Romanzo – incipit

Dopo quattro anni di stasi il mio romanzo si muove. La storia c’è, i personaggi pure e mi sembrano abbastanza tridimensionali.
Sono circa a metà della prima stesura, e mi pare che fili.
Chissà, magari mi prende di nuovo il blocco e rimane lì altri quattro anni, oppure riuscirò a finire la prima bozza entro quest’anno.
In ogni caso, mi fa piacere condividere l’incipit, o meglio il primo capitolo, che è quello che ha dato fuoco alle polveri.
Il titolo provvisorio del romanzo è “Anni ’70”, e speriamo di finirlo prima del 2070…:-)
Un ringraziamento a tutti coloro che vorranno dare una sbirciatina.

1. La fotografia
Mi trascinai dall’ascensore alla porta di casa come se dovessi percorrere ancora dieci chilometri a piedi dopo una maratona; quei pochi passi che mi separavano da casa mia mi sembravano interminabili.
Davanti alla porta guardai la serratura con aria di sfida; volevo vedere se per una volta, stanco, sudato, depredato da qualsiasi interesse per la mia vita, sarei riuscito a trovare subito le chiavi per entrare.
Infilai le mani nelle tasche del cappotto, poi nella saccoccia esterna dello zaino, poi lo poggiai sul davanzale di un finestrone sul pianerottolo e iniziai a frugarne l’interno, nella vana speranza che le chiavi fossero la prima cosa che avrei toccato e non fossero invece nascoste in una di quelle sacche spazio temporali che richiedevano di solito almeno due minuti prima di dissolversi e restituirmi le chiavi.
Anche stavolta, dopo aver esplorato inutilmente tutti i meandri più oscuri delle mie tasche, riuscii a resistere all’impulso di gettare tutto a terra e urlare.
Non era un buon segno, mi dissi, mi stavo spegnendo. Neanche più una sana incazzatura.
Ormai prendevo ogni evento della mia vita, piccolo o grande che fosse, con rassegnazione, e ad ogni piccola angheria che la mia esistenza mi riservava alzavo le spalle e cercavo di farmela scivolare addosso, anche se sapevo che in realtà stava incidendo un altro graffio su un animo già segnato.
Finalmente riuscii a trovare le chiavi e ad entrare in casa.
Mi chiusi la porta dietro le spalle e non guardai neanche dove lanciavo lo zaino; ne percepii vagamente il tonfo sul pavimento poi mi trascinai in camera da letto, per spogliarmi in fretta.
Il venerdì era un giorno peggiore degli altri.
Ero stanco e la mia casa – per quanto malmessa, disordinata, senza capo né coda come me – mi sembrava l’unico posto in cui potessi lasciarmi andare e dimenticare.
Dimenticare di essere solo a quaranta anni; di avere una ex-moglie che viveva a mille chilometri; che mio padre non mi riconosceva quasi più ed era da due anni in una casa di riposo che non riuscivo a pagare con regolarità; dimenticare che non ne potevo quasi più del mio lavoro, e sforzarmi invece di ricordare che mi serviva quel maledetto stipendio per tirare avanti.
Dimenticare che non riuscivo a tenere una donna vicino per più di pochi mesi perché mi stavo chiudendo sempre di più in me stesso, e cazzo, non è divertente dividere la propria vita con un depresso cronico.
Non bevevo, non mi drogavo, almeno questo.
Però fumavo e mangiavo troppo: la strada ideale per un infarto in giovane età.
Mi diressi in cucina, ma erano già le otto e non mi andava di cucinare. Non era una novità, non mi andava mai.
Per fortuna la mia piccola casa – tutto quello che mi era rimasto dopo il divorzio – aveva una grande frigorifero, e nel congelatore i piatti pronti non mancavano mai.
Come quasi tutte le sere perciò il microonde fece il suo dovere; presi infine una coca e mi buttai sul divano davanti al televisore.
In teoria avevo un invito a cena da parte di una coppia di amici che volevano presentarmi una tizia, ma avevo già visto questo film: una quarantenne, pensai, o giù di lì, sola come me, che cercava qualcuno con cui dividere il suo letto.
Non ero interessato.
Accesi il televisore mentre masticavo senza sentire il sapore di quello che stavo mangiando, ma cambiai subito canale appena mi resi conto che stavano trasmettendo un telegiornale, ormai non mi interessava più neanche la politica, e men che mai i fatti di cronaca.
Cominciai a seguire una partita di calcio senza vederla veramente, e oziosamente pensai che in fondo quel pollo precotto con le patate riscaldato non era male, considerando la mia situazione.
Presi un sorso di coca e ricominciai a cambiare canale; il calcio non mi piaceva prima e ora lo trovavo fastidioso.
Infine trovai un compromesso con me stesso e mi fermai su un canale dove trasmettevano storia ventiquattro ore al giorno; una volta ci vidi l’epopea di Giulio Cesare e mi era piaciuta. Non ricordavo se fosse stato prima o dopo il divorzio; probabilmente prima, ma comunque posai il telecomando e continuai a mangiare.
Pensai che sarei dovuto andare a dormire presto: il giorno dopo avevo intenzione di uscire all’alba e respirare un po’ di aria buona. Magari potevo andarmene al mare, anche se il tempo non prometteva per niente bene. Anzi, proprio per questo, così non avrei rischiato di incontrare nessuno che conoscevo.
Continuai ad ascoltare distrattamente lo speaker che parlava di gruppi terroristici post-68: una volta mi piaceva la politica e anche la storia d’Italia, ma ora mi sembrava un teatrino in cui si muovevano solo figuranti di poco talento.
La voce in sottofondo continuò a raccontare di come dopo le agitazioni universitarie del ’69 alcuni gruppi teorizzarono la via del terrorismo come arma di lotta politica:
“Alcuni perciò rimasero nella politica ufficiale, altri passarono alla lotta armata e alla clandestinità. In quei tumultuosi, momenti iniziali, la polizia riuscì a identificare e ad arrestare una cellula terroristica: non sapevano che stavano rovinando la loro vita e quella di molte altre persone, in quel momento si sentivano degli eroi rivoluzionari, e la gioia di immolarsi per la rivoluzione era chiara nei loro occhi di ragazzini – 20 anni o poco più, figurarsi!”
Seguii con gli occhi lo slideshow mentre mangiavo, guardavo poliziotti fieri e terroristi alteri, sembrava di essere in un film di Sergio Leone: primi piani taglienti alternati a campi lunghi, la folla in silenzio.
Improvvisamente comparve una foto: una donna giovane con una gonna a pied-de-pule, una camicia chiara e un maglioncino a “v”. Le calze chiare e le scarpe basse.
Le mani dietro la schiena chiuse dalle manette e un poliziotto che la trascinava per un braccio.
I capelli, di media lunghezza, non riuscivano a nascondere lo sguardo cattivo, quasi feroce.
Misi in pausa e mi avvicinai per guardare meglio, con la bocca spalancata: la camicia era celeste e il maglioncino viola; la gonna bianca con i disegni neri e le scarpe marrone testa di moro.
La foto che scorreva sullo schermo in realtà era in bianco e nero, ma i colori li conoscevo a memoria.
Non ebbi bisogno di controllare per sapere che il giorno del mio battesimo mia madre portava gli stessi vestiti.

Il dolce sale della sconfitta

E così le principesse non ce l’hanno fatta: il loro sogno di vincere il campionato si è infranto alle soglie della finalissima.
Non che la stagione sia stato un fallimento, tutt’altro,.
Un gruppo molto piccolo di ragazzine ha conquistato la licenza della seconda divisione, ed è arrivata lontano in tutti i tornei a cui ha partecipato, anche quelli di categoria superiore.
Però la sconfitta brucia, e la prima grande delusione le ha lasciate sconsolate e disperate.
Noi genitori, che abbiamo attraversato già un bel pezzo di vita, abbiamo sofferto con loro e per loro, soprattutto pensando a quante altre sconfitte dovranno affrontare.
Perché nello sport, come nella vita, in genere vince uno solo, c’è posto solo per un numero uno, gli altri sono tutti numeri due, tre, dieci, cento, e vincere è difficile, difficilissimo, è molto più probabile perdere, in questa corsa ad ostacoli.
Le coppe, le medaglie, le corone d’alloro, sono pochissime e succederà spesso di non riuscire a conquistarle.
Ma questa sconfitta, insieme alle altre che verranno, aiuterà le nostre principesse a conquistare il trofeo più ambito: diventare delle donne, delle persone responsabili, consapevoli della loro forza e della loro debolezza, assaggiare il sale agrodolce della sconfitta tutte le volte che verrà, così lo zucchero delle vittorie che otterranno, nello sport e nella vita, sarà immensamente più dolce.
E a mia figlia e alle sue amiche dico: non vi fermate qua.
Usate la vostra fantasia, per disegnare la vostra vita futura.
Immaginate come sarà domani, e dopodomani, e tutti i giorni di questa avventura che vi aspetta.
Immaginate che cosa potrete fare con la vostra forza, e con le vostre debolezze.
Immaginate cosa potrete costruire e cosa dovrete distruggere per fare spazio alle cose nuove.
Immaginate tutte le persone che avrete intorno e quelle che perderete per strada.
Immaginate questa corsa che avete iniziato passo dopo passo, sentiero dopo sentiero, curva dopo curva, e immaginate tutto quello che di meraviglioso vi accadrà.
Perché vi accadrà. Io lo so.
Se lo saprete immaginare, fermare, portare con voi.
Noi, questi uomini e donne appassionati, orgogliosi, innamorati di voi, ci saremo sempre: da vicino o da lontano, come voi vorrete, ma saremo sempre pronti a sostenervi, incitarvi, e vedervi volare, in campo e nella vita.
Sempre per sempre.

Il segreto

Scritto sul treno Torino – Roma il 31 gennaio 2017

Esco dall’edificio e mi fermo sul marciapiedi.
Fa freddo, in questa giornata di pieno inverno, e se fossi uno scrittore maledetto come Steinbeck o Roth o dio non voglia Bukowksi avrei un cappotto grigio, liso, il bavero rialzato e una sigaretta in bocca, novello James Dean tra le pozzanghere di Manhattan.
Invece sono solo uno scrittore di gialli seriali, buoni per pagare le bollette e mantere dignitosamente una famiglia ma non vincerò mail il Nobel per la letteratura; un uomo di mezza età stretto in un giaccone dal colore indefinibile e una sciarpa celeste senza senso.
Improvvisamente mi accorgo della chiesa che ho di fronte, e alzo la testa ansiosamente: ho un disperato bisogno di bellezza, e il mio cervello registra la grandiosità di questa chiesa prima che io possa vederla veramente.
Ma man mano che i miei occhi salgono al cielo la vista è riempita dalle ragnatele dei tram e da un cielo color acciaio, che disturba la bellezza del marmo.
Qualcuno dice che a Torino la nebbia sia scomparsa da tempo; forse è vero, ma in queste fredde mattine invernali il cielo sa essere di un grigio così deprimente che forse rimpiango la nebbia, almeno non era possibile vedere un cielo così brutto.
Il mio desiderio di bellezza non è stato esaudito, e allora chiudo gli occhi.
Li chiudo e penso a venti anni fa.

Venti anni fa a Torino non c’erano state ancora le Olimpiadi, la città era più brutta, e sporca, quasi abbandonata, ancora in preda alle fabbriche e alle automobili.
Ogni volta che salivo da Roma mi sembrava di arrivare in un paese straniero, tanta era la differenza.
Non mi piaceva Torino venti anni fa, però venti anni fa ero giovane, non ero sposato e parecchie cose sembravano più belle comunque.
Venivo ogni tanto a trovare Alberto, il mio compagno di università che si era trasferito qui per lavorare in un’azienda di informatica.
Grande Alberto. Le cose della vita ci hanno diviso, non ci facciamo più neanche gli auguri di buon anno ormai, però so che ci sei, che sei qua in giro e mi fa piacere saperlo.
Venti anni fa però Alberto era ancora il mio miglior amico e venivo a trovarlo quando potevo.
Lui scendeva a Roma spesso a dire il vero, ma tornava per andare a casa dai suoi, aveva un sacco di persone da vedere, e insomma stavamo meglio quando io salivo e rimanevo qualche giorno a casa sua, una di queste mansarde dell’ottocento come si possono trovare solo a Torino
Eravamo ancora abbastanza giovani per voler passare le serate in giro nei locali e per attirare l’attenzione delle ragazze, e ne approfittavamo; eccome.
Non posso dire che fossero storie molto importanti, no. Di molte non ricordo neanche il viso, figuriamoci il nome.
Poi una sera entrò lei, in questo pub dove io e Alberto eravamo seduti al banco con una birra in mano, e la mia vita si fermò.
Ricordo la faccia di Alberto, anche lui rimase di stucco.
La bellezza di Sara irradiava in ogni direzione, era impossibile rimanere impassibili, quei denti bianchi quasi perennemente esposti in un sorriso coinvolgente, le labbra carnose, gli occhi di un verde scuro che brillavano anche al buio.
Lei entrò e tutti si girarono a guardarla.
Ma non era solo la bellezza fisica che colpiva, anzi.
Se riguardo le foto di allora mi rendo conto che in fondo era una ragazza normalissima, non tanto alta, il seno piccolo, le spalle ossute, un naso pronunciato.
Ma aveva carisma. Un carisma che esplodeva dagli occhi e dalle mani e nessuno ne era immune.
Neanche io, certo.
Neanche io.
Quando entrò quella sera era con un’amica e rideva, rideva di quella risata squillante che si insinuò nelle mie sinapsi fin dal primo momento, rideva perchè la vita è meravigliosa e lei lo sapeva, e non è importante il motivo per cui rideva quella sera, è importante che ci fosse, che fosse lì.
Che fosse lì per me.
Anche se non l’avevo mai vista prima lei era lì per me, e quando mi vide il suo sorriso si ridusse ad una piega delle labbra, ma gli occhi non cambiarono espressione.
Si vennero a sedere vicino a noi e Alberto lo prese come un invito perché cominciò subito a chiacchierare con loro.
Era bello Alberto, chissà se lo è ancora. Magari ha perso tutti i capelli, è ingrassato di quaranta chili, o forse è ancora un uomo che fa effetto sulle donne.
Ma quella sera era sicuramente il più bello tra noi due e non aveva remore a parlare con due sconosciute.
A dire il vero parlò solo con l’amica, perché Sara beveva una birra in silenzio e mi osservava, e anche io: bevevo e osservavo.
Non passò molto tempo che finimmo tutti seduti su un divanetto, con molte altre birre davanti, con Alberto e l’amica di Sara chiaramente destinati a finire la serata in maniera divertente.
Io e Sara scambiammo qualche parola, parlammo del più e del meno.
Ad un osservatore disattento poteva sembrare che non avessimo molto da dirci, ma in realtà stavamo comunicando in altro modo.
Fu in quel momento che lei mi prese improvvisamente un braccio e mi sussurrò all’orecchio:
– Io ho un segreto. So una cosa che non sa nessuno. –
E’ pazza, pensai.
Così meravigliosamente bella e affascinante, ma pazza.
Derubricai il potenziale incontro con lei ad una scopatina passeggera e indossando un sorriso di ordinanza le chiesi:
– E quale sarebbe questo segreto? – sperando in cuor mio che non mi raccontasse nessuna assurda storia su alieni, o virus, o scie chimiche, o qualsiasi altra coa che mi costringesse a rinunciare ad una notte di sesso che mi sembrava ormai molto probabile.
Mi sbagliavo. Sulla sua pazzia e sulla notte di sesso. Nessuna delle due cose era reale.
– Se te lo dico, che segreto è? – rispose con una logica inconfutabile – Ma una cosa posso dirtela: riguarda te. E me. –
Spalancai la bocca per la sorpresa.
Se voleva attirare la mia attenzione c’era riuscita, anche se non sarebbe stato necessario: il suo sorriso e i suoi occhi erano più che sufficienti.
Cercai di estorcerle altri dettagli ma non ci fu nulla da fare.
Un segreto è un segreto, si schermì, e non disse più nulla.
Nei due anni che passammo insieme, un po’ a Roma, un po’ a Torino, un po’ in giro per il mondo, le chiesi spesso di questo segreto, ma fu irremovibile.
In compenso mi rivelò altri segreti.
Mi face accedere ai segreti del suo corpo, accendendo una passione che non è mai tramontata.
Mi insegnò ad amare in un modo diverso, accettando una persona per quello che è, e non per quello che tu vorresti che fosse, e anche se questo mi è costato un po’ da mandare giù è la cosa di cui le sono più grato.
E mi insegnò a piangere, quando mi disse che mi lasciava, che andava a vivere altrove, e che la nostra vita insieme terminava in quel momento.
Me lo disse mentre facevamo l’amore, mi disse che sarebbe stata l’ultima volta e che dopo lei sarebbe andata via e non ci saremmo più visti né sentiti.
Non pianse, lei, mentre me lo diceva, ma mi asciugò le lacrime con quelle labbra magnifiche e mi fece vedere il suo sorriso per l’ultima volta.
Quando fu tutto finito mi abbracciò a lungo, mi raccontò storie che non conoscevo della sua infanzia, della sua famiglia, dei suoi amici.
Poi mi aiutò a vestirmi, come si veste un condannato a morte, e mi guardò andare via.
Non mi girai.

