelli, è ingrassato di quaranta chili, o forse è ancora un uomo che fa effetto sulle donne.
Ma quella sera era sicuramente il più bello tra noi due e non aveva remore a parlare con due sconosciute.
A dire il vero parlò solo con l’amica, perché Sara beveva una birra in silenzio e mi osservava, e anche io: bevevo e osservavo.
Non passò molto tempo che finimmo tutti seduti su un divanetto, con molte altre birre davanti, con Alberto e l’amica di Sara chiaramente destinati a finire la serata in maniera divertente.
Io e Sara scambiammo qualche parola, parlammo del più e del meno.
Ad un osservatore disattento poteva sembrare che non avessimo molto da dirci, ma in realtà stavamo comunicando in altro modo.
Fu in quel momento che lei mi prese improvvisamente un braccio e mi sussurrò all’orecchio:
– Io ho un segreto. So una cosa che non sa nessuno. –
E’ pazza, pensai.
Così meravigliosamente bella e affascinante, ma pazza.
Derubricai il potenziale incontro con lei ad una scopatina passeggera e indossando un sorriso di ordinanza le chiesi:
– E quale sarebbe questo segreto? – sperando in cuor mio che non mi raccontasse nessuna assurda storia su alieni, o virus, o scie chimiche, o qualsiasi altra coa che mi costringesse a rinunciare ad una notte di sesso che mi sembrava ormai molto probabile.
Mi sbagliavo. Sulla sua pazzia e sulla notte di sesso. Nessuna delle due cose era reale.
– Se te lo dico, che segreto è? – rispose con una logica inconfutabile – Ma una cosa posso dirtela: riguarda te. E me. –
Spalancai la bocca per la sorpresa.
Se voleva attirare la mia attenzione c’era riuscita, anche se non sarebbe stato necessario: il suo sorriso e i suoi occhi erano più che sufficienti.
Cercai di estorcerle altri dettagli ma non ci fu nulla da fare.
Un segreto è un segreto, si schermì, e non disse più nulla.
Nei due anni che passammo insieme, un po’ a Roma, un po’ a Torino, un po’ in giro per il mondo, le chiesi spesso di questo segreto, ma fu irremovibile.
In compenso mi rivelò altri segreti.
Mi face accedere ai segreti del suo corpo, accendendo una passione che non è mai tramontata.
Mi insegnò ad amare in un modo diverso, accettando una persona per quello che è, e non per quello che tu vorresti che fosse, e anche se questo mi è costato un po’ da mandare giù è la cosa di cui le sono più grato.
E mi insegnò a piangere, quando mi disse che mi lasciava, che andava a vivere altrove, e che la nostra vita insieme terminava in quel momento.
Me lo disse mentre facevamo l’amore, mi disse che sarebbe stata l’ultima volta e che dopo lei sarebbe andata via e non ci saremmo più visti né sentiti.
Non pianse, lei, mentre me lo diceva, ma mi asciugò le lacrime con quelle labbra magnifiche e mi fece vedere il suo sorriso per l’ultima volta.
Quando fu tutto finito mi abbracciò a lungo, mi raccontò storie che non conoscevo della sua infanzia, della sua famiglia, dei suoi amici.
Poi mi aiutò a vestirmi, come si veste un condannato a morte, e mi guardò andare via.
Non mi girai.

Riapro gli occhi, sono rossi di lacrime, maledizione.
La chiesa è ancora là, il cielo è ancora grigio e i fili dei tram continuano ad intrecciare ragnatele su tutta la città.
Finalmente attraverso la strada, mentre con un fazzoletto cerco di pulire gli occhiali, sporchi di lacrime e dolore.
Arrivo dall’altra parte e dò una rapida occhiata all’edificio a mattoni da cui sono uscito.
In questa città tutta la vita scorre forte dell’eredità sabauda e certi nomi sono ricorrenti: Vittorio Emanuele, Carlo, Elena, Maria Vittoria.
Maria Vittoria.
Cerco di ignorare la scritta che campeggia sopra l’ospedale e mi giro, ma non posso camminare, ho gli occhi pieni di lacrime e il freddo mi prende il naso.
Mi fermo e chiudo gli occhi di nuovo.

