Un’estate a Roma: “Non ti sento”

Racconto inserito nell’antologia “Un’estate a Roma” – Giulio Perrone Editore

Non sento niente, la musica assordante proveniente dagli stand, il traffico che attraversa il ponte, le persone che chiacchierano ad alta voce.
Non sento le grida per smistare le ordinazioni delle grattachecche né il rumore del metallo che trita il ghiaccio, né il fluire dell’amarena che si insinua nel ghiaccio e lo arrossa come sangue.
Alla Lungaretta non sento la fisarmonica dello zingaro che suona davanti ad un locale, il bicchiere che si infrange sul selciato sfuggendo di mano ad un cameriere, il fricchettone con la chitarra che canta.
A Santa Maria in Trastevere ci sono centinaia di persone ma non sento le loro voci, il rumore dei motorini che sgommano nella zona pedonale, le conversazioni sottovoce nei dei ristoranti di lusso.
Ignoro il sudore che cola copioso sul collo, ho camminato veloce, voglio lasciarmi tutta questa bellezza alle spalle al più presto.
A Sant’Egidio non sento il comizio che un politico sta tenendo davanti a un portone con una decina di persone a osservarlo, con la sua giacca troppo stretta e un fazzoletto per asciugare il sudore ogni due parole. Parole che non sento.
Svelto arrivo a Piazza Trilussa senza sentire niente, né il vociare nei vicoli, né le risate delle donne, né l’acqua che precipita incessante.
Attraverso la strada e quasi mi investe una macchina che passa: avrà suonato, penso, ma non l’ho sentita.
Corro su Ponte Sisto, e ripasso sopra il Tevere ingrossato, l’acqua deve fare un rumore d’inferno ma non lo sento, corro come un folle, sempre più forte, non sento il rumore delle scarpe, il respiro affannoso, la borsa che mi sbatte contro l’anca.
Non sento niente.
La maglietta è zuppa di sudore, rallento, do un’occhiata alla finestra di Albertone a Via delle Zoccolette e finalmente entro.
Il bar è pieno, dovrei sentire il vociare, i bicchieri che sbattono sui tavoli, i cucchiaini che fanno tintinnare le tazze, ma non lo sento.
Non sento le persone che protestano perché le spingo, la mia borsa che cade per terra, le mie mani che sbattono sul marmo facendo girare tutti.
Vedo solo i suoi occhi dietro il bancone, stupiti.
Mi fissa, non devo dire niente.
Sa quello che le sto chiedendo.
“Dimmelo ora, se hai coraggio, dimmelo di nuovo, non lo affidare solo ad un messaggio, ho corso come un pazzo per venire a sentirlo da te. Proprio adesso, e allora dimmelo.”
Mi guarda, un leggero sorriso le illumina il viso, gli occhi si riempiono di un’umidità che non conosco.
– Ti amo – mi dice.
L’ho sentito. Lo sentirò ancora. Vado via, ora.

Ponte_Sisto_Rome

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La Vittima

Ho partecipato ad un breve seminario organizzato dalla Scuola Omero, all’interno del Trastevere Noir Festival.
Un esercizio consisteva nel proseguire un incipit comune.
Mi è piaciuto così tanto, che ho deciso di finire il racconto.
Eccolo qua, l’incipit e la sua prosecuzione.
Ovviamente, noir.