Riapro gli occhi, sono rossi di lacrime, maledizione.
La chiesa è ancora là, il cielo è ancora grigio e i fili dei tram continuano ad intrecciare ragnatele su tutta la città.
Finalmente attraverso la strada, mentre con un fazzoletto cerco di pulire gli occhiali, sporchi di lacrime e dolore.
Arrivo dall’altra parte e dò una rapida occhiata all’edificio a mattoni da cui sono uscito.
In questa città tutta la vita scorre forte dell’eredità sabauda e certi nomi sono ricorrenti: Vittorio Emanuele, Carlo, Elena, Maria Vittoria.
Maria Vittoria.
Cerco di ignorare la scritta che campeggia sopra l’ospedale e mi giro, ma non posso camminare, ho gli occhi pieni di lacrime e il freddo mi prende il naso.
Mi fermo e chiudo gli occhi di nuovo.

Non seppi più nulla di Sara e tagliai rapidamente le frequentazioni con Alberto: non volevo più venire a Torino per paura di incontrarla o anche solo di incontrare qualche amico comune che mi parlasse di lei.
A Roma cominciai ad uscire con Elisa; ci conoscevamo da un po’ ma chissà perché non era scattato nulla. Lei aveva una storia di poco conto, andammo al cinema un paio di volte prima di finire a letto insieme.
Un anno dopo eravamo sposati e cinque anni dopo avevamo una casa, due figli maschi ed eravamo felici.
Sara non scomparve mai veramente dai miei pensieri e un paio di volte fui molto vicino a chiamarla per sapere come stava, ma l’avevo amata in maniera così profonda e totale che rispettare la sua volontà mi sembrava il minimo.
Poi è un fatto che la vita prende direzioni inaspettate e meravigliose, e non mi sembrava il caso di rovinare quello che avevo costruito per un amore giovanile.
Mentivo però, sapete.
Non su tutto, ovviamente.
Ma Sara non era stato un amore giovanile.
Era l’amore della mia vita ed era finito senza un motivo, e io non me ne sarei mai fatto veramente una ragione.
Tuttavia ero arrivato a patti con me stesso e con lei su questa cosa, e poi la mia vita era bella e piena, non posso che dire questo.
Era bella, sì.
Poi un giorno il mio telefono squillò, e anche se non era più nella mia agenda – colpa di decine e decine di telefoni che avevo cambiato in venti anni – il suo numero mi era rimasto impresso nella memoria.
Guardai il numero di Sara che urlava sul mio telefono finché dopo un tempo apparentemente interminabile ebbi il coraggio di rispondere.
Non dissi nulla.
Sentivo la sua presenza.
Aspettò qualche secondo, poi disse:
– Sto male. Vieni su. –

Un sorriso ironico mi compare sul viso mentre guardo l’edificio dove è Sara in questo momento.
Non ci sarebbe niente da sorridere, ma ho sempre cercato di vedere l’ironia nelle cose dell’universo, ed essere qui, averla rivista, e scoprire di aver passato venti anni senza di lei e non poterla neanche sgridare, mi sembra una beffa.
Ripenso ai momenti frenetici degli ultimi giorni, a mia moglie, a cui ho dovuto raccontare di Sara e del perché dovevo andare su, ad Alberto, che ho chiamato dopo tanti anni per scoprire che sapeva già tutto; lui i contatti con Sara non li aveva mai persi.
Al taxi che non si trovava, al treno che non arrivava mai, alla corsa per tutta Torino.
Al freddo, al cielo grigio, alla chiesa, ai fili, alle macchine, a dio, a perché lui non c’era mai quando mi serviva nella mia vita, al perché ho dovuto sempre sopportare tutto da solo e camminare con le mie gambe.
Ma ora le mie gambe non mi reggono più, devo sedermi.
E non posso evitare di guardare l’edificio e pensare a poche ore fa, quando sono entrato in quella stanza in penombra solo per guardare con angoscia quel simulacro di una donna che una volta mi saltava sulla schiena a piè pari, e mi mordeva il collo facendomi sanguinare, urlando “sono il tuo vampiro”, e quando mi incazzavo si toglieva di corsa la maglietta scoprendo il seno piccolo ma dritto dicendomi “mi puoi perdonare?”.
Sì, Sara. Ti posso perdonare.
Anche stavolta, anche se non capisco, ti posso perdonare, per quanto ti ho amato e ti amo ancora.
Mi sono avvicinato al letto, cercando disperatamente quegli occhi, quel sorriso, quelle labbra.
Non potevo parlare, non ci riuscivo, neanche quando mi ha sussurrato all’orecchio:
– Lo vuoi sapere allora qual è questo segreto? –
Ho fatto cenno di sì con la testa, perché la gola era bloccata da tutto, da pianto, angoscia, paura.
– Io lo sapevo. Sapevo che sarebbe finita qui, ora. Non mi chiedere come, non te lo so dire, o forse sì ma non importa. Sapevo che ti avrei lasciato solo, che tu saresti uscito sconfitto. Che avresti costruito la tua vita su di me, come io su di te, che avresti eretto una casa sulle fondamenta della nostra storia, e in questa casa avresti messo tutto te stesso come fai sempre, come fai per tutto. Ma quando io me ne fossi andata tu ne saresti rimasto annichilito. E io non lo volevo. Non lo voglio. Ti amo come tu ami me, e ti ho regalato quello che ho potuto: una vita felice, una famiglia che ti adora. E questo giorno sarà meno difficile, ora puoi sopportarlo. –

Come si fa? Ditemi, come si fa? Ad odiare una donna che ti ama così.
Eppure io la odiavo, e la odio, perché il mio stupido orgoglio di uomo mi dice che no, che io ce l’avrei fatta, che avrei potuto sopportare tutto se solo mi avesse fatto stare con lei, che non è giusto, non è giusto, che non è questa la vita che volevo.
Che io non voglio essere felice, non voglio sopportarlo.
Io volevo stare con lei, vivere per lei e morire per lei.

Erano così evidenti le mie emozioni, così evidenti, che Sara è stata costretta a fare uno sforzo immane per mettermi una mano sul viso.
Ho chiuso gli occhi, perché non sentivo quella mano da venti anni e volevo assaporarne ogni millimetro e imprimerla nella memoria per sempre, perché non l’avrei sentita mai più.

Ho chiuso gli occhi là dentro, i miei e i suoi, e li riapro ora.
Cerco di respirare, ma è come se quest’aria fredda di gennaio fosse così spessa da non riuscire a superare le narici, l’ossigeno mi manca, sento il cuore battere furiosamente e i polmoni contrarsi senza sosta.
Poi, piano piano, riesco ad alzarmi, mi tolgo gli occhiali, tanto non c’è nulla da vedere, no!?
Solo una chiesa, un cielo grigio, e una ragnatela di fili che attraversa la città.

santalfonso

Il momento peggiore

Ci sono storie che se ne stanno nascoste in un angolo buio del nostro cuore, e talvolta cercano di venire alla superficie, per avvelenarci il sangue.
Possiamo ricacciarle indietro, ma staranno sempre lì, in agguato.
Oppure possiamo vomitarle fuori.
Fa male, ma poi fa bene.
Ogni tanto qualcuna di queste storie affiora, e tirarla fuori mi aiuta a non avere paura.



Se me lo avessero chiesto anni prima, quando non ero sposato, o prima di diventare padre, o anche solo pochi minuti prima che ci fosse l’incidente, non avrei avuto dubbi nel rispondere.
Il momento peggiore, lo sapevo, era questo.
Stare seduto in chiesa a guardare una bara bianca davanti l’altare, ascoltare suoni che il mio cervello si rifiuta di tradurre in parole, condividere una panca fredda con una donna che non mi è più niente.
Questo, questo è il momento peggiore, quello in cui posso lasciarmi andare; e quanto è brutto lasciarsi andare.
Non quando mi hanno telefonato, o mentre correvo inutilmente verso l’ospedale.
E neanche quando ho dovuto incontrare l’agenzia di pompe funebri; un triste, patetico dovere che spettava a me, perché la mia ex-moglie ha passato tutto il tempo in lacrime, e a chi potevo chiedere? Ai miei genitori ottantenni, o a mia sorella?
Ho dovuto fare l’uomo, e l’ho fatto; ma adesso no: adesso sono solo un essere umano disperato, ed è il momento peggiore.
Ho dentro di me una vaga consapevolezza che non potrà essere peggio di così; la mia esistenza passata e futura è stata definita da questa giornata, da questa bara bianca, dai fiori, dagli abbracci che non sento e dalle carezze che non mi toccano.
Passo il resto della giornata con questa consapevolezza, che paradossalmente mi consente di andare avanti senza crollare.
Poi me ne vado a casa, ed è quando mi ritrovo davanti alla porta di casa, solo, che mi rendo conto di quanto mi fossi sbagliato.
Sono solo perché non ho voluto nessuno, non ho considerato neanche uno dei mille inviti fatti col cuore ma che non potevo accettare.
Una donna con cui ho avuto una breve storia mi ha scritto “vieni qua, non servirà a nulla, ma non piangerai da solo”.
Ho ringraziato, ma non sono le lacrime il problema.
Sono arrivato qui convinto di dover prendere una decisione: se cercare di dare un senso al resto della mia esistenza, o farla finita.
Per tanti motivi la seconda soluzione è quella che mi attira di più, e lo avrei già fatto – dio se non ho voglia di farlo – se non fosse per i miei, per mia sorella, per tanti amici che mi vogliono bene, per non distruggere definitivamente anche le loro vite, come la mia ormai lo è.
Poi, mentre cercavo questo flebile motivo per rimandare questa decisione, ho pensato che la vita ha un senso comunque e che superato il peggio forse ci sarebbe stato qualche motivo per andare avanti.
Qualcosa che mi aiutasse a svegliarmi la mattina e andare a letto la sera.
E sono arrivato qua, davanti a questa porta, convinto di poter combattere con me stesso per un qualche tipo di futuro, perché ero sicuro, il peggio era passato.
Solo dopo aver girato la chiave mi rendo conto di quanto mi fossi sbagliato.
Dietro questa porta non c’è un rifugio sicuro, un luogo dove poter meditare, piangere, trovare una soluzione.
Qua dentro, ora me ne rendo conto, c’è l’inferno.
Il mio personalissimo, meraviglioso, terribile inferno.
Apro piano la porta di casa ed entro.
Lascio qualcosa, le chiavi, il portafoglio, altro, all’ingresso di questa casa grande che ho ereditato dai nonni, una casa che mi ha permesso di vivere una vita decente anche dopo il fallimento del mio matrimonio.
Senza neanche spogliarmi mi dirigo verso la stanza di Giulia.
E’ stata affidata alla madre, ma sopporta a stento la convivenza con un uomo che non è suo padre, e due fratellastri che non le dimostrano affetto, senza contare una madre impegnatissima.
E allora viene qua spesso, anche senza preavviso, anche quando non toccherebbe a me, e la madre è contenta di avere un problema in meno.
Ho fatto arredare una stanza grande per lei e l’ho riempita di cose per farla sentire a casa sua, e per farle capire che qua, ora e sempre, è il posto dove rifugiarsi.
Ho cancellato cene, impegni, appuntamenti, quando lei mi chiamava per venire a dormire, e ho anche buttato fuori in fretta e furia donne meravigliose, che poi non me l’hanno mai perdonato.
Ma la mia vita è lei.
Entro nella sua stanza.
Il letto è rifatto, qualcuno ha mandato la signora delle pulizie.
Alzo il cuscino, un gesto istintivo, e il suo pigiama è là, perfettamente ripiegato.
Abitudine, pietà, dimenticanza, chissà, ma intanto qualcuno ha messo il suo pigiama ad aspettare inutilmente sotto il cuscino.
Lo poso di nuovo senza toccare niente e guardo la libreria: ci sono i libri di scuola, glie li ho comprati identici in modo che non dovesse ogni volta portarsi uno zaino pesante e che potesse venire senza preavviso e senza paura di non poter studiare.
Sulla scrivania il suo computer, le sue penne, i quaderni, dei pelouche.
Al muro ha attaccato dei dazebao fatti con grandi cartelloni e foto delle sue amiche; sulla porta della stanza un cartoncino suddiviso per materie e voti: la sua classifica personale.
Ci sono molti nove, un dieci, un solo sette, in latino.
In un altro scaffale i libri che le regalavo, glie ne compravo in continuazione. Harry Potter, Nancy Drew, ma anche Gabriel Garcia Marquez, e Asimov.
Apro l’armadio dei vestiti, ed è qui che comincio a lacrimare.
Anzi.
A vomitare. Vomito lacrime da qualsiasi parte, dagli occhi, dal naso, dalla bocca.
Escono senza interruzione e senza che io faccia nulla, nel vedere i suoi vestiti ordinatamente appesi.
Apro un cassetto: degli slip, qualche reggiseno, un pacchetto di assorbenti che guardo stupito.
Per terra scarpe, tante, ogni volta che uscivamo mi faceva spendere un sacco di soldi in scarpe, non sembrava avere limiti a questa passione.
Richiudo l’armadio, esco dalla stanza a marcia indietro, le lacrime che ormai mi hanno sporcato dappertutto.
Chiudo la porta e mi fermo.
Un sorriso.
Sembra strano, vero?
Eppure no.
E’ il sorriso che viene dai ricordi, tanti, belli, meravigliosi.
Il sorriso della consapevolezza che ho fatto tutto quello che potevo, che il destino non mi ha voluto bene, ma io ci sono stato, sempre e comunque.
Il sorriso della chiarezza con cui so come affronterò il resto della mia esistenza.
Con questo sorriso, e un viso di ragazzina negli occhi, esco sulla terrazza e scavalco senza esitazione.

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Ritratto dell’autore come defunto – autore: Roberto Vacca per L’Orologio 3/8/2016

Con il permesso dell’autore ripubblico questo bellissimo articolo.
Molti libri dell’autore si possono scaricare da http://www.printandread.com

Parecchi pittori davano a loro autoritratti titoli come “Ritratto dell’autore a 36 anni”. Poi James Joyce scrisse il romanzo “Dedalus” il cui secondo titolo era “Portrait of the author as a young man” [Ritratto dell’autore da giovane]. Ci hanno giocato in tanti modi. Dylan Thomas scrisse “Portrait of the author as a young dog” e Sciascia di nuovo: “Ritratto dell’autore da giovane”.
Ho visto dalle statistiche che la speranza di vita media di un uomo italiano è attualmente di 80,1 anni. Io l’ho superata di nove anni e, in maggioranza, i miei amici sono morti. Ogni tanto qualcuno mi dice:
“Mi hanno chiesto se sei ancora vivo e ho risposto di sì. Ho aggiunto che sei ancora molto attivo.”
Rispondo: “Hai detto bene. Negli ultimi nove anni ho pubblicato 7 libri e un teorema (questo in collaborazione); ho scritto più di 200 articoli, di cui alcuni ancora inediti; ho disegnato una dozzina di ritratti – e ho detto tante cose in pubblico e in privato.”
Si potrebbe sostenere che ne ho fatte abbastanza. Quando è che basta? A Praga dicono:

“Abbastanza è già una festa.”

Pure si avvicina il momento, come scrisse Ugo Foscolo:

“….quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzeran l’ore future.”

Non solo le ore future, ma anche le ore che trascorrono per me ogni giorno, certe lusinghe non le offrono più. A sessant’anni correvo ancora i 100 metri in 17 secondi; ora ci metto quasi dieci volte di più. Guido la mia auto a 130 km/h, ma sempre più spesso guido con circospezione – a velocità conservative. Per il resto sto bene. Funziono e mi comporto con prudenza crescente più per ragionamento che per essermi sentito inadeguato
Giorni fa un giovane amico mi parlava di suo nonno, che aveva amato molto e che era morto da poco:
“Aveva ancora una memoria ottima. Il 19 luglio scorso mi disse che era l’anniversario del primo bombardamento aereo di Roma. Gli sembrava ancora che fosse successo ieri, invece di 73 anni fa.”
Me lo ricordavo: era stato nel 1943. Stavo per prendere un treno alla Stazione Termini e avevo visto: le bombe che scoppiavano lontano sui binari.
Roma – la città in cui vivo – è cambiata soprattutto nelle periferie che frequento poco. Le innovazioni nell’area centrale sono state graduali e le ho introiettate gradualmente: mi sembra che la città sia sempre la stessa. Invece le città italiane o straniere che non ho frequentato per anni, sono irriconoscibili. Mi danno l’impressione di luoghi stranieri e sconosciuti. Accentuano la sensazione di estraneità, che è naturale perché siamo tutti esiliati dal passato. In tarda età lo sentiamo di più.
Il fatto stesso di sentirmi vivo in un mondo nel quale potrei benissimo essere già defunto, non produce ansia. In certo senso dà sicurezza. Se continuo a stare in giro, non mi limito a cogitare (e quindi mi accorgo di esserci, come diceva Des Cartes), ma posso dire di aver già vinto una sfida. Parto da questa considerazione e decido di continuare a provarci: a inventare qualche cosa di nuovo, a mettere insieme parole che abbiano un senso, a parlare di progetti che nessuno ha mai realizzato ancora.
Qualche anno fa l’intuizione e l’immaginazione avevano cominciato a farmi sentire sorpassato, sopranumerario, presente per sbaglio – per uno screzio nella rete evolutiva degli eventi normali. Ma ora penso che tutto quel che riesco a produrre è un di più, è inaspettato – un regalo, una sorpresa. Continuare a funzionare è un modo per far resuscitare questa individualità antiquata che mi stava dando l’impressione di essere conclusa.
Non corro più il rischio di essere in ritardo. Ogni ora, ogni minuto in cui riesco a essere produttivo equivale alla creazione di un pezzo di vita nuova.
Non è vero quel che scrisse Oscar Wilde: “he who lives more lives than one / more deaths than one must die” [chi vive più vite di una, più morti di una deve morire].
Chi vive più vite è più ricco. Raggiunge la pace interiore. Non si angoscia per nessuna ragione. Riesce anche a divertirsi in modi insoliti. Un modo è quello di stupire gli astanti. Non più con sfoggio di forza o di agilità, ma con le parole. Lo aveva teorizzato nel ‘Seicento barocco il napoletano Giambattista Marino:

“È del poeta il fin la meraviglia—
e chi non sa stupir, vada alla striglia.“

ma le sue poesie non hanno lasciato tracce degne di nota.
È meglio trovare o inventare parole e idee che stupiscano te stesso per primo. Non c‘è un ricetta per farlo. Conviene scegliere una parola o una frase che ti arriva da una voce vicina o che trovi su Internet – poi: prova ad associare liberamente passando ad altre parole, idee, frasi. Queste emergono dal tuo passato. Parli con un te stesso di tanto tempo fa. Non sei mai solo. Intrecci connessioni. Le puoi raccontare agli altri, se non sono troppo banali. Dissemini parti di te e ti avvii serenamente verso l’epoca in cui defungerai davvero e di -te resteranno solo ricordi.