Non seppi più nulla di Sara e tagliai rapidamente le frequentazioni con Alberto: non volevo più venire a Torino per paura di incontrarla o anche solo di incontrare qualche amico comune che mi parlasse di lei.
A Roma cominciai ad uscire con Elisa; ci conoscevamo da un po’ ma chissà perché non era scattato nulla. Lei aveva una storia di poco conto, andammo al cinema un paio di volte prima di finire a letto insieme.
Un anno dopo eravamo sposati e cinque anni dopo avevamo una casa, due figli maschi ed eravamo felici.
Sara non scomparve mai veramente dai miei pensieri e un paio di volte fui molto vicino a chiamarla per sapere come stava, ma l’avevo amata in maniera così profonda e totale che rispettare la sua volontà mi sembrava il minimo.
Poi è un fatto che la vita prende direzioni inaspettate e meravigliose, e non mi sembrava il caso di rovinare quello che avevo costruito per un amore giovanile.
Mentivo però, sapete.
Non su tutto, ovviamente.
Ma Sara non era stato un amore giovanile.
Era l’amore della mia vita ed era finito senza un motivo, e io non me ne sarei mai fatto veramente una ragione.
Tuttavia ero arrivato a patti con me stesso e con lei su questa cosa, e poi la mia vita era bella e piena, non posso che dire questo.
Era bella, sì.
Poi un giorno il mio telefono squillò, e anche se non era più nella mia agenda – colpa di decine e decine di telefoni che avevo cambiato in venti anni – il suo numero mi era rimasto impresso nella memoria.
Guardai il numero di Sara che urlava sul mio telefono finché dopo un tempo apparentemente interminabile ebbi il coraggio di rispondere.
Non dissi nulla.
Sentivo la sua presenza.
Aspettò qualche secondo, poi disse:
– Sto male. Vieni su. –

Un sorriso ironico mi compare sul viso mentre guardo l’edificio dove è Sara in questo momento.
Non ci sarebbe niente da sorridere, ma ho sempre cercato di vedere l’ironia nelle cose dell’universo, ed essere qui, averla rivista, e scoprire di aver passato venti anni senza di lei e non poterla neanche sgridare, mi sembra una beffa.
Ripenso ai momenti frenetici degli ultimi giorni, a mia moglie, a cui ho dovuto raccontare di Sara e del perché dovevo andare su, ad Alberto, che ho chiamato dopo tanti anni per scoprire che sapeva già tutto; lui i contatti con Sara non li aveva mai persi.
Al taxi che non si trovava, al treno che non arrivava mai, alla corsa per tutta Torino.
Al freddo, al cielo grigio, alla chiesa, ai fili, alle macchine, a dio, a perché lui non c’era mai quando mi serviva nella mia vita, al perché ho dovuto sempre sopportare tutto da solo e camminare con le mie gambe.
Ma ora le mie gambe non mi reggono più, devo sedermi.
E non posso evitare di guardare l’edificio e pensare a poche ore fa, quando sono entrato in quella stanza in penombra solo per guardare con angoscia quel simulacro di una donna che una volta mi saltava sulla schiena a piè pari, e mi mordeva il collo facendomi sanguinare, urlando “sono il tuo vampiro”, e quando mi incazzavo si toglieva di corsa la maglietta scoprendo il seno piccolo ma dritto dicendomi “mi puoi perdonare?”.
Sì, Sara. Ti posso perdonare.
Anche stavolta, anche se non capisco, ti posso perdonare, per quanto ti ho amato e ti amo ancora.
Mi sono avvicinato al letto, cercando disperatamente quegli occhi, quel sorriso, quelle labbra.
Non potevo parlare, non ci riuscivo, neanche quando mi ha sussurrato all’orecchio:
– Lo vuoi sapere allora qual è questo segreto? –
Ho fatto cenno di sì con la testa, perché la gola era bloccata da tutto, da pianto, angoscia, paura.
– Io lo sapevo. Sapevo che sarebbe finita qui, ora. Non mi chiedere come, non te lo so dire, o forse sì ma non importa. Sapevo che ti avrei lasciato solo, che tu saresti uscito sconfitto. Che avresti costruito la tua vita su di me, come io su di te, che avresti eretto una casa sulle fondamenta della nostra storia, e in questa casa avresti messo tutto te stesso come fai sempre, come fai per tutto. Ma quando io me ne fossi andata tu ne saresti rimasto annichilito. E io non lo volevo. Non lo voglio. Ti amo come tu ami me, e ti ho regalato quello che ho potuto: una vita felice, una famiglia che ti adora. E questo giorno sarà meno difficile, ora puoi sopportarlo. –

Come si fa? Ditemi, come si fa? Ad odiare una donna che ti ama così.
Eppure io la odiavo, e la odio, perché il mio stupido orgoglio di uomo mi dice che no, che io ce l’avrei fatta, che avrei potuto sopportare tutto se solo mi avesse fatto stare con lei, che non è giusto, non è giusto, che non è questa la vita che volevo.
Che io non voglio essere felice, non voglio sopportarlo.
Io volevo stare con lei, vivere per lei e morire per lei.

