16 Marzo 1978

Il 16 marzo del 1978 non avevo ancora 15 anni, andavo in prima liceo e mi svegliai alle 7 di mattina per essere accompagnato a scuola da mia madre, su una vecchia 500 grigia.
Qualche volta avevo cominciato ad andare da solo, in autobus, ma per lo più ancora mi accompagnava mia madre: era un percorso difficile, il mio liceo era lontano, e per arrivare dovevo prendere tre autobus, ed ero ancora più o meno convalescente a causa di un brutto incidente accaduto pochi mesi prima.
Avevo rischiato seriamente di rimanerci secco, in quel preciso momento avevo i legamenti del ginocchio che non funzionavano gran che bene e una sbarra di acciaio infilata dentro il midollo del femore sinistro; a settembre mi aspettava un’altra operazione, e insomma non ero proprio in forma.
L’incidente che aveva messo a rischio la mia esistenza era accaduto a Terracina, un paesino di mare non lontano da Roma, dove eravamo soliti andare in vacanza.
Negli anni passati a Terracina ricordo che spesso dopo il mare si facevano delle passeggiate verso il corso, a prendere un gelato al Lido, all’epoca lo stabilimento di punta, e sul grande marciapiede non era inusuale incontrare un uomo sulla sessantina che però sembrava già vecchio: era alto, silenzioso, e con una frezza bianca in mezzo ai capelli.
Era sempre solo, se c’era qualcuno a proteggerlo non me ne accorgevo.
Se lo salutavi, e mio padre lo salutava spesso quando era con noi, rispondeva con un sorriso, le braccia dietro la schiena; era vestito sempre elegantemente, non sembrava certo un turista.
Non saprei dire quante volte lo abbiamo incontrato, ma me lo ricordo benissimo perché una volta mio padre cercò di presentarlo a mia sorella, che era piccolina, forse tre o quattro anni.
Si chinò e le disse: “Sai chi questo signore? è l’Onorevole Aldo Moro”
Lei però non ne rimase impressa, e forse neanche io.
Ma quel 16 Marzo del 1978 mi sarei ricordato di quegli incontri, eccome.
Mentre io ero a lezione, l’uomo con la frezza bianca si mosse da casa insieme a 5 uomini della sua scorta.
Erano in tutto sei persone perbene: questo punto è importante.
In un paese normale sei persone perbene non dovrebbero temere per la loro vita, ma l’Italia degli anni settanta non era un paese normale, con oltre 200 sigle terroristiche attive e migliaia tra attentati, omicidi, rapine, e altri atti di rivolta ogni anno.
La scorta di Aldo Moro era composta per lo più da persone di fiducia, che lo accompagnavano da anni, e che forse, abituati alla mitezza dell’uomo, non avevano così chiaro che in questo universo esistono le pecore ma anche i lupi.
E così andavano in giro con due macchine non blindate, con le pistole d’ordinanza dentro il vano portaoggetti, e i mitra, che non oliavano quasi mai, nel bagagliaio, non proprio pronti all’uso.
Non c’era nella loro azione la frenesia che si vede in tanti film americani, erano persone di casa, quando lo andavano a prendere la moglie offriva loro il caffè, quando andava in chiesa magari lo accompagnavano dentro oppure stavano fuori a fumare, insomma erano una famiglia più che una scorta militare.
Sei persone perbene che alle 9 di mattina di quel 16 marzo imboccarono con le due macchine di servizio Via Mario Fani, una strada in discesa che da Via Trionfale porta verso Via Stresa: una bella zona residenziale, dove vivono professionisti, alta borghesia, insomma non i Parioli ma quasi.
Quel giorno però Via Fani divenne il crocevia della storia.
In quel crocevia doveva trovarsi anche un fioraio, tale Spiriticchio, ma quando si svegliò nell’abitazione dove risiedeva al centro di Roma scoprì che tutte le gomme del suo furgone erano state squarciate: la storia, per mano delle BR, scelse di avere una strada sgombra piuttosto che un fioraio in mezzo all’incrocio.
Per un fioraio che non era lì quando sarebbe dovuto esserci, all’incrocio tra Via Fani e Via Stresa quella mattina c’era invece una persona che non doveva trovarsi lì: un ufficiale dei servizi segreti, che per imperscrutabili motivi camminava in quell’incrocio poco prima della sparatoria. Identificato e interrogato sostenne che stava recandosi a pranzo da un amico. Il 16 Marzo 1978, un giovedì, c’era qualcuno che andava a pranzo da amici, ma forse era un po’ in anticipo. Uno dei tanti misteri di questo tragico avvenimento.