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La foto di Roberto Vacca è di Rodolfo Cardarelli http://www.behance.net/rodocarda

Quando muore un vecchio

Quando muore un vecchio, spesso l’unica cosa che si ricorda di lui sono gli ultimi atti della sua esistenza.
Ci viene in mente la sua camminata incerta, magari storta, la testa incassata nelle spalle curve e il braccio appoggiato ad un giovane straniero.
Le ore passate su una panchina, a prendere un po’ di sole per scaldare un corpo che sente già freddo, oppure su una poltrona davanti ad una televisione che non gli piace più.
Ricordiamo la geografia delle rughe, gli occhi acquosi che tentano di sorridere invano, la pelle ingiallita dal tempo e dalle intemperie.
L’immagine che ci è rimasta impressa sulla retina è quella di una bocca sempre aperta nel disperato tentativo di tirare su anche l’ultimo refolo di ossigeno, per alimentare i polmoni stanchi di alzarsi e abbassarsi senza sosta.
Non riusciamo a dimenticare lo sguardo imbarazzato della prima volta in cui si è bagnato i pantaloni, come quando era un bambino: uno sguardo terribile, quello di un uomo che non ha più il controllo del suo corpo, e lo odia perché non segue più i suoi desideri.
Ci fanno tenerezza le parole senza senso dette nei momenti più sbagliati, la memoria che svanisce poco a poco fino a diventare una cassaforte inespugnabile, le stesse frasi ripetute ogni volta, e molte volte, e sempre uguali, come una radio rotta.
Quando muore un vecchio, l’ultima volta che lo vediamo è spesso un povero corpo dentro un contenitore di legno, un vago simulacro di quella persona che è stata per molto tempo.
Un vecchio lascia ricordi da vecchio, immagini da vecchio, sentimenti da vecchio.

Quando muore un vecchio, qualche volta è una liberazione.
Per non vedere più quei tubi martoriare il corpo e l’anima di una persona amata.
Per non sentire i lamenti quando il dolore si fa più forte e nessuna medicina può calmarlo.
Per non doverlo guardare mentre dorme, il respiro pesante, e le lacrime scendono senza interruzione mentre gli teniamo la mano.
Qualche volta, anche se non si dovrebbe, la morte di un vecchio libera la vita degli altri, anche di quelli che lo amano.
Per questo i vecchi si lasciano andare. Per amore, per non essere più un peso, per lasciare un ricordo di sé che non sia solo ospedali, ambulanze, pianti e dispiacere.
Qualche volta, quando muore un vecchio, è l’inizio di una nuova vita per qualcun altro, l’ultimo regalo che si può fare a chi magari ci è stato vicino per tanti anni.

Ma quando muore un vecchio quasi nessuno pensa mai che insieme a quel vecchio sono morte tante persone, moltissime.
E’ morto l’uomo che ha sofferto per un amore perduto o l’uomo appassionato che ha inventato parole per la donna che amava, e pianto e riso insieme a lei.
L’uomo che ha rubato un ramo di mimosa ogni anno allo stesso albero per quaranta anni, e che ha ricordato ogni anniversario, anche il più banale.
E’ morto il ragazzino che è tornato a casa piangendo con un ginocchio sanguinante, e con un occhio nero per il pugno di un compagno.
E’ morto un adolescente che ha aspettato invano ore per incontrare una ragazzina, per poi vederla arrivare insieme ad un altro.
Colui che è partito militare ragazzo ed è tornato uomo.
E’ morto lo studente che passava le notti sui libri con una tazza enorme di caffè, con la madre che ogni tanto veniva ad accarezzargli la testa, e che lo copriva per non fargli prendere freddo quando lo trovava addormentato sul tavolo.
E’ morto il sorriso sbiadito di una fotografia, scattata in paese lontano, con i capelli ancora lunghi al vento e tanti anni ancora davanti per viaggiare, ridere e piangere.
Quando muore un vecchio se ne va l’uomo che ha lottato tutta la vita per assicurare alla propria famiglia una vita dignitosa, bruciando le ore e gli anni migliori della sua vita magari a fare cose che non gli piacevano, solo per uno stipendio e per vedere la felicità negli occhi dei suoi figli per un regalo inaspettato.
E non penserete mai che questo vecchio, che ha regalato l’ultimo sorriso tanto tempo fa, abbia potuto scrivere poesie, dedicare canzoni, vedere paesi lontani, conoscere e amare mille persone, soffrire e gioire, vedere nascere e morire, partire e tornare.
Che ha attraversato questa esistenza di carne e sangue con gli occhi aperti e il cuore in mano, con i nervi tesi e i muscoli pronti, con le mani grandi e le lacrime calde.
Che molto ha dato e forse, forse, molto ha ricevuto.

Passaggio

Un racconto.

Il bianco sembra essere il colore dominante di questo luogo.
Bianche le pareti, bianco il soffitto, bianche le luci.
Dalle finestre una luce soffusa, la stessa che ci si potrebbe aspettare da una mattinata nebbiosa in qualche valle del nord.
Il pavimento è chiarissimo, a quadrati di grandi dimensioni come quello di un ospedale.
Se non fosse per la mancanza di porte ai lati del corridoio potrebbe effettivamente essere un ospedale.
Ma non ci sono porte.
Solo finestre.
E due divani. Bianchi.
Li vede in lontananza e si avvicina, curiosa.
Si gira per vedere da dove è venuta, solo per rendersi conto che è a metà di questo strano luogo, un corridoio bianco.
Un corridoio e due divani bianchi, contrapposti. Ognuno appoggiato ad una delle due pareti.
Seduto su uno di questi, a spezzare la monotonia cromatica, c’è un uomo.
A dire il vero è vestito anch’egli di bianco, pantaloni e camicia.
Ma i capelli sono scuri, e la pelle è olivastra, l’unica traccia di un colore diverso dal bianco.
Non indossa scarpe, né calzini, ed è seduto comodamente, una gamba di traverso sull’altra ad angolo retto, un gomito appoggiato sullo schienale e il viso sul pugno chiuso.
Anna si ferma un attimo.
E’ incuriosita ma non capisce, è cauta.
Si porta istintivamente una mano al viso per lisciarsi i capelli, e vede un polsino bianco.
Si guarda, anche lei è a piedi nudi, nella stessa mise bianca.
Non capisce; ma sente che rimanere ferma, in piedi, mentre quell’uomo la guarda da lontano non la aiuterà ad avere risposte.
Si avvia di nuovo e man mano che si avvicina il volto di quella persona si fa famigliare, i lineamenti si definiscono, lo sguardo, la pelle, il sorriso…
Mio dio, pensa Anna.
Si guardano, lui sorride, lei è sconvolta e si siede sull’altro divano.
Lui abbassa la gamba, si stacca dallo schienale e si siede in punta.
Aspetta.
Sa che deve aspettare.
Lei lo guarda. Vorrebbe piangere ma le lacrime non escono. Strano. Ha pianto con lui molte volte, e anche per lui.
– Giulio… – sussurra
Lui non dice nulla.
Sorride.
Un mezzo sorriso.
Lei sta arrivando, la sente.
– Giulio…sei tu…ma…sei così giovane… –
Lui finalmente annuisce.
– Anche tu. – risponde.
Lei si guarda le mani.
Se le rigira davanti agli occhi.
Non ci sono più macchie, non ci sono vene in superficie a disegnare la cartina geografica delle mani di una vecchia, la pelle è liscia, morbida, elastica.
Si passa una mano sul viso, non sente le rughe, i nei, la pelle ruvida.
Prende una ciocca di capelli e la porta davanti agli occhi. Sono morbidi, castani, il suo colore. Quello di una volta.
Lo guarda di nuovo. Avrà vent’anni. Ha un sacco di capelli, la pelle è fresca, anche le sue mani sono forti e morbide.
Ha paura, ma sente una calma interiore che non riesce a spiegarsi.
Sta sognando, forse.
– Non stai sognando. – le dice lui, senza smettere di sorriderle.
Lui la sente. Sente i suoi pensieri, come lei sentiva i suoi, tanto tempo fa.
Eppure se non è un sogno, si sta chiedendo, cosa succede?
Lui sa che ora farà la domanda. La fanno tutti. L’ha fatta anche lui.
– Dove siamo? – chiede Anna.
Giulio allarga le braccia, lunghissime, quelle braccia che potevano abbracciarla completamente se avessero voluto.
– “Dove” non è un concetto che qui viene usato. Né “quando”. Sono cose che ormai fanno parte di un’altra vita. Questo…luogo…se vogliamo chiamarlo così, è un passaggio. Serve solo a rendere più facile la transizione. Non ha nessun altro scopo. Esiste e basta. –
Anna stava arrivando, la sente. Sempre di più.
– Sono morta? Questo è…l’al di là? – si sente stupida a chiedere questa cosa, ma non può farne a meno.
Giulio la guarda con una dolcezza che la fa sciogliere dentro.
– Vita e morte…anche questi sono concetti che qui non usiamo. E’ un passaggio. Lo facciamo tutti. Ed è importante che tu lo faccia con consapevolezza e serenità. Dopo non sarà più come prima. Ora sei ancora legata a…prima…ma tra un po’ ti aiuterò a non pensare più in questi termini. –
Lei si aggiusta istintivamente la camicia: sente il suo corpo, può toccare la sua pelle e i suoi capelli, quindi esiste.
Ma in qualche modo sente di no.
– Tu…perché sei qui? E perché sei così giovane, e anche io? E poi…tu… –
– Sono morto? E’ questo che vuoi dire? –
Lei annuisce, non ha il coraggio di dirlo.
– Io ho già fatto il passaggio, non ragiono più in termini di vita o di morte. Non ha più senso per me. Ma lo ha per te. Ancora per poco, ma lo ha. E io…noi vogliamo che tu attraversi questo corridoio accompagnata da qualcuno che ti ha voluto bene, senza riserve. Qualcuno che può tenerti la mano senza paura. A cui ti puoi affidare totalmente. –
Anna non ha forza per replicare, aspetta il resto.
Giulio finalmente si alza.
Si è dimenticata quanto fosse alto, e così giovane lo sembra ancora di più.
– Anche gioventù e vecchiaia hanno perso di significato qua dentro – dice Giulio mentre la guarda dall’alto in basso – Mi vedi come vuoi vedermi. E ne sono contento. Il vecchio che sei andata a trovare in ospedale non era quello che avrei voluto mostrarti. –
Lei cerca di interromperlo.
– Io…mi dispiace tanto…quando ti ho visto…non ce l’ho fatta…e… –
– Shhhhh – la zittisce lui – Non ti scusare. Non ce n’è più bisogno. Niente è più così importante. –
Le prende una mano e la fa alzare.
Poi le prende tutte e due e le dà un bacio leggero sulle labbra.
Chiude gli occhi, Giulio.
– Strano. Pensavo non avrebbe fatto più effetto. –
Li riapre e sorride.
– Sei pronta? – le chiede.
Lei guarda il corridoio davanti ed è confusa, per un breve momento.
Poi si gira verso di lui e sorride anche lei.
Si lascia prendere la mano, come una volta.
Guarda a lungo le loro mani intrecciate, Anna.
Poi alza lo sguardo su di lui, che sta aspettando.
– Sono pronta. – dice.
Si incamminano. Piano.



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Mia sorella

Chi non ha fratelli o sorelle forse faticherà un po’ a capire.
In tal caso accontentatevi di credermi.

Io ho una sorella. E’ anche lei in giro da qualche parte qui nell’iperspazio digitale. Si chiama Annalisa.
E’ molto più giovane di me ed è femmina, per questo non abbiamo mai fatto da ragazzi la vita che spesso fanno i fratelli: non siamo usciti insieme, non abbiamo frequentato le stesse comitive, non ci siamo scambiati numeri di telefono.
E poi siamo diversi. Diversissimi, così diversi che talvolta c’è da chiedersi se uno dei due non sia stato adottato, sembra impossibile che siamo usciti dagli stessi genitori.
Con queste premesse, sarebbe facile dedurre che il nostro rapporto non sia molto stretto.
In effetti non ci sentiamo spesso, e ci vediamo raramente, abitiamo lontani, e per una città come Roma questo significa magari tre quarti d’ora in macchina, magari un’ora se il traffico è lento.
Anche su Facebook interagiamo raramente.
Mia sorella è sposata. Con un uomo e con due gatti. Vuole bene a tutti e tre. Non saprei esattamente dire in che ordine, ma forse è meglio non chiedere.
Per molti anni mia sorella è stato un oggetto strano, che c’era ma di cui non mi curavo troppo.
Abitavamo in una casa piccola, e abbiamo dormito nella stessa stanza per molti anni, e questo ci ha aiutato ad avere comunque un po’ di intimità.
Mi ricordo un sacco di volte in cui, anche grandi, ci davamo la mano prima di dormire, perché i letti erano vicini e avevamo voglia di sentirci. Però ero io, il vero bambino, che cercavo la sua mano.
E si litigava per vedere la televisione, oppure io volevo sentire la musica a palla e lei no.
Però non ci frequentavamo, a parte a casa e neanche tanto.
Io ero impegnato, impegnatissimo, come sempre, a fare cose, a viaggiare, suonare, fotografare, vedere amici, correre a destra e sinistra.
Non saprei dire che cosa facessimo insieme in quel periodo, forse niente.
Poi sono andato via di casa, e la nostra frequentazione si è rarefatta, se possibile.
Io tentavo di costruirmi una vita da uomo adulto, con risultati altalenanti, e lei rimaneva a casa con i miei, forse a fare l’eterna adolescente, chissà, non glie l’ho mai chiesto.
Lo so, sto dipingendo una vita di egoismo, ma è così. Sono stato così.
Anche quando mia madre si ammalò, per la seconda e definitiva volta, io non c’ero.
Vivevo altrove, lavoravo sempre, la seguivo da lontano e lasciavo a mia sorella l’incombenza di soffrire per tutti e due.
Io mi tenevo la sofferenza “alta”, quella melodrammatica delle visite in ospedale, dei consulti con i luminari; lei quella quotidiana, la sofferenza di dover stare tutto il giorno con con una persona che forse sa che il suo viaggio è arrivato al termine.
E quando se ne è andata, lei c’era, io no.
Ce ne sarebbe abbastanza, per ripudiarmi, o quanto meno per essere freddi e distaccati.
Ma mia sorella no, non è così.
Nonostante io non sia stato il fratello che avrebbe meritato e forse desiderato, in tutti questi anni mi ha amato e adorato come nessun’altra persona ha fatto mai.
Ogni volta che ho avuto bisogno di lei, c’è stata. Sempre. Non è mancata mai all’appello.
Anche recentemente, quando ho avuto bisogno di parlare e di sentirmi dire cose, è stata lei che ho chiamato.
E’ l’unica persona che pur volendomi bene mi conosce veramente, e sa dire quello che serve, anche le cose scomode.
Le ha dette e le ha messe per iscritto.
So che non diventerò mai il fratello che potrei essere, ormai l’ho capito, e me ne vergogno un po’.
Ma so che c’è una persona che mi accompagnerà e mi sosterrà sempre, senza compromessi e senza interessi, no matter what.
Se non avete una sorella così, vi compiango. Davvero.