Lo so. Uno vede il cadavere steso in giardino e pensa: beh, certo che le hanno fatto un bel servizietto. Via la testa e tutto il resto. Solo il moncone del collo e quella roba che esce fuori, le arterie, la…ah…mi pare che sia la trachea, insomma, quello che è. Lo so, è normale: uno la vede ridotta così e pensa che sia lei la vittima.
D’altronde, capisco, siete abituati a ragionare per schemi. Una giovane donna morta, i vestiti strappati, le braccia e le gambe legate, la testa chissà dove.
E un uomo, io, completamente ricoperto di sangue. Vicino al cadavere. Nel giardino di casa mia.
Non vi biasimo, se mi avete trattato in maniera un po’ rude; certo, le parolacce gridate a un centimetro dal mio naso, costringendomi a percepire così chiaramente la cena che le vostre belle mogliettine vi hanno preparato la sera prima, non mi hanno fatto piacere.
Credo che siate stati tratti in inganno anche dal mio abbigliamento, che riconosco essere estremamente ricercato. Non che questo giustifichi l’epiteto di “finocchio” che ho sentito rivolgermi più e più volte.
Capisco. La visione di una giovane e bella donna decapitata vi fa pensare: “poteva capitare a mia moglie, a mia figlia”.
E subito si insinuano nella vostra mente schemi atavici, impressi nel vostro DNA di poliziotti benpensanti: la povera, innocente fanciulla, attirata dal depravato nella sua casa, solo per seviziarla.
Magari perché impotente, chissà, quanti ne abbiamo visti, vi sarete detti.
Non che io possa negare di aver avuto una qualche responsabilità nel porre fine all’esistenza di quella giovane donna, certo, ma vi chiederei la cortesia di usare una certa cautela, nel definirla “vittima”
Certo, sono consapevole che lei sia morta, e vi racconterei molto volentieri e con dovizia di particolari del luogo dove si trova ora la sua testa, ma purtroppo vi devo chiedere di pazientare, perché alcuni dei denti che avete pensato bene di rimuovere dalla mia bocca in maniera così traumatica, sono indispensabili per la pronuncia di alcune consonanti, e ora ho una certa difficoltà a parlare.
Ma non vi preoccupate, vi dirò tutto, e alla fine converrete con me che la vittima non è lei. Morta, sicuro. Ammazzata, non ci sono dubbi, difficile staccarsi la testa da soli. No, non sto facendo dell’ironia.
Ma non vittima, e soprattutto non una mia vittima.
Come potrei averle fatto del male? Io, la amavo.
E scusate se non riesco a trattenere le lacrime, ma vi giuro che pur nel mio immenso dolore, l’ultimo ricordo di lei è lo sguardo amoroso che mi lanciava, mentre io le affondavo il coltello nella pancia, dopo averla legata perché non si agitasse.
Ma anche io sorridevo, perché sentivo che stavo esaudendo il suo desiderio.
La testa, sì la testa la troverete qua vicino, dopo averla bruciata l’ho gettata via, non lontano da qui, ma ora potete prenderla, non è più pericolosa, la sua testa.
Perché vedete, nella sua testa, c’era qualcosa.
Qualcosa che le parlava, che le diceva delle parole brutte. Io non riuscivo a capire bene, ma qualche volta anche io l’ho sentita.
Accostavo la mia testa alla sua, e sentivo l’eco delle parole.
E col tempo questa voce è diventata sempre più forte, sempre più forte, e insistente, le diceva di farsi male, di tagliarsi.
Certo, è proprio quello che sto dicendo: questi tagli, questi lividi, non sono stato io, a farglieli; se li è fatti da sola.
Io mi sono limitato a tagliare la testa, per chiudere la bocca a quella voce maledetta.
Ma non smetteva, non smetteva, anche dopo tagliata, continuava a parlare, la sentivo, anche meglio.
E ho dovuto bruciarla.
Adesso sono sereno, anche se il mio amore non c’è più.
Ma so che lei è stata fiera di me, perché l’ho finalmente liberata.
Non sono pazzo e neanche un criminale, ma capisco che non mi crediate, e comunque non me ne importa più niente, di morire, di vivere, di andare in galera.
Ora che lei non c’è più, la mia vita non ha più ragione di essere.
E cosa volete da me, ora?
Non capisco.
No, non ho capito.
Non serve che mi prendiate a schiaffi, o che urliate.
No.
Non serve.
Non riuscirete a sovrastare la voce.

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