Se qualcuno avesse poi guardato con attenzione, avrebbe potuto vedere un’altra persona che non doveva essere lì quel giorno: in cima a Via Fani una donna, ritta in piedi, con un mazzo di fiori in mano. Ma il fioraio quel giorno non c’era.
E poi altri ancora: una macchina all’incrocio, un’altra macchina dall’altra parte, quattro persone con una divisa dell’Alitalia sedute a chiacchierare fuori da un bar chiuso.
Una scena surreale, a Via Fani, quel 16 Marzo 1978.
Ed eccole, le due macchine che lentamente imboccano la strada in discesa.
Stanno accompagnando il loro passeggero in chiesa: come ogni mattina vuole pregare, per poi recarsi in Parlamento a votare a favore del suo capolavoro politico.
Il compromesso storico, la prima volta che in Italia il Partito Comunista appoggerà un governo democristiano nel tentativo di creare una democrazia compiuta, per preparare un’alternanza al potere che allarghi la partecipazione del popolo.
Questo è il sogno di Aldo Moro, questo è quello per cui quest’uomo invecchiato precocemente ha lottato per tutta la sua vita politica, e questo è ciò che lo ha condannato a morte.
Non ci illudiamo che siano vere le frasi dei pentiti: l’attacco al cuore dello stato, il Presidente della DC simbolo del potere, l’uomo più importante.
Non è vero niente. Il vero potere, in quei giorni, è in mano ad altri esponenti DC, Andreotti in primis, e il potere segreto e ancora più reale lo tengono ben stretto Gladio e la P2, al soldo della CIA.
Aldo Moro è invece un folle, un sognatore, un idealista, uno che crede in dio e negli uomini, non necessariamente in quest’ordine.
Uno che ha convinto il vecchio comunista Berlinguer a dargli fiducia, ad accettare di votare ministri quanto meno chiacchierati.
Uno che ha lavorato, cucito e ricucito per mettere in piedi questo governo, senza sapere che lo avrebbero usato, anche i suoi compagni di partito, per continuare a gestire il potere nello stesso identico modo.
Un uomo di grandissima intelligenza e moralità, ma probabilmente una delle persone più ingenue che abbiano rivestito ruoli di Stato nel nostro Paese: un’ingenuità che perse infine solo durante i 55 giorni di prigionia, quando si rese conto che tutte le persone su cui aveva fatto affidamento, dai suoi amici Andreotti e Zaccagnini, al vecchio comunista, fino al Papa, lo avrebbero lasciato solo.
Uno statista che aveva così fiducia nella sua missione da andarla a raccontare al Segretario di Stato americano Kissinger, per avere un avallo di quella operazione così importante e delicata, ottenendone invece un’esplicita minaccia di morte che lo prostrò al punto di dover passare una settimana in ospedale.
Quest’uomo non era affatto il più potente, né il più scaltro, né colui che deteneva un vero potere di interdizione.
Era solo il più ingenuo, il più perbene, il più facile da colpire e quello che voleva davvero cambiare le cose, anticipando l’inevitabile cambiamento che era nell’aria per permettere al suo Paese di guardare al futuro.
Un delicato rivoluzionario.
Quando finalmente arrivò in Via Fani, quella mattina del 16 Marzo 1978, la donna con il mazzo di fiori senza fioraio lo alzò bene in vista e lo sventolò.
L’uomo con la macchina all’incrocio rallentò, si immise davanti alla scorta, e si fermò.
Gli avieri al bar aprirono le borse e ne trassero pistole e mitra.
Un’altra macchina si mise dietro alle due della scorta per bloccarne la manovra.
L’agguato era cominciato, e finì in pochi minuti.
Cinque uomini morti sul terreno, 91 colpi, di cui 50 a segno.
Una strage.
Il resto è importante, ma forse meno: i depistaggi, il comitato di emergenza in mano a Cossiga e alla P2, la banda della Magliana incaricata dai Servizi Segreti di scrivere il de profundis per Moro, le ricerche capillari ma indirizzate verso il nulla, le trattative nascoste, il Papa ormai malato che disattende le indicazioni della famiglia e condanna definitivamente il suo amico al massacro, la Renault rossa, Via Caetani, la fine.
Il 16 Marzo 1978 avevo quasi 15 anni ed era quasi Pasqua.
Avrei passato 55 giorni stupito, impressionato dai mitra spianati, dai controlli continui, dai Carabinieri in assetto di guerra.
Non sapevo che stavo assistendo alla storia, ma se l’avessi saputo non avrei voluto vederla.