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La lettera

Quando uscì per andare a pranzo accese finalmente il cellulare.
Aveva avuto dieci pazienti, quella mattina, ed era sfinito.
Non aveva avuto neanche il tempo di chiamare Anna, né di leggere i messaggi.
Al pensiero di lei un sorriso gli partì dagli occhi e si irradiò lungo il viso, mentre accendeva il telefono.
Ripensò alla sera prima, quando lei era rimasta per la prima volta a dormire da lui.
Era una promessa, pensò, una promessa di un futuro insieme.
La conosceva da poco, neanche due settimane, aveva accompagnato una sua amica per una visita ed era stato come se un tir gli fosse improvvisamente venuto addosso, e per quanto poteva saperne, anche per lei era stato lo stesso.
Erano finiti a letto alla prima occasione, e poi ancora e ancora, ma lei era restia a farsi coinvolgere.
Si eclissava per giorni interi, poi tornava, facevano l’amore, oppure andavano a fare lunghe passeggiate in un prato, andavano a cena insieme e poi lei scompariva.
Aveva paura, concluse lui, paura di questa relazione, con un uomo divorziato, così diverso da lei, un medico e una bibliotecaria, che accoppiata.
E invece ieri sera, per la prima volta, era rimasta a dormire da lui.
La mattina si era alzato, l’aveva lasciata dormire, poi era arrivato a studio e non aveva avuto più tempo di chiamarla.
Però aveva pensato a lei tutto il tempo e ora poteva finalmente sentirla.
Mentre varcava il portone la portinaia gli venne incontro.
– C’è una lettera per lei –
Altri soldi, pensò sconsolato, poi la guardò bene: era una busta color giallo chiarissimo e sopra c’era scritto solo “Giulio”.
Lui la fissò a lungo poi alzò lo sguardo verso la portinaia.
– Da dove viene? – chiese secco.
La donna si intimidì un po’.
– L’ha portata stamattina presto una ragazza, pregandomi di non disturbarla e di dargliela quando sarebbe uscito a pranzo –
– Com’era fatta? – chiese lui incalzante, quasi urlando.
– Alta, snella, capelli raccolti in una coda… –
Sentì le gambe che gli cedevano: aveva riconosciuto la calligrafia, ma aveva sperato di sbagliarsi.
Andò al parco, quasi barcollando, scelse una panchina assolata per difendersi dal freddo dell’inverno, e si sedette, testa tra le mani.
Una lettera.
Di Anna.
Se fosse stata una cosa bella non l’avrebbe mandata.
Anzi.
Non l’avrebbe scritta.
Guardò nuovamente il cellulare: nessun messaggio.
Provò a chiamarla: staccato.
Cominciò a respirare affannosamente ma l’aria si rifiutava di entrare nei polmoni, mentre il cuore gli batteva direttamente sotto il mento.
Con le mani tremanti prese la busta, l’aprì lentamente, e ne estrasse qualche foglio pieno della sua calligrafia irregolare, storta, una scrittura di carattere, come lei.
Iniziò a leggere.
“Caro Giulio,
quando leggerai questa lettera io non ci sarò più. Sarò in volo per Delhi, dove poi cambierò aereo per raggiungere il Laos.
Non tornerò, vado a vivere là.
Vedi…non ti ho detto tutto di me, e anche se mi sento il cuore stretto in una morsa per il senso di colpa, l’ho fatto per te, e per me.
Per vivere il più felicemente possibile questi pochi giorni che il destino ci ha riservato.
Io ti amo.
Ti amo più di quanto non abbia mai amato nessuno in vita mia, e in un altro momento, in un altro universo, sarei rimasta in quel letto ad aspettarti.
Ma non posso. Semplicemente, non posso farlo.
C’è un’altra persona. C’è da prima di te. E ci sarà dopo di te.
E’ un insegnante.
Il suo mestiere è di costruire scuole e mettere insieme strutture per consentire ai bambini di crescere istruiti.
Lavora per un’agenzia ONU, ed è sempre in giro.
Due anni fa ha accettato un posto permanente e lo hanno mandato nel Laos.
E’ un paese bellissimo sai, ma difficile, e lui sta lavorando come un pazzo, quasi completamente da solo.
Il primo anno è riuscito a tornare per qualche giorno, poi non ce l’ha fatta più.
Non lo vedo da un anno ma prima di partire gli ho fatto due promesse.
Glie le ho fatte io, non me lo ha chiesto lui, non lo farebbe mai.
Gli ho promesso che non lo avrei tradito, e che non appena lui si fosse stabilizzato lo avrei raggiunto.
Come sai, la prima promessa non l’ho mantenuta. Ho conosciuto te, non so come sia stato possibile, ma è un fatto che io mi sia innamorata di te.
Ma gli voglio bene, Giulio, è un uomo magnifico, una persona eccezionale, adorabile, è la persona più incredibilmente appassionata del suo lavoro che si possa immaginare.
E ha bisogno di me; lui ha bisogno di me per sopravvivere in quel posto ancora per altri due anni.
Io glie lo devo, e quindi, anche se ti amo disperatamente, in questo momento sono su un volo per Delhi.
Lui è andato a Ginevra per una conferenza, e stamattina è arrivato a Fiumicino, io sono andata a prenderlo e siamo ripartiti subito insieme.
Tra due settimane ci sposeremo con un rito locale che pare sia molto bello: la sposa veste completamente di rosso e viene portata dallo sposo in una barca su un fiume, mentre tutti gli invitati ai lati del fiume gettano petali sulla sposa, e riso sullo sposo.
Sarà molto suggestivo.
Poi rimarremo lì almeno altri due anni, e dopo andremo insieme nella sua prossima destinazione.
Giulio…non so neanche come dirti quanto mi dispiace, quanto male mi fa separarmi da te, ma noi non ci vedremo più.
Sono state due settimane meravigliose, le più belle della mia vita e non le dimenticherò mai.
Abbi cura di te.
Tua
Anna”
L’uomo rimase immobile, gli occhi che dopo aver letto l’ultima sillaba si rifiutavano di chiudersi e di mettere a fuoco qualsiasi cosa.
Il vento pungente lo faceva lacrimare, ma lo aiutava a mascherare altre lacrime che scendevano lente e inesorabili verso i fogli tenuti stretti da entrambe le mani.
Chiuse infine gli occhi e si lasciò andare al dolore pazzesco che provava, singhiozzando senza ritegno; un uomo adulto sulla panchina di un parco pubblico che piange come un bambino.
Rimase in questa posizione per minuti interi; dieci, quindici forse più.
Poi, sfinito dal pianto e infreddolito, si decise ad aprire gli occhi e a puntare le mani per alzarsi: e la vide.
Stava entrando nel parco, le mani nelle tasche del cappotto, i capelli raccolti e uno sguardo malinconico sul viso.
Vide la lettera in mano a lui e trasalì.
Si avvicinò allora più lentamente.
– L’hai già letta – chiese lei.
L’uomo annuì in silenzio, senza staccarle gli occhi di dosso.
– Non sono riuscita a tornare in tempo – disse lei a occhi bassi.
– Che è successo? – chiese lui delicatamente, per paura che questo fosse un sogno e che qualsiasi rumore potesse risvegliarlo.
– Lui mi è venuto incontro, ci siamo abbracciati, siamo andati insieme verso il gate. Poi si è girato di colpo, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto “Chi è lui?”. Lo ha letto nei miei occhi, Giulio, ha letto che il mio cuore era qua con te. Ho provato a farfugliare qualcosa, ma lui mi ha messo un dito delicatamente sulle labbra e ha detto “Nel paese dove vivo ora gli uomini non cercano di cambiare quello che gli dei hanno deciso. Non porta bene. E io vedo nei tuoi occhi che c’è una persona nel tuo destino e non sono io. Va’ da lui. Non porterò rancore. L’amore non è mai sbagliato, l’amore è sempre giusto Anna. Sempre. Vai da lui e sii felice.” Poi se ne è andato via. E io sono qua –
Lui annuì di nuovo, ma intanto le aveva delicatamente preso una mano.
Si guardarono per un po’, entrambi increduli.
Un brivido di freddo corse sulla schiena di lei, lui la cinse con un braccio e le chiese:
– Rientriamo? –
Lei sorrise e annuì; poi allungò una mano, gli prese la lettera dalla sua e la strappò con cura in minuscoli pezzettini che lanciò al vento come coriandoli.
Solo allora si avviarono per rientrare a casa.

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Un Natale senza te

Dedicato a te

Il risveglio è lento, forse l’alcool della sera prima non ancora metabolizzato, forse la stanchezza accumulata in mesi di lavoro, o forse semplicemente l’età che comincia a farsi sentire.
Mi accorgo che è tardi dal sole che mi batte sul viso, e dalle voci dei bambini in salone.
Sento che schiamazzano, e sento rumore di oggetti che all’inizio non riesco a identificare, poi capisco: sono Lego, bambole, macchine, pupazzi, giochi per la play.
I bambini si sono svegliati prestissimo, e pieni di eccitazione hanno ricominciato a giocare con i regali.
Sorrido con gli occhi ancora chiusi, poi li apro mentre mi giro verso mia moglie e vedo che anche lei è sveglia e sorride.
Mi piace questa complicità coniugale, questo intendersi senza parlarsi, è la cosa più bella di un matrimonio, capirsi al volo. Ci diamo un leggero bacio sulla punta delle labbra e ci facciamo gli auguri, poi io guardo l’ora e scopro che sono già le dieci passate.
Mi metto a sedere di scatto, e scendo dal letto.
Passando per il salone saluto i bambini, che mi mandano qualche bacio d’ordinanza ma in realtà non mi filano più di tanto.
Per terra c’è mezzo biscotto sbriciolato, segno che il maschio, più grande, non ha aspettato la colazione.
Sorrido di nuovo, oggi non c’è nulla che mi può dare fastidio, e vado a scaldare il latte.
Facciamo colazione, parliamo di Babbo Natale e dei suoi regali, e di cosa faremo oggi.
Do’ un’occhiata fuori, non piove ma c’è qualche nuvola in lontananza.
Farà freddo, mi chiedo, e mentre vado a fare la doccia penso a cosa mettermi.
Alla fine indosserò jeans e un maglione, e sopra un giubbotto impermeabile, hai visto mai dovesse piovere.
Saluto ed esco, vado a prendere i miei suoceri, oggi pranzeranno da noi.
Il tragitto è breve ma sono anziani e anche un chilometro per loro è ormai impegnativo.
Mentre salgono in macchina ci facciamo di nuovo gli auguri; sono eleganti: per quelli della loro generazione anche un pranzo di Natale è un evento sociale che richiede cura e preparazione.
Arriviamo a casa e appena apriamo la porta i bambini corrono incontro ai nonni: li adorano, ricambiati e anche se li vedono spesso ogni volta è festa grande.
La piccola si attacca alle gambe della nonna, io la prendo e la sollevo così che la possa baciare.
Poi quando si sono seduti in poltrona e i bambini li assediano finalmente vado in cucina a dare una mano a mia moglie.
Entro ma lei ha già fatto quasi tutto, mi sorride e mi chiede un aperitivo.
Apro il frigo, prendo lo spumante avanzato da ieri sera e ne verso un po’ per me e per lei.
Brindiamo, e chiacchieriamo di qualche impegno da prendere, abbiamo un invito dai miei per domani sera, e magari stasera ce ne andiamo al cinema.
E’ quasi ora di pranzo, ormai non mancano che pochi minuti, io lascio un attimo mia moglie e vado nello studio.
Passando per il salone vedo nonni e nipoti che parlano velocemente tra di loro e si raccontano di tutto e ancora una volta sorrido, oggi sono un uomo fortunato.
Vado nello studio, appoggio lo spumante sulla scrivania e accendo il computer.
Controllo le email, navigo un po’, però non sono a mio agio, non so perché. Riprendo lo spumante ed esco in balcone.
C’è vento, un vento secco e freddo.
Le nuvole si sono quasi completamente allontanate e il sole riscalda il mattonato.
Sto fermo un attimo, lo sguardo perso lontano, e i pensieri confusi, quando improvvisamente un fulmine squarcia l’aria.
Un solo, singolo fulmine di potenza terrificante, che lascia un pungente odore d’ozono, e un silenzio irreale, rotto dopo qualche secondo dalle grida dei bambini spaventati, dalle auto che suonano e dalle conversazioni per strada delle persone che puntano il dito veso il cielo.
Solo io sorrido, alzo lo spumante in segno di brindisi, e penso “auguri anche a te, ovunque tu sia”.
Poi mi sento chiamare.
Il pranzo è in tavola.

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I dieci indizi (falsi) che vostro marito vi mette le corna

Sappiamo tutti che se una donna si mette in testa di tradire il marito senza farsi scoprire non c’è modo per il pover’uomo di rendersi conto del palco reale che gli sovrasta il cranio, neanche se sbattesse alla porta di casa tutti i giorni per dieci anni di seguito.
Il motivo è semplice: le donne sono più furbe, più attente, più maliziose, e gli uomini più bambacioni, creduloni e governati dall’ormone.
Le donne sono più furbe anche quando è LUI a cornificare, e a differenza dell’uomo sanno individuare anche i minimi segnali e individuare la magagna anche senza che lui lasci in giro il classico scontrino del ristorante nelle tasche.
Le donne sono abituate a leggere i segnali del corpo, e anche la minima deviazione dal comportamento standard fare rizzare le loro antenne per cui per un uomo è virtualmente impossibile mantenere una relazione extraconiugale per un periodo molto lungo (diciamo superiore a due ore) senza che la moglie se ne avveda.
Però io non voglio parlare di questo, bensì di quella situazione in cui la donna CREDE di aver rilevato segnali di corna da parte del consorte, ma ciò (purtroppo direbbe lui) non è vero.
Succede più spesso di quanto pensiate, e anche ad uomini che francamente solo a guardarli verrebbe da dire: ma quale (altra) donna potrebbe mai interessarsi a questo scarto di magazzino?
Ho ritenuto opportuno quindi stilare un prontuario dei principali segnali che possono essere fraintesi, e credo possa essere utile sia alle donne per tranquillizzarsi un pochino quando dovessero credere di vederne uno ma anche per gli uomini: state accuratamente attenti a evitarli quando la coscienza è VERAMENTE sporca…

1. Si è fatto la doccia rientrando dopo una trasferta di lavoro
Come noto, l’ommo è ommo e ha da puzzà, e con questa verità molte donne hanno imparato a convivere.
Quindi per la moglie è normale che dopo una giornata di duro lavoro (così almeno si presume) l’uomo arrivi direttamente a tavola con l’ascella piccante.
Oggi però no. Oggi si spoglia rapidamente, butta i vestiti nella cesta dei panni sporchi e si fionda sotto la doccia per mezz’ora, con l’acqua così bollente che quando esce gli fuma tutto (tranne le palle altrimenti non sarebbe in questa situazione).
Il segnale è chiaro: ha voluto cancellare qualsiasi traccia di umori corporei sospetti, e magari alieni.
Dato che ormai le prove sono scomparse dalla pelle, ella non potrà che fondarsi nella cesta e mettersi ad annusare centimetro per centimetri i vestiti di lui, nella certezza acquisita di individuare qualche elemento XX lasciato dalla zocc… dall’amante di lui.
Questa ispezione comprende anche pedalini sudati, maglietta della salute umidiccia e mutande stella con taschino laterale indossate per una settimana di seguito.
E’ così che la trova lui, quando in accappatoio e ciabatte entra in camera da letto: piegata a novanta gradi e con la testa nella cesta.
Lui innocentemente pensa sia un nuovo tipo di benvenuto della moglie e carinamente le piazza una mano sul culo ricevendone ovviamente una stampella sui denti.
Solo dopo l’esame del DNA su tutti gli indumenti sporchi egli sarà perdonato (per una cosa che non ha fatto) e lei gattonerà verso di lui vestita come se lavorasse al Crazy Horse.
Inutilmente, perché il dolore ai denti ha paralizzato qualsiasi funzione riproduttiva di lui e la serata finirà a vedere X Factor.

Il trittico
I tre indizi che seguono sono di solito sufficienti per una condanna senza appello anche da soli, ma se si verificano tutti e tre insieme per il marito non c’è scampo: la pena è l’evirazione.

2. Si è fatto la barba pelo e contropelo
Di solito egli si fa la barba in tre minuti netti.
Odia rasarsi, e siccome deve durare poche ore, prima che sopravvenga “the five ‘o’clock shadow” e sia ora di tornare a casa, normalmente basta una passata e via.
Stamattina la moglie lo sorprende a mettere la schiuma due o tre volte, a toccare delicatamente con le dita sotto la gola per essere sicuro che non scappi neanche un pelo, a passare e ripassare il rasoio nei punti più difficili per non lasciare neanche una piccola ruvidità, e infine dopo essersi sciacquato a tirare la pelle del viso in tutte le direzioni per essere certo che il lavoro sia fatto a regola d’arte.
Inevitabile la domanda: “perché ti stai facendo la barba così accuratamente?” e altrettanto inevitabile e inutile la (vera) risposta: “ho una riunione con l’amministratore delegato alle sei”.
Lei immaginerà solo un incontro illecito in qualche luogo nascosto nell’ombra, con una zocc…un’amante che nell’impeto della passione gli accarezzi il viso liscissimo (tralasciamo altre cose che ella immagina e vietate ai minori).
Il fatto che lui alle sei si troverà veramente in una stanza con altre dieci persone, tutte di sesso maschile, a parlare di bilanci è un’eventualità che non può essere neanche lontanamente presa in considerazione.