Erano così evidenti le mie emozioni, così evidenti, che Sara è stata costretta a fare uno sforzo immane per mettermi una mano sul viso.
Ho chiuso gli occhi, perché non sentivo quella mano da venti anni e volevo assaporarne ogni millimetro e imprimerla nella memoria per sempre, perché non l’avrei sentita mai più.

Ho chiuso gli occhi là dentro, i miei e i suoi, e li riapro ora.
Cerco di respirare, ma è come se quest’aria fredda di gennaio fosse così spessa da non riuscire a superare le narici, l’ossigeno mi manca, sento il cuore battere furiosamente e i polmoni contrarsi senza sosta.
Poi, piano piano, riesco ad alzarmi, mi tolgo gli occhiali, tanto non c’è nulla da vedere, no!?
Solo una chiesa, un cielo grigio, e una ragnatela di fili che attraversa la città.

santalfonso

Annunci

I vecchi

Un racconto

Tarderà un po’, mi ha chiamato affannata come al solito: “Aspettami, arrivo al massimo tra mezz’ora”.
Le conosco bene le mezz’ore di Giulia, ormai.
Vuol dire che dovrò rassegnarmi ad attenderla un bel po’, ma non ho fretta.
Compro il giornale e poi mi rendo conto che questa bella e nuova stazione di Torino non ha una sala d’aspetto.
Certo, i binari sono più importanti delle poltrone, ma una stazione è anche il cuore vitale di una città: se non ci sono negozi, bar, ristoranti, sale d’attesa, è solo un guscio vuoto, ed è esattamente questa l’impressione che mi fa oggi Porta Susa, anche con il sole che cerca disperatamente di riscaldare le travi metalliche ghiacciate dalla nevicata di ieri.
Alla fine mi siedo su delle panchine che trovo al binario uno; sono fredde, e il culo mi si gela subito.
Mi tiro su il cappuccio del giaccone, stringo la sciarpa, metto i guanti e mi rannicchio per conservare il calore il più possibile.
Potrei andare a cercare un ristorante, o un fast food, ma sono stanco; il viaggio da Roma è stato lungo, e preferisco starmene qui a leggere.
Non ho neanche finito il primo articolo, che la mia attenzione viene distolta e lo sguardo attirato da una figura che scende piano le scale.
Piano, è un eufemismo. Pianissimo. Nel silenzio generale e nella vuotezza dei binari senza treni questa figura compare nel fotogramma della mia mente un po’ per volta, fino a diventare preponderante.
E’ una signora anziana. Vecchia, più che anziana, molto vecchia.
Ha un giubbotto beige, dei pantaloni di velluto verdi e degli stivali foderati di pelliccia, non saprei dire se vera o finta.
Alle mani due guanti grigi di lana, con le punte di un grigio più chiaro.
In testa indossa uno zuccotto di lana bordeaux e degli occhiali con la montatura sottile e dorata.
Se non fosse per i colori abbinati in maniera assordante potrebbe definirsi quasi elegante.
Eppure c’è qualcosa di lei che mi ricorda una barbona; non può essere l’abbigliamento, e neanche lo sguardo, che è serio ma intelligente.
Ecco, ora capisco: è l’incedere incerto, una spalla più bassa dell’altra, i piccoli passi attenta a non inciampare, la testa china come in un gesto di umiltà, ma più probabilmente dovuta all’incapacità di molti vecchi di camminare eretti.
Non riesco a distogliere lo sguardo, ne seguo ogni piccolo movimento, ogni gradino che riesce a scendere, ogni respiro, ogni colpo di tosse che la fa sobbalzare.
Infine conquista il suo traguardo: arriva sulla piattaforma e si dirige decisamente verso di me.
In parte maledico di essermi seduto sulla prima sedia disponibile, ma d’altronde non potevo prevedere questo evento.
Provo un grande imbarazzo, perché con il mio sguardo ho indagato e scrutato questo pezzo della sua vita, per quanto piccolo, e ora lei viene verso di me, come se avesse sentito il mio richiamo, penso; come se volesse sgridarmi, temo.
Invece quando arriva il suo sguardo è corrucciato, ma cordiale:
– Arriva qui il treno per Milano? –
Non lo so, a dire il vero. So che il mio treno è passato per Milano, ma non so dove e quando ne partirà uno.
Le vorrei consigliare di guardare i tabelloni luminosi, ma sospetto che per lei sia complicato alzare la testa.
Potrei offrirmi di andare a vedere io, ma prima che il mio cervello decida cosa fare lei è già in marcia, passetto dopo passetto, verso una figura lontana, seduta come me, ma molto distante dalle scale.
Appoggio nuovamente la schiena alla sedia, mi rendo conto solo ora di quanto fossi in tensione.
Chiudo gli occhi.
E’ da quando sono piccolo che mi chiedo cosa hanno in testa i vecchi.
A dire il vero, da ragazzino la parola “vecchi” non aveva un grande significato: i nonni erano persone create così, già anziane, e avevano solo un dovere nella vita: aiutare i genitori e viziare i nipoti.
Il fatto che potessero morire, e ad un certo punto morirono effettivamente, non era contemplato, perché essere “vecchi” non era per me un passaggio, un’evoluzione, ma uno stato permanente di alcune categorie di esseri umani, che erano nati così e così sarebbero rimasti per sempre.
Solo i bambini cambiavano e crescevano. Così credevo.
Una volta adulto, quando la magia dell’essere vecchi era svanita per sempre, mi sono chiesto più volte: “che cosa pensano i vecchi della vita”?
Magari ringraziano il loro dio per ogni giorno in più che gli viene donato?
Oppure pianificano viaggi, l’esplorazione di nuovi territori del corpo e della mente, incuranti del tempo che potrebbero o non potrebbero avere?
O invece lasciano che la malinconia li pervada, guardano i giovani con un misto di tenerezza e invidia, pensano alle cose che non hanno fatto, o che hanno fatto male, e permettono al rimpianto di prendere possesso della loro anima?
I vecchi mi sono sempre sembrati dei fortini inespugnabili: man mano che gli anni passano, si chiudono in se stessi, fortificano la loro corazza, e non permettono più al mondo che li circonda di penetrare la loro anima.
Alcuni diventano eccessivamente severi, altri inutilmente ridicoli, tutti indifferenti.
Non si preoccupano più, i vecchi, di quello che gli altri pensano di loro: è finito il tempo dell’imbarazzo e delle giustificazioni; dei sensi di colpa e della morale.
I vecchi sono rocce che si staccano dallo scoglio, libere di affondare senza l’obbligo di dover rimanere insieme.
Non devono sostenere più nulla.