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Al lago – racconto per un concorso

Qualche mese fa il settimanale “D” allegato a Repubblica ha lanciato un concorso letterario.
Lo scopo era di completare un racconto scritto da Alessandro Baricco.
I racconti prescelti sono stati pubblicati su D del 24 dicembre 2016 e ahimè il mio non era tra quelli selezionati, ma come raramente mi succede penso comunque di aver fatto un buon lavoro e di aver trovato una chiave di lettura interessante per completare l’incipit di Baricco.

Per apprezzare lo sforzo è necessario PRIMA leggere l’incipit di Baricco:
racconto-al-lago

e poi potete godervi il finale a cura del sottoscritto 🙂 , che troverete di seguito.

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Trenta e venti fa cinquanta, meno dieci fa trenta.
L’aritmetica della mia vita non segue le regole, i numeri partono da trenta, gli anni che avevo quella notte, oppure da dieci, gli anni di mio figlio, o ancora venti e poi trenta che sarebbe dieci più venti e poi cinquanta.
Cinquanta e trenta.
Conto, sommo e sottraggo mentre resto appoggiata alla finestra a guardare paesaggi incantati: una roccia sul mare, un bosco infinito.
Tra due ore saranno cinquanta ma è un conto sbagliato: sono venti e trenta.
Sono anni che si inseguono e che segnano la mia pelle.
Guardo le mie mani e le vene raccontano una storia lunga e severa, più difficile di quella che il mio viso descrive allo specchio quando lo incrocio.
Non ho mai il coraggio di guardarmi, se lo facessi vedrei una donna ancora bella, con i capelli grigi raccolti da un lato e con un vestito che non nasconde le curve che l’età mi ha regalato.
Ma non importa, non importa più da molto tempo.
Continuo a guardare fuori stringendo una tazza di tè.
La finestra e poi un balcone sul mare, il motivo per cui sono venuta a stare qui. Da quel balcone come una polena mi sembra di solcare il mare della vita e scruto l’orizzonte in attesa del ritorno della mia nave.
Trenta meno dieci fa cinquanta: è il momento.
Mi siedo e chiudo gli occhi, mani invisibili sciolgono i lacci che chiudono i faldoni della memoria e per la prima volta dopo tanto tempo permetto ai ricordi di uscire, per risentire quella voce.
Amore?
Sta facendo buio, non è che puoi venirci incontro?
Corro, dico solo.
Parto, scruto il cielo nero, le nuvole gonfie di pioggia hanno spento il giorno prima del previsto.
Dieci minuti e sono là, comincio a chiamare, prima piano, poi più forte, piove, urlo mentre un fulmine incendia l’aria.
Passano due minuti e lui è là, affannato.
Solo.
Dio.
E’ solo.
Non chiedo niente, gli dò una torcia e corriamo verso il lago incuranti dei fulmini e delle radici che ci ostacolano. Recuperiamo la canna, poi una scarpa.
Ma lui non c’è. Non c’è, dio dei miei padri, non c’è.
Apro gli occhi ora perché un lago di lacrime preme per uscire e il sole mi ustiona il viso.
Venti e dieci fa cinquanta.
Dovrei chiudere gli occhi di nuovo, mi ero promessa che avrei fatto così.
Che a venti più venti più dieci lo avrei fatto tornare, almeno nella mia testa.
Ma, dio.
Il dolore è terribile.
Apro la finestra ed esco, mani sulla ringhiera, guardo giù.
La polena è sconfitta, la nave non tornerà, ora lo so.
Venti più venti più dieci più basta.
Finisce qui.

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P.S. Per chi volesse leggere i dieci racconti vincitori, li troverà a questo link
http://d.repubblica.it/attualita/2016/12/22/news/scrittori_10_vincitori_concorso_letterario_racconti_baricco-3351992/

 

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