3. Ha usato il dopobarba “Eau de prestige et finesse pour homme”
Il marito medio dopo la barba usa prodotti da supermercato.
Chi non ricorda i mitici “Acqua velva” e “Brut 33”, profumi che per un euro potevate portarne via una damigiana?
Ecco, quello è lo stile della casa.
Ma nascosto in un piccolo armadio, tra una bottiglia di whisky invecchiato 25 anni e un disco di Baglioni autografato, si annida un dopobarba prestigiosissimo, dal costo industriale di duecento euro a goccia, regalo della suocera per il Natale 1998.
Il flacone, nella comoda dotazione da venti gocce, viene estratto dal suo ripostiglio solo nelle grandi occasioni, come ad esempio il matrimonio della sorella di lei, la comunione del nipote di lei, il battesimo del figlio della cugina piccola di lei, la laurea della figlia della portiera della zia di lei.
Stamattina invece dopo la rasatura egli afferra il flacone di “Eau de prestige et finesse pour homme” e con nonchalance ne sbatte un paio di secchiate sulle guance, tanto che la scia che lascia uscendo dall’ascensore potrebbe fare concorrenza a certe signorine che si possono trovare sulla Via Salaria a qualsiasi ora.
Quale può essere il motivo di questo sacrilegio, visto che nessun parente di lei sta per festeggiare alcunché?
Chiaro. Lui ha un’altra.
Dapprima a lei viene l’idea di girare per tutta la città naso in aria cercando di individuare come un segugio da tartufo la zocc…la donna che frequenta suo marito.
Poi l’impresa le appare un tantino disperata (ma non così tanto eh!?) e allora preferisce risolvere il problema in altro modo, versando nel cesso le restanti dodici preziosissime gocce di “Eau de prestige et finesse pour homme”:
Che se si deve proprio strofinare con quella zocc…signorina, almeno la inondi di acqua velva. E vaffanculo.

4. Si è vestito in giacca e cravatta
Sono mesi ormai che gira con la stessa mise, pantalonacci di cotone americani blu, polo di cotone o camicia a quadrettino e scarpe da ginnastica.
“Tanto da noi non si usa” è il ritornello.
Poi un giorno lo senti armeggiare con qualcosa di plastica, vai a vedere e scopri che ha rimosso il cellophane che copre il vestito buono e si sta predisponendo per indossare il completo blu.
Con la camicia bianca.
E la cravatta argento.
In pratica, è vestito come al VOSTRO matrimonio.
Chiaro che la rabbia vi monta all’istante, e la flebile nonché non credibile scusa di una visita in fabbrica dei nuovi azionisti suona appunto come una scusa.
Si sa che un uomo ad una certa età (e lui questa certa età l’ha già passata da un pezzo) può fare bella figura con una donna solo se si veste elegante.
Quindi vuole fare colpo su una zocc…su un’altra donna, pensa lei.
Figurati se gli azionisti vanno a visitare la fabbrica sfigata dove lavora lui.
Non esiste: se deve metterle le corna glie le metterà vestito a cazzo, quindi lo costringe ad andare in ufficio con la solita divisa.
Il fatto che lui sarà l’unico quadro aziendale vestito come uno straccione e che questo lo ponga primo nella lista di quelli di cui sbarazzarsi non interessa alla moglie, felice di avergli rovinato la giornata.

5. Ha lavato la macchina
Questo non sarebbe un grande indizio, se non fosse che a) non lava la macchina da un anno e b) per domani è previsto temporale.
Evidentemente deve portare qualcuno con cui fare bella figura.
La moglie chiede così, en passant, se lui ha impegni per la serata, ed effettivamente sì, non ti ricordi? vado a prendere una birra con gli amici del calcetto, lo avevamo deciso dalla settimana scorsa.
Se. Calcetto.
Vedi un po’ se stasera non deve caricare qualche zocc…donna e per fare il fico ha lavato la macchina.
Ora, che la “macchina” in questione sia una Panda 30 del 1986, e che nessuna donna degna di tale nome si farebbe impressionare dal reparto archeologico lavato o meno è un particolare che dalla moglie non viene ritenuto importante.
Forse, ma forse forse eh!?, se lui avesse chiesto in prestito la macchina di lei, una BWM 535 comprata in comode ottocento rate e che lei usa per fare la spesa mentre il marito ha dovuto far doppiare alla Panda 30 la boa dei 300.000 chilometri, forse dicevamo in quel caso qualche leggerissimo sospetto poteva anche essere lecito.
La vera motivazione per cui lui ha portato la Panda a lavare è che l’ha cercata per mezz’ora sotto casa senza successo, per poi rendersi conto che la Panda 30 marrone parcheggiata davanti ai suoi occhi non era altro che la sua Panda 30 blu con uno strato di morchia che ne nascondeva il colore originale.
E SOLO per questo motivo lui l’ha portata a lavare, tra l’altro considerando oziosamente l’ipotesi di farla verniciare di marrone per non perdere tempo a cercarla senza per questo dover essere obbligato a lavarla una volta l’anno.

6. Vi porta dei fiori per l’anniversario del vostro primo bacio
Ora, qui siamo veramente in zona allarme rosso.
Nessun uomo dovrebbe MAI portare alla propria moglie dei fiori per un anniversario simile, a meno che non si aduso farlo da vent’anni per ogni microanniversario della propria vita matrimoniale: il primo bacio, la prima volta al cinema, la prima volta che avete fatto l’amore (spesso questi tre coincidono), la prima vacanza insieme, etc.
Ma se siete come il 99.999999% periodico dei mariti che non si ricordano neanche il compleanno dei loro figli senza un’agenda elettronica, e se sono vent’anni che non vi presentate con dei fiori, sappiate che questo gesto verrà interpretato in un’unica possibile maniera: avete qualcosa da farvi perdonare.
Il che è probabilmente vero.
Ma magari avete semplicemente raschiato la fiancata della macchina (la BMW, non la Panda) durante un parcheggio; oppure avete giocato al Bingo i duecento euro che avevate messo da parte per il we a Positano; oppure avete invitato vostra madre a pranzo domenica. Tutte cose che richiedono il perdono di vostra moglie, ma lei non penserà che ad una cosa sola: ha trombato con una zocc…con un’altra donna e ora viene a chiedere scusa.
Paradossalmente, questa è una situazione da cui potreste uscire vivi, anche se avete veramente trombato con una zocc…voglio dire con un’altra donna.
Sì, perché in fondo vostra moglie non ha veramente intenzione di lasciarvi, per quanto vigliacco, fedifrago e figlio di puttana voi siate, ma solo di controllarvi e comandarvi a bacchetta, e l’idea che la vostra coscienza sia così sporca da costringervi a regalarle dei fiori la solletica.
Ed è quindi con un sorrisetto maligno che accoglie il vostro regalo con una domanda subdola: “Grazie caro, ma quale primo bacio stiamo festeggiando? Quello CON o SENZA lingua?”.
Qui voi siete nella merda più totale.
E’ praticamente impossibile che un maschio XX normotipo riesca a ricordare dettagli così minuti, e quindi comincerete a sudare copiosamente, a piangere sommessamente, e infine a confessare le vostre malefatte.
Suggerimento da amico per i mariti: qualora abbiate veramente messo le corna a vostra moglie, consiglio preventivamente di mandare a sbattere la BMW contro la colonna del centro commerciale e di fotografarla. Lei si incazzerà moltissimo ma magari (anche stavolta) la farete franca.

7. L’avete sorpreso sul divano intento a suonare “La canzone del sole” con la chitarra
Che in giro per casa ci fosse una chitarra era un sospetto che covavate da tempo.
Infatti quando vi siete conosciuti era solito allietare le vostre serate con improbabili armonie e versioni apocrife di “While my guitar gently weeps”, con quella sua voce roca che in confronto Tom Waits è un usignuolo.
Ma d’altronde vista la scarsa qualità dei suoi preliminari (eufemismo) avete sempre preferito un paio di giri di Do prima di zompettare allegramente nel letto.
Ora però erano più di vent’anni che non vedevate quella chitarra e la domanda sorge spontanea: perché proprio adesso?
E che cosa avrà a che vedere con quella convention aziendale a Fregene di cui parla da settimane?
Non ci sono dubbi, lo stronzo ha una storia con una zocc…con una collega e si prepara ad una serata di romanticismo sulla spiaggia che di sicuro terminerà su un lettino, avvinghiati come l’edera, con la sabbia a creare attrito alle parti basse fino a farle diventare roventi come i pistoni di una Maserati senz’olio.
Consiglio amichevole: resistete alla tentazione di sfondargli la chitarra sulla schiena e di fare una garota con il Mi cantino.
Sarebbe perfettamente inutile.
Da quando il mondo è mondo quello che suona la chitarra non tromba. Mai.

8. Ha nominato per più di due volte consecutive una collega
Egli lavora in una grande azienda e come tutte le grandi aziende oltre a impiegati diligenti di sesso maschile è strapieno di zocc…di donne, tutte più o meno in carriera, ma molte arrivate ad una certa età single o divorziate, o con un matrimonio traballante, insomma: disponibili.
E’ per questo motivo che state attente ai minimi segnali e lui normalmente è molto neutro nel raccontare le sue vicende aziendali.
Di solito i suoi discorsi sono sempre improntati ad attività in cui non è chiaro se partecipino anche delle donne, ad esempio: “Oggi abbiamo avuto una riunione fiume con l’Amministratore Delegato”.
Oppure: “Non si riesce mai ad avere i dati di fatturazione in tempo”.
E così via; sono tutte frasi in cui l’elemento femminile – se c’è – è accuratamente occultato.
Beh, voi non siete così stupide da credere che non girino donne in queste riunioni o attività, ma vi fa piacere che egli non le citi, vi piace questa sua attenzione ai dettagli.
Finché un giorno, per la seconda volta di seguito, egli commette l’errore di nominare una collega.
Lo fa en passant, intendiamoci, senza enfasi, ma è proprio questa normale familiarità che drizza le vostre antenne: “Il capo ha diviso il progetto per aree di competenza, io mi occupo dei clienti business e Giulia di quelli consumer.”
Giulia? e chi cazzo è mo’ ‘sta Giulia?
Non bastasse, il poveraccio rincara la dose: “Stasera devo lavorare, devo mandare a Giulia i miei dati così lei li inserisce nella presentazione”.
Due volte. Una prova lampante.
Già così un marito incauto sta per passare un bruttissimo quarto d’ora, ma i più ingenui, quelli di cui spesso si legge sul giornale perché ne hanno ritrovato un braccio a Follonica e uno a Mondovì, rincarano la dose con una presentazione virtuale, che nella loro mente malata dovrebbe servire a lubrificare la capacità di accoglienza empatica della moglie, ma che invece è il colpo di grazia: “Ma sì, Giulia, non te la ricordi? Te ne ho parlato l’anno scorso dopo che sono stato alla convention aziendale alle terme”.
Qui è necessario fermarsi, perché ciò che una moglie può arrivare a dire quando scopre che il marito e quella “Giulia” sono stati nello stesso albergo per tre notti è vietati ai minori e ai deboli di cuori.
Non servirà a nulla che lui le mostri la foto ricordo della convention da cui si evince che Giulia è alta un metro e quaranta, ha un culo che fa Provincia di Frosinone e i baffi.
Ormai lei ha preso il via e la questione si concluderà con un bel divorzio.
Oppure con un indagine dei Carabinieri di Mondovì.

9. Il suo cellulare è completamente vuoto
Purtroppo questo stronzo è un genio informatico e tutti i suoi device sono rigorosamente blindati con dei codici di accesso che neanche il Norad riuscirebbe a violare.
Tuttavia è sempre un uomo, e in quanto tale rincoglionito, e prima o poi, prima o poi…, egli lascerà il cellulare incustodito per pochi minuti senza blocco dello schermo.
Una donna, una moglie che si rispetti, sa sempre quando cogliere l’occasione e sono anni che simula questo evento, per cui quando riesce finalmente a mettere le mani del cellulare dello stronzo in pochissimo tempo è in grado di scaricare sul suo portatile tutti i dati e rimetterlo a posto.
Quando egli finalmente dorme lei comincia a guardare tutto quello che ha scaricato, sicura di trovare foto, messaggi, e vocali di qualche zocc…donna che lo voglia circuire.
E invece niente.
Foto, nessuna.
Messaggi whatsapp, solo della famiglia e di qualche amico, maschio.
SMS, neanche uno.
Selfie compromettenti, neanche l’ombra.
Insomma niente di niente.
Per un brevissimo istante la donna rimane delusa, ma poi capisce: questo stronzo non vuole lasciare tracce.
E’ proprio l’assenza di prove, la prova principale!
Perdonatela. Lei ha visto tutta la serie televisiva “The Good Wife”, e anche tutti i CSI possibili e immaginabili, per cui sa bene quanto possono essere subdoli i malviventi, razza di cui suo marito fa sicuramente parte a pieno titolo.
Per questo la mattina dopo appena lui si sveglia lei gli fa saltare una capsula con il cellulare lanciato a tutta velocità sui denti, e urlando e piangendo allo stesso tempo lo caccia di casa: “Non avevi niente! Niente su questo cellulare, capisci? Niente!”
Campasse cento anni, lui non capirà mai la reazione della moglie, ma soprattutto non capirà mai perché gli abbia tirato quel vecchio cellulare che non usa da anni e che aveva riacceso solo perché il suo lo ha dimenticato da Giulia.

10. Stasera tuo marito ha fatto l’amore con te come se fosse la prima volta
E nonostante tutti gli attriti, tutti i sospetti, tutta la diffidenza, la gelosia, le ripicche, stasera tuo marito ti ha accolto a casa stanca dal lavoro in un’atmosfera romantica, fatta di candele accese, di incensi delicati, di luci soffuse.
Ti ha tolto le scarpe e massaggiato i piedi gonfi, offerto un bicchiere di spumante e un asciugamano caldo imbevuto di essenze naturali.
Ti ha sfiorato la guancia con la sua guancia, e l’hai trovata setosa, segno che ha avuto cura di farsi la barba pochi minuti prima, e le sue mani emanano un profumo di dopobarba delicato ma virile.
Sulle prime sei imbarazzata ma poi questa attenzione ti conquista, e alla fine la natura ha il sopravvento e ti lasci andare, ed è bellissimo e ti rendi conto che per qualche minuto puoi anche dimenticare le tue paure e i tuoi sospetti, e stringerti a lui come quando eravate ragazzi.
Poi, quando la passione lascia spazio al riposo, nella luce tremolante di una candela lo guardi dormire accanto a te, e il dubbio lentamente ma inesorabilmente si insinua: perché è stato così tenero, così amoroso, così passionale?
Mi avrà voluto ammansire?
Forse i sensi di colpa?
Chi gli ha insegnato tutto questo romanticismo, tutte queste candele, tutti questi profumi? Io no di certo.
Starà sperimentando con me, questo stronzo, quello che vuole dare a LEI, a quella zocc…quella donna chiunque essa sia?
Come si è permesso, brutto fedifrago puttaniere, di abbassare le mie difese solo per la sua soddisfazione personale e per essere sicuro di fare bella figura con quella?
Come ha potuto…e così via.
Ma vogliamo infine difendere un pochino questo pover’uomo, che non avrà mai la soddisfazione di farne una giusta neanche quando dà il meglio di sé?
Perché voi lo sapete, egli ha passato ore su google e su forum dedicati per trovare il modo migliore di fare una sorpresa alla sua donna e di far riaccendere quella scintilla di passione che sembrava sopita.
Se a te mia cara è sembrato che lui stasera facesse con te l’amore come la prima volta, forse è perché negli ultimi due anni E’ la prima volta.
E quando si sveglia sii carina con lui, mi raccomando, non si merita il tuo astio. Cosa potrà succedere mai di brutto? Alla peggio, che ci sarà subito una seconda.