Ho ancora gli occhi chiusi quando il rumore dei tacchi si fa strada nella mia testa.
Quasi sicuramente mi sono addormentato, perché tutti questi pensieri non girano nella mia testa quando sono sveglio.
Non sono mai stato un grande filosofo, probabilmente mi sono dovuto addormentare per elaborare qualcosa di più profondo.
Apro gli occhi ma non li giro verso le scale: guardo a sinistra cercando la vecchia, che ormai non c’è più. Il treno per Milano alla fine non è arrivato, e lei è persa chissà dove nella sua ricerca.
Giro infine la testa solo quando sento la voce squillante di Giulia che mi chiama:
– Papà! Papà! Eccomi! Scusa il ritardo, ma ho dovuto chiudere una cosa importante prima di uscire dall’ufficio. –
Mi giro e la guardo. Mi sorride.
Madonna come è bella. Non la vedo mai, ma ogni volta mi sembra che sia sempre più alta, e più magra e più giovane della sua età.
– Scusami tanto, spero che tu non abbia preso freddo. Dai, corriamo a casa, le bimbe ti aspettano. –
Non dico niente, alzo piano il collo per farmi dare un bacio. Profuma. Chiudo un attimo gli occhi e mi godo questa invasione dei sensi.
Quando li riapro lei è inginocchiata davanti a me, la gonna che le scopre le ginocchia, e il cappotto lungo che quasi tocca a terra.
Mi prende le mani, e sussurra ora.
– Ti aiuto, vuoi? La macchina è qui davanti, non devi camminare tanto –
Faccio un gesto con la mano, come per dire “ce la faccio”, poi però quando appoggio i palmi alla sedia per tirarmi su sento che le ginocchia mi tremano.
Allora lei mi prende sotto un braccio e mi solleva.
Mi alzo del tutto, con una mano cerco di togliere le pieghe dal mio cappotto.
Mi sistemo il cappello, controllo di avere tutto e mi avvio.
Lei mi prende un braccio, me lo stringe delicatamente, mi si appoggia.
– Facciamo così – mi propone – andiamo sotto braccio, come due fidanzati, che ne dici? –
Io adoro questa donna, che sa sempre cosa dire e come dirlo. Mi ricorda sua madre, e sorrido anche per questo.
– Un fidanzato di quasi novanta anni? – le rispondo – Ci può stare, sai? Non mi sono mai sentito così giovane come oggi –
Mi godo la sua risata, i suoi capelli lunghi che oscillano, e cerco di tenere almeno la schiena dritta, mentre piano piano, passo dopo passo, salgo le scale abbracciato a mia figlia.


Torino Vetrina Pasticceria

Photo by rodocarda