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Italia – Germania 4-3

Oggi l’uomo medio italico che è in me come in tutti voi (e che già ahimè riempie gran parte del mio corpicione) ha preso nettamente il sopravvento.
Un misto di Alberto Sordi, Nanni Moretti e Carlo Verdone ronza nel mio cervello da ore, senza sosta apparente.
Tutte le amabili qualità che fanno di noi italiani quello che siamo sono esaltate alla massima potenza: vigliaccheria, voglia di vendetta, benaltrismo, goduria dei mali altrui, ruffianaggine, tutto questo non solo mi ha conquistato, ma che dio m’aiuti mi esalta.
Ebbene sì, oggi come mai sono fiero di essere uno stronzetto italiano, di media capacità e intelligenza, ma di grandissima furberia, capace come nessun altro popolo di sfangarla sempre e comunque, di mettere in atto qualsiasi azione lecita e illecita per portare a casa la pagnotta.
Oggi esalto e inneggio alle peggiori qualità italiane da esportazione: la mafia, la politica corrotta, le mani al culo dei talent scout, l’usucapione, spaghetto e mandolino, basta che ce sta ‘o sole, Albano&Romina, e io sono un italiano vero del mai tanto apprezzato Toto Cutugno.
Oggi io sono squadra femmina, come diceva Gianni Brera, che difende e non attacca, che si chiude a riccio quando la vogliono penetrare, pronta però ad aprirsi improvvisamente quando il vento spira dalla parte giusta e a mettertelo in culo in contropiede.
Io oggi sono Gianni Rivera che segna col piattone da fermo a centro area, e Del Piero che corre per ottanta metri per buttartela in quel posto, sì proprio lì all’angolino, e si va a Berlino Beppe.
Io oggi sono Totò, che al gerarca nazista che urla “Io ho carta bianca!” risponde nell’unico modo possibile, e con l’unica vera parolaccia della sua lunga a fantastica carriera: “E ci si pulisca il culo!”
Oggi sono bagnino che si tromba le turiste a Rimini, e barista che ricarica sul cappuccino, tassista illegale che ti toglie 200 euro per portarti da Termini al Colosseo, e birraio malefico che ti allunga la Peroni.
Oggi, porca puttana, io sono il trionfo della discendenza di Caio Giulio Cesare, che quando voi ancora stavate nelle caverne a fare i rutti eravamo già froci da un pezzo.
Oggi io sono Caravaggio, e Leonardo, e Michelangelo, e Bernini, e Giotto e Cimabue, e Raffaello Sanzio da Urbino.
Oggi sono Marconi, e Fermi, e Rubbia, e Segre, e Natta.
Oggi sono Grazia Deledda e Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale e Pasolini.
E Fellini e Eduardo e Dario Fo.
Perché oggi, dopo che ci avete rotto il cazzo per cento anni, ci avete sparato, ci avete imprigionato, ci avete portato via centinaia di ebrei, avete fatto le cose più turpi che un popolo abbia mai potuto inventare, e dopo che vi abbiamo perdonato, vi abbiamo ridato lo scettro del comando, e ci avete continuato a rompere i coglioni con l’EURO, il rispetto delle regole, avete fatto piangere pure i bambini palestinesi, oggi s’è capito che pure voi siete una banda de falsi peracottari, e vaffanculo me vado a compra’ una Panda che farà schifo, ma cazzo, almeno lo so pure PRIMA di comprarla.

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La finestra

Se mai vi trovaste a passare in Via Giuseppe Ungaretti, a Roma, all’altezza del civico 31, alzate gli occhi.
Incastonate sulla facciata di un bel palazzo in cortina anni sessanta ci sono ad ogni piano delle grandi finestre, quadrate e larghe, che portano tanta luce nei salotti signorili arredati con cura.
Se spingerete lo sguardo fino al quinto piano potrete forse notare una piccola macchia bianca e nera, ma dalla strada sotto al palazzo è difficile capire di cosa si tratti.
Allora se siete incuriositi vi consiglio di attraversare la strada e di allontanarvi un po’, così da avere una vista migliore di quella finestra.
Se la vostra vista è ancora buona, certamente più della mia, non avrete difficoltà a capire cosa sia quella macchia: è un panda. Un peluche di un panda appoggiato sullo schienale di un divano, e affacciato alla finestra come a guardare fuori.
Tornate indietro ora, e fate un giro dei negozi della zona.
Se sarete gentili e farete le domande giuste verrete a saprere che quel panda è li da molto, moltissimo tempo. Qualcuno vi dirà “da sempre”.
Non chiedete altro, potreste scoprire che il quartiere protegge molto chi abita nell’appartamento con il panda, vi rendereste antipatici.
Se siete proprio curiosi però potreste aspettare.
Tanto, se siete passati di mattina presto non dovrete aspettare molto perché al massimo verso le 9 li vedrete uscire.
Non potete sbagliarvi, sono proprio loro.
Due bei vecchi, che camminano piano sottobraccio.
Lui è alto, con pochi capelli, porta degli occhiali da sole per proteggere gli occhi e cammina aiutandosi con un elegante bastone di legno scuro, oltre ad appoggiarsi alla moglie.
Lei ha dei bellissimi capelli sale e pepe che porta ancora lunghi – cosa strana per le donne della sua età – intrecciati su un lato.
E’ più giovane di lui e cammina ancora eretta e con un’espressione allegra sul volto.
Se vorrete salutarli, senza far trapelare la vostra curiosità, ricambieranno di sicuro: sono persone socievoli, gentili, educate.
Ma vi consiglio di rimanere a distanza e di guardarli senza disturbarli.
Il loro ecosistema è delicato e basterebbe poco per rovinare la loro giornata, e qui, qui gli vogliamo tutti bene.
Seguiteli pure, li vedrete di sicuro entrare un un bar, scambiare due parole con il ragazzo dietro il bancone, prendere due caffè macchiati e un cornetto che si divideranno.
Poi lui forse comprerà un giornale, o forse no: talvolta la vista lo disturba a tal punto che leggere è una sofferenza.
Se hanno bisogno di qualcosa per la spesa di solito entrano in un piccolo negozio gestito da pakistani per prendere due pomodori e un pezzo di pane.
Le persone della loro età non hanno più tanto bisogno di mangiare, ormai, né di dormire.
Ma lo sento che la vostra curiosità è ancora insoddisfatta! E allora sedetevi alla fermata dell’autobus vicino al bar, loro arriveranno di sicuro tra poco.
Eccoli: che vi avevo detto?
Si siedono sulla panchina, chiacchierano un pochino, poi l’autobus arriva e salgono.
Quasi sempre lei si siede nella direzione opposta al senso di marcia e lui di fronte a lei ma in diagonale: è troppo alto, le ossa poi gli fanno male e non riesce a sedersi di fronte alla moglie.
E così il tragitto avviene per lo più in silenzio: lei guarda fuori, lui legge il giornale oppure si limita a borbottare.
Ogni tanto lei gli passa una mano sulla guancia ruvida, lui fa finta di non accorgersene ma dentro è felice.
Se siete saliti con loro rimanete a distanza, non li disturbate.
Questo, tutti i giorni della loro vita, è allo stesso tempo il momento più felice e più disperato della loro giornata, e lo devono vivere da soli.
Non preoccupatevi di perderli, sono anziani, camminano piano, e inoltre scendono al capolinea. Voi aspettate un minuto poi scendete dopo di loro.
Appena fuori dall’autobus si dirigeranno spediti verso il banco 39, dalla signora Luisa.
Ormai sono anni che si servono da lei, sono diventati amici: chiacchierano un po’, poi Luisa prepara i fiori.
Li sceglie lei, ogni giorno diversi secondo la stagione e l’umore, e loro sono sempre contenti.
Pagano, ringraziano, e poi si avviano piano attraversando il grande piazzale, verso la porta principale che immette al viale alberato che costeggia le prime costruzioni in marmo.
Non vi preoccupate, anche se il Verano è molto grande non dovrete fare molta strada.
Li vedrete fermarsi dopo poche decine di metri e rimanere un attimo in silenzio.
Lui resta in piedi, le mani dietro la schiena, l’aria severa che serve solo per mascherare quello che ha dentro.
Lei si accovaccia, prende i fiori di ieri che sono ancora rigogliosi e li distribuisce su altre tombe là vicino, poi mette i fiori freschi che ha preso da Luisa.
Accarezza la lapide con una mano e dice qualcosa.
Se vi avvicinate fingendo di andare a visitare una tomba vicino potrete forse di sfuggita vedere la foto, e magari una data, 1976.
E sentire lei che racconta qualcosa.
Andate più vicino, ora non vi vedono più, non in questo momento.
Sentirete la donna raccontare storie, storie di persone, di avvenimenti, di parcheggi sbagliati, di cani che scappano dai padroni, di bambini che si sbucciano le ginocchia, di buste della spesa rovesciate, di ragazzi che ridono, di musica troppo alta, di rami caduti durante un temporale, di fidanzati che si baciano nell’ombra, di cartelloni pubblicitari troppo grandi, di adulti che litigano e di amici che si incontrano.
La sentirete parlare del caldo, o del freddo, o del vento, o della pioggia, o delle nuvole, o del tramonto, o dell’alba, o del sole, o della luna, o delle stelle.
La sentirete raccontare di tutte le persone che salutano passando, del giornalaio, del panettiere, della maestra di scuola ancora arzilla, della ragazzina diventata donna con tre figli, del meccanico in pensione, e della famiglia di cinesi che gestisce un negozio.
La sentirete raccontare tutto quello che quel piccolo panda vede dalla finestra.
Poi, una volta finite le storie di oggi la donna si rialza, si stira la gonna con un gesto istintivo, riprende sotto braccio l’uomo che è rimasto fermo e immobile tutto il tempo, e lentamente ritornano verso l’autobus.
Fermatevi qui. Non li seguite più, non c’è bisogno.
Ma la prossima volta che passerete di lì, sotto quella finestra, non vi dimenticate di fare un saluto.
Allegri, mi raccomando, le lacrime le abbiamo già usate tutte.

panda finestra

I prossimi mesi

Un racconto d’amore?

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Chi avesse visto quel pomeriggio l’Ing. Giulio Serrani non avrebbe notato nulla di strano nel suo comportamento.
In effetti egli come tutti i giorni varcò il portone del palazzo in cui abitava, salutò la portinaia e andò deciso verso l’ascensore.
Mentre attendeva che l’ascensore arrivasse guardò verso l’alto.
Era una sua abitudine, che non sapeva spiegarsi: mentre l’ascensore arrivava il suo sguardo era sempre rivolto verso il soffitto dell’androne; una volta entrato, durante la salita verso il quinto piano teneva lo sguardo basso ai piedi.
Non c’erano motivi apparenti per questo comportamento, solo un’abitudine che aveva preso da bambino, quando si vergognava di incrociare lo sguardo con altre persone, soprattutto adulti.
Ecco, se qualcuno quel pomeriggio fosse salito con lui e fosse stato a conoscenza di questa sua abitudine avrebbe effettivamente potuto notare qualcosa di strano: per tutto il percorso dal pianoterra al quinto piano l’Ing. Serrani fissò senza abbassare lo sguardo la sua immagine allo specchio.
Quello che vide sembrò rassicurarlo: la figura che si rifletteva era quella di un uomo di mezza età, alto, con un portamento tonico e giovanile per la sua età, i capelli pettinati accuratamente, gli occhiali anni ’50, la borsa di pelle in una mano e il soprabito su un braccio.
L’abito marrone intonato con le scarpe, la camicia bianca, la cravatta di un colore morbido, tutto contribuiva a dare l’impressione di normalità.
Anche il colorito olivastro della pelle e l’espressione severa ma tranquilla emanavano sicurezza di sè.
Arrivato che fu al quinto piano, anche l’Ing. Serrani cominciò a crederci, la sua immagine lo aveva rassicurato; chiuse con decisione ma senza fare rumore la porta dell’ascensore e si avviò con passo tranquillo verso la sua porta di casa.
Fu solo al momento di inserire la chiave nella serratura che le sue sicurezza crollarono tutte insieme: la mano gli tremava così tanto che ci vollero diversi tentativi e l’uso di tutte e due le mani per riuscire nell’operazione.
L’uomo che si chiuse la porta di casa alle spalle era un uomo diverso rispetto a quello che si specchiava nell’ascensore solo pochi secondi prima, l’ostentata normalità scomparsa.
Lasciò cadere la borsa sul pavimento, si tolse gli occhiali, lanciò il soprabito e la giacca su una poltrona e si diresse di corsa in bagno, dove vomitò senza sosta per diversi minuti.
Si rialzò con il sapore aspro dell’acido gastrico in bocca e gli occhi pieni di lacrime, e mise la testa sotto l’acqua incurante del fatto che camicia, cravatta e pantaloni si stavano bagnando irrimediabilmente.
Dopo qualche minuto trovò la forza di rialzarsi e si diresse verso la cucina, dove si versò un bicchiere abbondante di un amaro dolciastro – l’unico prodotto alcoolico che possedesse – e se lo scolò d’un fiato, tossendo di brutto prima di prenderne un altro.
Con il bicchiere pieno in mano recuperò la borsa di pelle e finalmente si lasciò cadere su una poltrona, bevendo più lentamente ed estraendo una cartellina bianca.
Avrebbe voluto aprirla per leggerne di nuovo il contenuto, ma lo conosceva a memoria e preferì buttarla a terra.
Chiuse gli occhi per un momento sperando di tranquillizzarsi, ma la sua mente gli proiettò sulla retina l’immagine dello specialista che aveva incontrato solo poche ore prima.
Un medico preparato, così gli avevano detto; il migliore nel suo campo, si diceva; uno che aveva fatto miracoli e forse era così.
Ma anche un vigliacco, uno che non aveva il coraggio di chiamare le cose con il loro nome; e solo quando lui gli fece la domanda direttamente ebbe il coraggio di dire quello che pensava.
Non subito, a dire il vero.
– Quanto tempo? – gli aveva chiesto Giulio.
– Mah, è difficile dirlo. Come sa ogni organismo reagisce in maniera differente, poi come le dicevo ci sono alcune molecole che stiamo sperimentando e che potrebbero essere combinate con la terapia che le ho consigliato, e quindi… –
– Dottore, non ho tempo per le cazzate. Quanto tempo? Ho bisogno di una risposta chiara. – lo interruppe Giulio guardandolo dritto negli occhi.
Il luminare cominciò a sudare e a torcersi le mani. Evidentemente non riteneva che dare brutte notizie fosse suo dovere, e preferiva di gran lunga elencare i successi durante prestigiosi seminari che non le sconfitte, ma non potè evitare la domanda.
– Tre mesi. Più o meno, ovviamente, ma sarei stupito se arrivasse a sei. –
– E di questi quanti in ragionevole buono stato? –
– Questo è veramente impossibile dirlo, ma per esperienza nei casi terminali le cose accadono alla fine abbastanza rapidamente. Direi che può contare su un paio di mesi di buona salute, poi non posso fare previsioni. –
Giulio ringraziò, pagò l’onorario e uscì con la sua borsa di pelle e il suo soprabito per dirigersi verso casa e ritrovarsi su una poltrona, brillo per un banale amaro.
Improvvisamente torno in sé, riaprì gli occhi e si guardò intorno. Viveva in una casa ordinata, come d’altronde era lui. Tutto aveva un posto, nella sua casa come nella sua vita, e aveva impiegato una vita per mettere cose, persone e sentimenti nei loro scomparti.
Tre mesi. Non riusciva a mettere a fuoco questo concetto, gli sembrava…senza senso.
L’idea che la sua esistenza stesse per terminare, così presto e così improvvisamente, era qualcosa che la sua mente si rifiutava di razionalizzare.
Terminò il bicchiere di amaro e se questo lo aiutò a calmare i nervi di certo non migliorò la sua capacità di pensare in maniera razionale.
Certo si disse, ci sono persone che muoiono improvvisamente, che muoiono giovani, che muoiono di stenti o di morte violenta, che soffrono per tutta la vita.
Ma erano ALTRI. Non erano LUI.
Eppure doveva accettare il semplice e ineluttabile fatto che stava per morire. Non oggi, non domani, e forse neanche tra tre mesi come aveva predetto il luminare vigliacco, ma sarebbe successo presto. Prestissimo.
Tutto sommato una parte del suo cervello era incuriosito, poteva osservare da posizione privilegiata la reazione di un essere umano razionale di fronte ad un evento così drammatico.
La sensazione durò un attimo, poi realizzò che avrebbe di gran lunga preferito continuare a vedere queste reazioni al cinema o leggerle nei romanzi, e non viverle in prima persona.
Si maledì per non essere una persona diversa: non beveva, non fumava, non si drogava, non frequentava ambienti ambigui.
Non aveva insomma nessun modo per sfogare la propria rabbia e la propria depressione distruggendo la propria esistenza in maniera clamorosa.
Avrebbe potuto lanciarsi dal balcone, come quel famoso regista.
Accarezzò l’ipotesi poi si disse che appunto quello era famoso, e molto vecchio, aveva avuto tutto il tempo del mondo per vivere la sua vita e sistemare le sue cose. Se lui si fosse gettato di sotto avrebbe anche dovuto lasciare qualche dettagliata spiegazione sul perché e sul percome, per evitare di sembrare un pazzo squilibrato, cosa che gli stava a cuore forse quanto la sua salute.
E poi anche se non aveva figli aveva delle cose da sistemare, persone da avvisare, conti aperti da chiudere.
Tre mesi per una vita di oltre 50 anni, sono troppo pochi per riuscire a tirar tutti i fili che ogni esistenza inevitabilmente lascia appesi, e lui era troppo razionale per lasciare questo mondo senza almeno provarci.
Doveva però iniziare subito, si disse, fare una lista delle cose da fare, priorità, persone, luoghi.
Si alzò, animato da questo obiettivo, per dirigersi nello studio e accendere il computer, quando qualcosa lo fece fermare sui suoi passi.
Ci sono persone che devo avvisare, è vero. E ci sono persone a cui devo pensare.
Ci sono fondi da allocare, case da vendere, oggetti da regalare.
Ma ci sono anche persone che NON devono sapere.
Persone per le quali sono scomparso in vita e voglio scomparire anche in morte, pensò.
La prima è lei. La mia ex moglie.
La donna che mi ha rovinato economicamente e psicologicamente.
Ho impiegato dieci anni per cancellarla, e non voglio rivederla ora.
Non voglio morire pensando a lei e non voglio che lei pensi a me quando muoio.
Questa improvvisa reminiscenza della sua vita passata frenò i suoi piani.
Si disse che tutto doveva essere fatto in silenzio, senza clamore, chiedendo a tutti riservatezza, in modo che lei non venisse a saperlo.
Anzi avrebbe fatto in modo che venisse a saperlo dopo, in modo da provare rimorso e sensi di colpa.
Ammesso che ne fosse capace, cioè.
Una donna che lo aveva tradito, non solo fisicamente ma nell’animo, che era capace di urlargli il suo amore ma allo stesso tempo di andare a letto con un altro, di dirgli che voleva continuare a vivere con lui, ma nel frattempo accumulare beni e danaro per un futuro senza di lui.
Una donna che quando aveva trovato la forza di mandare via, piangeva e si dibatteva, ma poi aveva mandato un avvocato terribile che lo aveva spolpato.
Una donna soprattutto che non aveva saputo dargli figli e che lo aveva tradito in un’età in cui rifarsi una vita era ormai impossibile.
La donna che gli faceva maledire se stesso per averla incontrata ed essersi innamorato di lei e di amarla ancora.
La odiava, pur amandola, ma l’odio era più forte e per questo voleva punirla.
Avrebbe usato la sua malattia e la sua morte per punirla.
Chissà, forse si sarebbero incontrati di nuovo, nell’aldilà se esisteva o in un’altra vita, ed egli avrebbe tratto qualche sottile piacere nel sapere che lei aveva sofferto di questo.
Non si sentiva particolarmente bene nel provare questi sentimenti, era una persona a modo che non aveva mai fatto del male volontariamente a nessuno, ma aveva sofferto troppo e in fondo, si disse, stava per morire: che obblighi poteva avere verso la società e verso la morale?
Nessuno, si rispose da solo, e si avviò verso lo studio.

Le settimane successive furono molto impegnative per Giulio, gli sembrava di non avere abbastanza tempo per tutto ed era effettivamente così.
In ufficio – lavorava da sempre per una multinazionale del petrolio – cominciò pian piano ad allentare i ritmi, finché non fu costretto a parlare con il suo capo pregandolo di non spargere la voce: non voleva assolutamente incontrare sguardi compassionevoli ad ogni angolo.
I suoi amici più stretti seppero tutto quasi subito; organizzò qualche cena in cui cercò di veicolare la notizia senza enfasi e senza drammaticità, in fin dei conti era una persona pragmatica e passato il primo momento di sconforto riuscì a gestire la situazione con relativa tranquillità.
Con sua sorella fu più difficile.
Era la sua unica sorella, e a parte suo nipote l’unico vero parente rimasto. O almeno quello di cui gli importasse qualcosa, se si escludevano un paio di cugini che non vedeva da trenta anni e per quanto ne sapeva potevano essere già morti da un pezzo.
Lei la prese male; come l’avrebbe presa sua madre, pensò.
Si disperò, chiese se c’era niente da fare, si offrì di chiamare un suo amico chirurgo che magari conosceva qualcuno: insomma le solite cose.
Giulio la lasciò sfogare, l’abbracciò, piansero insieme e quando valutò che si fosse calmata abbastanza le disse cosa avrebbe voluto fare.
Avrebbe venduto tutto quello che possedeva tranne la casa dove abitava e trasferito tutto in un fondo a nome del nipote, con la clausola che potesse ritirare tutto solo dopo la laurea.
La casa l’avrebbe invece lasciata alla sorella che ne avrebbe disposto come meglio credeva.
Le avrebbe lasciato le password dei suoi account email, facebook, instagram, twitter, insomma la sua vita on line, così come i cellulari.
Lei avrebbe dovuto gestire il passaggio e decidere che farne, Giulio si fidava di lei.
Quando lui le diede una busta con tutte le password, lei ricominciò a piangere, non poteva farci nulla, e lui le passò un braccio intorno alle spalle.
Poi le diede una chiavetta usb.
– Qui c’è tutta la mia vita – le disse – La mia rubrica, l’elenco delle persone da contattare, documenti, foto, tutto quello che ho potuto mettere insieme facilmente. Il resto lo troverai a casa. –
La baciò e tornò a casa sua, felice di aver sistemato anche questo.

Più di due mesi passarono senza che le avvisaglie del male si facessero vive.
Forse erano le medicine che prendeva tutti i giorni coscienziosamente, forse le giornate ancora piene, fatto sta che si sentiva in perfetta forma e per certi aspetti anche con il morale abbastanza alto.

Poi una sera mentre si riposava guardando distrattamente una partita in televisione squillò il telefono.
Lo teneva sempre a portata di mano perché ogni giorno, in ogni momento, c’era sempre qualcuno che voleva sapere come stava, se si sentiva bene, se aveva bisogno di qualcos, e lui non se la sentiva di scomparire; anche se francamente avrebbe fatto a meno di tutte quelle attenzioni.
Ma era consapevole dei suoi obblighi e quindi non si sottraeva all’abbraccio affettuoso, anche se asfissiante, di coloro che gli volevano bene ed erano in pena per lui.
Per cui rispose sovrappensiero, senza neanche guardare il display.
Pronto? –
Ci un momento di silenzio, poi una voce femminile, che conosceva bene.
– Come stai? Ti disturbo? –
Giulio non rispose subito.
Il suo istinto fu di chiudere immediatamente la conversazione ma la rabbia che gli salì immediatamente dal profondo dello stomaco era un sentimento troppo intenso per essere ignorato, e mentre la rabbia saliva il suo senso di responsabilità fluiva copioso dal cervello, razionalizzando migliaia di anni di evoluzione della società in cui lui viveva.
Le due spinte opposte si incontrarono all’altezza della laringe e fu così che Giulio emise un suono strozzato:
– Ciao, dimmi. –
La voce uscì più carica di emozione di quanto avrebbe voluto; sperava di risultare freddo e distaccato, di dire qualche frase di circostanza e di liquidarla. Invece la voce si arrochì, e dimostrò chiaramente, se ce ne fosse stato bisogno, che lei era ancora presente nella sua mente.
In quel momento Giulio sperava ancora che lei non sapesse nulla e che la telefonata fosse casuale, magari per qualche pendenza ancora inevasa.
Ma era un ingegnere, non credeva alle coincidenze.
– Ho saputo…della malattia…e anche se non ci crederai mi dispiace tantissimo, sono senza parole, vorrei fare qualcosa per aiutarti ma temo di aver già fatto anche troppo. Però ti prego di credermi, qualsiasi cosa io possa fare per te lo farò volentieri. –
– Anche morire? – chiese lui amaro.
Lei esitò e rimase in silenzio per qualche secondo.
– Giulio, io so che mi odi, e so anche che me lo sono meritato. Pensi che se io morissi tu vivresti meglio questo tempo che ti rimane? pensi che se io soffrissi quello che hai sofferto tu la tua vita migliorerebbe? pensi che se io morissi prima di te questo ti consentirebbe di affrontare il tuo viaggio più serenamente? Non ti sto chiedendo perdono, non so neanche se esista un modo per farlo, se sia giusto o se è quello che voglio da te. Ti sto dicendo che so quello che stai passando e che ti sono vicina con il cuore come forse non ti sono stata mai, e che anche se immagino che avrai un sacco di persone disposte ad aiutarti, io sono qui. Se c’è una cosa che posso fare per te la farò. Non te lo sto dicendo per mettere a posto la coscienza, sai bene che la mia coscienza ha una sua idea tutta particolare di cosa sia bene e cosa male, ma te lo dico perché ti voglio bene – sì ti voglio bene – sei una persona che nella mia vita è stata importante e vorrei aiutarti. Tutto qua. –
Il tono della voce di lei si era alzato e si era fatto concitato, probabilmente nella speranza di convincerlo che la sua offerta era sincera, o forse solo per la frustrazione di una situazione senza via di uscita.
Alla fine il momento che Giulio temeva era arrivato; aveva sperato che lei non venisse a sapere nulla e non doversi confrontare di nuovo con il passato, soprattutto ora che per lui non sarebbe esistito un futuro; avrebbe voluto spendere tutte le sue energie per lasciare la sua vita in maniera ordinata, e serena; credeva che non pensare equivalesse a dimenticare, ma evidentemente non era così.
Anche in punto di morte la mente umana rifiutava di farsi comandare dalla volontà, e lui semplicemente non poteva scegliere a cosa pensare: era schiavo del suo stesso corpo, così come il suo corpo era schiavo della malattia che lo consumava.
Era così disperato di questa impotenza, che mentre la donna che una volta era stata sua moglie attendeva pazientemente una sua risposta pensò seriamente per la prima volta a farla finita subito.
Poi tirò su col naso, perché stava piangendo, e in tono sommesso le disse:
– Vieni qua. E fai l’amore con me. –
Se lei fu sorpresa di questa richiesta non lo diede a vedere perché l’unica cosa che disse fu:
– Sono da te tra mezz’ora –

Quando Giulio aprì la porta la donna che gli si parava davanti portò istintivamente la mano alla bocca e gli occhi le si riempirono di lacrime.
Lei non aveva idea che la malattia fosse ad uno stadio così avanzato, e l’uomo che la guardava tristemente era solo una vaga reminiscenza di quello che trenta anni prima l’aveva conquistata durante un’estate caldissima passata in Grecia insieme a tutti i compagni di università.
Era magrissimo, la pelle bianca, le occhiaie profonde, i capelli scomparsi.
Lui abbassò gli occhi vergognandosi di se stesso, ma lei gli prese la mano, la baciò delicatamentee poi se la portò sul seno, per fargli capire che il suo era stupore e non repulsione.
Lo prese per mano e lo guidò verso la camera da letto, la stessa dove avevano diviso gioie – poche – e dolori – molti – del loro matrimonio.
Quando lei si spogliò, in silenzio, il desiderio di lui riaffiorò dai meandri della memoria e si ricordò di quanto amasse quel corpo florido, che gli anni avevano reso solo appena più morbido.
E si rese conto che non solo il suo corpo ricordava il corpo di lei, ma anche il suo stomaco ricordava benissimo perché l’aveva voluta e sposata, e improvvisamente gli sembrò che tutti i motivi per cui si erano separati fossero irrilevanti, anche i suoi tradimenti, i soldi che gli aveva sottratto, il rifiuto di avere figli.
Oggi lui sentiva di aver fatto un errore a passare più di dieci anni della sua vita senza di lei.
Per questo l’amò con disperazione, non perché stava per morire, ma perché si era rifiutato di vivere per troppo tempo.
Lei fu gentile, e delicata, e morbida.
Lui si stancò presto e subito dopo dovette chiudere gli occhi e aspettare che la stanza smettesse di girare, poi non resistette più e si alzò vomitando.
Quando lei cercò di aiutarlo lui le fece cenno alzando una mano che tutto andava bene, poi andò in bagno, finì di vomitare e si sciacquò la bocca.
Prima di tornare in camera da letto andò in cucina e prese due bicchieri di tè freddo.
Quando tornò la trovò seduta su letto, ancora nuda, ma con lo sguardo corrucciato e preoccupato.
Giulio si sforzò di sorriderle, le porse il tè, poi si sedette accanto a lei.
Lei lo guardò di sbieco mentre beveva un po’.
– Come ti senti? – gli chiese.
Lui annuì, sempre con quel sorriso forzato sul volto.
– Adesso bene. Le crisi di vomito sono frequenti ormai, non è stata colpa di…insomma, diciamo che mi capita comunque. Mi passano rapidamente anche se non sono piacevoli. –
L’imbarazzo ora che tutto era finito era evidente. Passarono diversi secondi in cui i due si guardavano un po’ di sottecchi bevendo il tè, lei nuda, lui con un paio di pantaloncini che ormai gli stavano troppo grandi.
– Che cosa farai adesso? cosa vuoi che faccia? – chiese infine lei con la voce che tradiva la speranza di poter continuare a stargli vicino; se per affetto, nostalgia o senso di colpa questo lui non riuscì a stabilirlo.
Lui posò il bicchiere e finalmente si girò verso di lei per guardarla bene in viso.
Era serio ora.
– Ci sono cose che non si possono cancellare. Per quanto io oggi abbia capito di amarti ancora, e di aver desiderato questo momento per dieci anni non posso dimenticare quanto male mi hai fatto e quanto ho sofferto per causa tua. –
Lei cominciò ad incupirsi, sperava in un discorso diverso.
Lui percepì il suo disagio e le prese le mani.
– Non ti preoccupare, non ti voglio tediare con uno dei miei discorsi pieni di livore e rancore che hai già sentito tante volte, anche se so che stavolta ascolteresti senza replicare, anche solo per pietà e rispetto. –
Lei cominciò a negare ma lui la zittì.
– Ti prego, non c’è più bisogno di finzioni tra di noi. Forse non ce n’era bisogno neanche prima, ma adesso a maggior ragione. Oggi mi hai reso felice, veramente. In fondo era quello che ho sempre desiderato anche se lo negavo a me stesso. Anche se ti maledicevo in privato e ti insultavo in pubblico. Anche se dopo di te non ho più avuto nessuna donna che mi abbia reso felice, o infelice. –
Si fermò un attimo, per essere sicuro che lei lo stesse ascoltando con attenzione, e fu contento quando vide che lo guardava con una profondità e un affetto che forse non aveva mai visto nei suoi occhi.
– Ho negato a me stesso questo desiderio per dieci anni, e non avrei avuto mai il coraggio di confessarmelo se non fossi stato male e se tu non mi avessi chiamato. Di questo ti ringrazio. Mi hai dato una gioia immensa. Ma vedi, i desideri se ne tirano dietro altri, e mentre fino a qualche minuto fa ero sicuro che non ci fosse niente di più bello che tenerti di nuovo tra le braccia ora c’è qualcos’altro che voglio da te. –
Lei sembrò essere a disagio.
– Giulio… – disse – tu sai che io mi sono risposata…ti voglio bene ma non posso tornare ad essere tua moglie…mi ha fatto piacere oggi, è stato bello, ma ora devo tornare a casa. Ti starò vicino come potrò e come vorrai, ma non puoi chiedermi di tornare con te –
Lo stupore che si disegnò sul volto di lei quando Giulio scoppiò a ridere fu così comico che egli aumentò se possibile il tono della sua risata, e solo quando questa si mischiò alla tosse e a un accenno di vomito cercò di calmarsi, aiutato da lei che gli porgeva il bicchiere anche se contrariata da questo scoppio improvviso di risa.
Quando si fu calmato, ma sempre con un sorriso sulle labbra, la guardò con tenerezza come si guarda un bambino che non capisce.
– Scusami, non volevo ridere, ma non ho potuto trattenermi. –
Lei abbozzò un sorriso, non capiva cosa stesse succedendo ma voleva cercare di essere carina con lui.
– Vedi – riprese Giulio con un tono condiscendente che la irritò un po’ – quando tu hai chiamato io ero arrabbiato. No, di più: ero disperatamente infuriato, così tanto che avrei voluto buttarmi dalla finestra pur di non sentirti. Perché quando hai chiamato mi hai preso di sorpresa e io ero chiuso nella mia stupida e inutile rabbia decennale nei tuoi confronti, non avrei potuto reagire diversamente. Poi la tua voce ha risvegliato dentro di me quello che pensavo di aver seppellito per sempre: la tenerezza, l’amore, il desiderio di te. E qualcosa è cambiato. E’ stato come…come passare da una follia all’altro, la follia dell’odio e la follia dell’amore, in pochi secondi. E quando ti ho visto ho capito che il desiderio avrebbe vinto su tutto: ti volevo, e ti avrei voluto anche nei dieci anni in cui non ti ho avuto. –
Lei gli carezzava delicatamente una gamba mentre lui parlava, era contenta.
– Ma quando abbiamo finito – continuò lui – e io ho cominciato a vomitare, un terzo incomodo si è insinuato dentro di me: la consapevolezza di quello che mi aspetta, e improvvisamente non solo l’odio ma anche l’amore sono svaniti. Un uomo che sta per morire non può permettersi di provare sentimenti così netti e assoluti. La morte è il momento del giudizio, di guardare a ciò che si è fatto e di esprimere una sentenza sulle proprie azioni. In questo senso io sono stato fortunato perché sapere quando morirò mi ha dato la possibilità di fare questo passaggio con serenità e attenzione. E l’ho fatto credimi: ho ripensato a tutto, sistemato tutto, mi sono pentito dei miei errori, e ho gioito delle cose belle. Ma mancava una cosa, anche se non lo sapevo. Mancavi tu. Io ti avevo cancellato, ti volevo evitare, volevo che tu non esistessi più. Poi però sei ricomparsa, e in poco tempo ti ho odiato, e poi ti ho riamato. –
Si fermò. Lei ne approfittò per interrompere il flusso del suo discorso che gli risultava difficile da seguire.
– E adesso? – domandò.
Lui la guardò con intenzione.
– E adesso ti ho giudicato. Per tutto quello che sei stata per me. E ho finalmente deciso che non meriti di sopravvivermi. –
Disse queste parole mentre con una forza inaspettata infilava un coltello da cucina affilatissimo nello sterno di lei fino a perforarle il cuore e un polmone e farlo uscire dalla parte opposta, tagliando due costole e inondando il lenzuolo di sangue che usciva a fiotti dal corpo nudo di lei e dalla sua bocca.
Lei morì all’istante, con gli occhi sgranati per lo stupore.
Lui lasciò il coltello facendo afflosciare il suo cadavere sul letto.
La guardò per un istante, poi si alzò con calma, aprì la porta-finestra del salone e si lanciò dal quinto piano senza dire una parola.

Fiori Giapponesi

Storia di Lorenzo detto Peppe

Oggi X Agosto, mi va di raccontare la storia di un Lorenzo 🙂

Lorenzo detto Peppe era nato all’inizio del secolo scorso, esattamente nel 1900.
Nonostante si sentisse romano, e di più trasteverino, la verità è che era nato in Calabria, in un piccolo paese quasi disabitato in provincia di Reggio, San Lorenzo appunto, che di famoso a parte l’asperità selvaggia del territorio ha solo il merito di aver dato rifugio ad un manipolo di garibaldini in rotta.
Lorenzo aveva fratelli e sorelle, ma stranamente non portavano lo stesso cognome.
O forse non era così strano, in Calabria più di cento anni fa i signorotti avevano probabilmente anche il diritto sulla servitù, o ogni tanto qualcuna rimaneva incinta.
Fu così che Lorenzo passò i primi anni della sua vita insieme a ad almeno un fratello e una sorella (mi perdonerete se qualche informazione è vaga), entrambi più grandi, ed entrambi con un altro cognome.
La sorella in particolare aveva circa dieci anni di più, e doveva sposarsi a fine dicembre del 1908, molto giovane come era usanza a quei tempi.
Ma la notte del 28 Dicembre 1908 un sisma mai registrato in Italia distrusse Messina, Reggio e causò almeno centomila morti, tra cui la sorella di Lorenzo, che non si sposò mai.
E così, Lorenzo, suo fratello dal cognome diverso e il resto della famiglia partì per Roma, lasciandosi alle spalle un territorio distrutto.
Degli anni seguenti non sappiamo molto, se non che Lorenzo non ebbe tanto modo di studiare. In tarda età, questo lo sappiamo, esercitò la sua curiosità leggendo classici e abbonandosi a riviste letterarie più o meno di livello, interessandosi di fotografia e di cinema e finendo sempre la settimana enigmistica dalla A alla Z, ma tra gli anni 20 e gli anni 30 non c’era molto tempo per Lorenzo da dedicare ad altro che non fosse la ricerca del pane quotidiano.
Si sposò con Ada, e rapidamente misero al mondo quattro figli.
Come avrete capito, Lorenzo non era né ricco, né colto, e neanche tanto bello.
Era basso e tarchiato, ma dotato di una forza sovrumana e due mani enormi per la sua statura.
E allora si mise a fare il carbonaio, portava in giro per Roma sacchi di carbone di cento e passa chili, a piedi ovviamente e sulle spalle, e così sbarcava il lunario.
Non era neanche un fine educatore, pare, perché quando la sera rientrava stanco da un lavoro che più massacrante non si può, ascoltava in silenzio le malefatte dei suoi figli, e amministrava la giustizia a freddo, con una quantità di schiaffoni adeguata all’offesa arrecata.
Poi si poteva cenare.
Lorenzo ad un certo punto diventò comunista.
Voi capite, un caratteraccio come il suo, le origini calabresi, le poche parole e la voglia di migliorare la vita dei suoi figli, un uomo così non poteva tollerare il regime fascista.
Rimase comunista per tutta la vita, non abbandonò mai le sue idee, neanche quando il mondo cominciò a cambiare.
Ma un povero carbonaio comunista non aveva certo speranza di fare carriera in un partito per lo più di intellettuali ed ex borghesi, tutt’al più poteva fare numero, sia per il partito che contava gli iscritti, sia per i fascisti che ogni tanto dovevano rastrellare un po’ di comunisti per raggiungere le quote necessarie.
Fu così che Lorenzo detto Peppe venne arrestato, e non scelse il momento migliore per farsi sbattere in galera.
Finì a Via Tasso, dove i fascisti rinchiudevano principalmente i prigionieri politici. E non li trattavano certo con i guanti.
Il povero carbonaio comunista fu torturato, a lungo e ne soffrì tanto che non riuscì più a respirare bene per il resto della sua vita.
Non bastasse, ci fu l’attentato a Via Rasella, e improvvisamente i tedeschi dovettero radunare qualche centinaia di italiani da fucilare alle Fosse Ardeatine per rappresaglia.
Come è noto i tanto meticolosi e precisi tedeschi fecero una grandissima confusione, tra le richieste quasi impossibili da esaudire del comando, la difficoltà di reperire persone con le caratteristiche richieste, in alcuni casi anche poca collaborazione da parte delle truppe: a tutt’oggi non è noto il numero esatto delle persone radunate e le loro identità.
Ma comunque sappiamo che circa 335 persone furono trucidate a freddo su Via Ardeatina.
Tra questi doveva esserci anche lui, il carbonaio comunista che si trovava a Via Tasso, mentre i suoi figli – adolescenti o ancora bambini – dovettero tutti smettere di studiare e trovare un mestiere per mandare avanti la famiglia.
Lorenzo fu caricato con un gruppo di persone su un camion, ma come detto la confusione regnava sovrana, e insomma lui era un ripeto tosto, e nonostante la galera, le torture, e le sofferenze di una vita dura non aveva tanta voglia di mollare, e fu così che all’altezza di Piazza dei Navigatori, a poco meno di un chilometro dal luogo dell’eccidio, lui e un altro folle si gettarono dal camion in corsa e riuscirono ad allontanarsi.
La vita avventurosa di Lorenzo detto Peppe finisce con la guerra.
Negli anni 50 il trasferimento alla Garbatella, dove diventa un personaggio di spicco della famosa sede del PCI “La Villetta”.
I suoi quattro figli gli hanno dato quattordici nipoti, e uno porta il suo nome, ma non è vissuto abbastanza per conoscerli tutti.
Come tutti i nonni, ha avuto le sue preferenze.
In particolare, aveva un nipote, primo figlio della sua terza figlia, che aveva un certo ascendente su di lui, che negli anni ruppe o smontò tutto quello che gli capitava a tiro, ma che nonostante ciò non rimediò mai neanche uno schiaffo.
Sai com’è. Noi burberi ce la intendiamo bene tra di noi.

Nonno-Peppe

Il ricordo di te

Sono due anni che Renato non c’è più.
Ogni giorno mi stupisco di come questa perdita mi abbia colpito, e sconvolto nel profondo.
Eppure alla mia età ho già subito perdite importanti, dovrei avere gli strumenti per gestire il dolore e il rimpianto.
Ma non so perché, quest’uomo perbene che ci ha abbandonato ha lasciato un solco che non si rimargina.
Certo, eravamo colleghi, e amici, questo conta.
E per un lungo periodo confidenti: credetemi, è molto difficile per uomini adulti aprirsi veramente tra di loro, senza che ci sia competizione o ironia o qualche altro stupido meccanismo a rovinare tutto.
Io credo tuttavia che questa mancanza dipenda dal fatto che Renato era una persona che tutti, indistintamente, amavano.
Bastava conoscerlo, ed era così, molto semplicemente, in maniera naturale.
Raramente ho conosciuto esseri umani in grado di catalizzare così tanto affetto da parte di persone così diverse tra di loro, ma tutte concordi nell’indicare in lui il centro gravitazionale di una specie di affetto cosmico.
E non è un caso se le persone che ha lasciato hanno stretto in molti casi amicizie importanti, o hanno consolidato quelle esistenti.
Lui era così, e a me oggi va di ricordarlo raccontando qualcosa, prima che le memorie di una persona speciale svaniscano per me insieme al passare degli anni.
Questo, Renato, è il mio ricordo di te.

L’ultima volta che ci siamo visti avevo meno di 50 anni.
Per essere precisi, cinquanta anni meno un giorno, era venerdì 26 Luglio 2013.
Era l’ultimo giorno di lavoro prima delle vacanze, io avrei raggiunto la famiglia al mare per festeggiare con loro, e tu ti preparavi per quel viaggio in montagna.
Come al solito hai aperto la porta del mio ufficio, in piedi sullo scalino anche se eri molto più basso di me mi guardavi dall’alto in basso, e non dicevi niente, la faccia parlava chiaro: “Mi sono rotto, andiamo a pranzo?”.
Io devo aver cincischiato, perché mi hai fatto una foto, che poi hai pubblicato, una delle tante.
Poi siamo andati a pranzo con Paolo, abbiamo parlato delle solite cose, di donne.
A te il calcio non interessava, e del lavoro ne avevi abbastanza, quindi non c’erano altri argomenti che noi tre potessimo affrontare con serietà.
Tutto sommato è stato un addio sereno, non abbiamo discusso, non ci siamo intristiti, abbiamo parlato d’amore. Quale argomento migliore, prima di non vedersi più?

Anche se eri in azienda da prima di me, praticamente non ti avevo mai visto fin quando non sei stato catapultato nello stanzone in cui eravamo già in 5.
Eri in castigo, avevi osato andare in rotta di collisione con un capo che ti vessava, e ti avevano confinato in quel limbo a metà tra la tecnologia e il contrabbando che si chiama marketing.
Pensavano di averti fatto una cattiveria, e a dire il vero per chiunque altro sarebbe stata una cattiveria, ma non per te.
Nella tua personalissima priorità dell’esistenza il lavoro era molto in fondo alla lista. E sebbene fossi consapevole delle angherie a cui eri sottoposto, non te ne curavi più di tanto.
Avevi una vita intensa, intricata, piena di amici, di amore, di cose da fare.
Non era così importante per te fare carriera e anche quando ti misero come capo un ragazzo che avevi assunto tu, il sorriso non ti mancò mai.
Lo raccontavi più come aneddoto che come argomento per provare astio.
Andava bene così, non erano quelle le cose importanti.

Eri incazzoso. Incazzosissimo. Cazzo se eri incazzoso. Non ho mai conosciuto una persona capace di prendere d’aceto improvvisamente come te.
Se ti facevano girare le palle non ce n’era per nessuno.
E dato che non eri una persona violenta, le tue incazzature di fatto si concretizzavano nel prendere e andartene.
Non eri né tipo da fare a botte, né da insultare, né da usare sarcasmo.
Semplicemente se ti facevano incazzare eri capace di non parlare più con quella persona.
Te l’ho visto fare con me, e con persone a cui volevi decisamente più bene.
Ma allo stesso tempo avevi una caratteristica unica, che non ho mai trovato in nessun uomo adulto e dubito che ritroverò in qualcun altro, men che meno in me stesso: sapevi chiedere scusa.
Se ti accorgevi che durante una discussione, anche accesa, l’altro aveva ragione, eri capaci di ammetterlo, anche dopo uno o due giorni.
Con me lo hai fatto almeno un paio di volte.
Eri orgoglioso per le tue cose, ma non stupidamente orgoglioso come la maggior parte delle persone.
Questo mix incredibile di incazzatura facile e tenerezza faceva di te una persona speciale.

Non ho mai capito la tua infatuazione per le religioni alternative, per i santoni, per la spiritualità.
Ho sempre pensato che fossero più o meno delle truffe né più né meno come le religioni tradizionali e tutto il resto.
Però eri l’unica persona di mia conoscenza che credeva in qualcosa e ne parlava con passione senza voler fare proselitismo.
Non avevi l’atteggiamento supponente e sufficiente di chi ha visto la luce.
Non te ne fregava gran che se chi ti stava vicino decideva di avvicinarsi allo stesso percorso; a te faceva stare bene e questo bastava,
Hai conosciuto in questo percorso persone meravigliose, che ti hanno fatto stare bene, e questo te l’ho sempre un po’ invidiato.
Mi avevi solo consigliato di leggere un libro, a dire il vero un tomo gigantesco. Lo avevo comprato, poi però non so che fine ha fatto e quando te ne sei andato ne ho comprato un’altra copia.
Non l’ho letto, e non credo che lo farò, spero mi perdonerai.

Poco prima di andartene eri in tensione per una cosa particolare. Che a ripensarci mi viene da ridere.
Un uomo della tua età, che si preoccupa per una cosa del genere.
Avevi un saggio. Di ballo.
Anche questo non l’ho mai capito, io che adoro la musica ma odio muovermi.
L’idea che un uomo della tua, della nostra, età possa provare piacere a ballare vestito in maniera quanto meno atipica, e che sia in ansia per il saggio di fine anno, mi faceva ridere.
Però tu ci tenevi, eccome.
Me ne avrai parlato un milione di volte, e mi hai anche chiesto consiglio. A me. L’uomo più ansioso dell’universo.
E poi mi ricordo che eri contento, perché alla fine era andato tutto bene, e ho visto anche un paio di video.
A me sembravi ridicolmente contento, ma con te non c’era modo di provare sentimenti negativi, quindi ero felice. Anche se pensavo e continuo a pensare che il ballo sia per giovinastri tatuati.

Per il mio cinquantesimo compleanno mi hai mandato un messaggio, affettuoso e ironico.
Poi non ho avuto più tue notizie direttamente se non da chi ti stava vicino in quei giorni terribili.
Pensavo che avrei avuto rimpianto di non essere venuto, e invece no: posso fare finta che sei andato in vacanza, e che prima o poi tornerai.
Non ho dovuto vedere la tua sofferenza, l’impotenza dei medici, il dolore di chi ti vuole bene.
Mi è bastato il giorno del funerale, ho visto così tanto dolore, e affetto, che mi potrebbero bastare per un’altra vita.

Ho un unico rimpianto, colpa mia e tua: non siamo riusciti ad andare insieme a trovare Carla, che ci aveva lasciato giusto un anno prima di te.
Lo abbiamo detto tante volte, abbiamo stampato la mappa della sua tomba, abbiamo preso l’impegno e poi disdetto in continuazione.
Ma sai, quando si è vivi e felici di esserlo non si pensa mai che non ci sarà tempo.
E invece qualche volta tempo non c’è, o non ce n’è più.
E’ una lezione che sappiamo a memoria, ma qualche volta preferiamo dimenticarcene.

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La scrematura delle amicizia facebook

Prima o poi quel momento tanto temuto arriva per tutti.
Vi siete invaghiti di una biondona amica di un’amica di un’amica, conosciuta durante un noiosissimo aperitivo di lavoro, e come primo passo verso l’intortamento decidete di chiederle l’amicizia su Facebook, quando vi compare il terribile segnale: “Hai raggiunto il limite di 5.000 amicizie. Non ne puoi aggiungere altre”.
Cazzo! E ora?
Non posso NON chiedere l’amicizia a questa supertopa, pensate, quindi dovrò cancellare qualcuno dei miei amici.
Ma chi?
Ecco, se siete tra quei sentimentaloni che conservano anche i vasetti dello yogurt nella credenza, e quindi figuriamoci se riuscite a staccarvi da qualche essere umano, questo prontuario fa per voi.
Se seguirete le istruzioni e i suggerimenti non solo vi ritroverete con un sacco di spazio libero per biondone, morone, e “one” di vario genere, ma ci avrete di sicuro guadagnato in salute mentale.
Ecco una facile lista di persone che potete eliminare senza rimpianti.

1. Le ex fidanzate
Se siete delle persone normali, di età superiore ai quaranta anni, tra le vostre amicizie facebook c’è un numero imprecisato di ex fidanzate, numero che a secondo della vostra solerzia sessuale può andare dalle 10 alle 50 unità.
Eliminatele. Tutte. Senza indugio.
Perché VOI pensate che dopo l’amore ci possa essere una bella amicizia, che il sesso di venti anni fa sia un dolce ricordo, che esservi sposato con una conosciuta da due mesi dopo essere stati fidanzati in casa per dieci anni siano cose che fanno parte degli eventi della vita e sono semplicemente il bagaglio della nostra esperienza.
Loro no.
Loro pensano solo che siete uno stronzo puttaniere, e se fanno finta di niente è per non farsi bannare e continuare a farvi la macumba, sperando vi venga un’orchite cronica associata con una colite spastica.
Le donne non dimenticano, non vi illudete.
Eliminare. Subito.

2. Quelli che si chiamano come voi
Magari non tutti, ma almeno un buon 50%, eliminateli prontamente.
Se vi chiamate di cognome “Cantoridinorimberga” e avete passato più di trenta anni pensando che oltre alla vostra famiglia ci sia solo un piccolo nucleo di “Cantoridinorimberga” a Ravenna, beh, avete pensato male.
Una volta che vi iscrivete a Facebook vi chiederanno l’amicizia novecento “Cantoridinorimberga”, residenti nei posti più disparati, dalla Papuasia a Timbuctu.
I più intraprendenti avranno creato un gruppo che si chiama “Noi, i Cantori di Norimberga” in cui si cerca di stabilire quanto siano fighi i Cantori e tutti i Cantorini, rispetto a qualsiasi altro cognome del cazzo sull’orbe terracqueo.
Non bastasse, se il vostro cognome è abbastanza strano vi contatteranno anche varianti esotiche.
E allora ecco che siete amici anche di un centinaio di “Maestricantoridinorimberga” e altrettanti “Cantoridispilimberto”.
Insomma, fate ‘na strage, e spazzate via metà dei vostri omomini.
Senza pietà.

3. I compagni di scuola
Una delle scuse più gettonate per giustificare la propria presenza su Facebook è “così posso ritrovare e rimanere in contatto con i vecchi compagni di scuola che avevo perso di vista da tempo”.
Ragazzi. Ma a chi vogliamo darla a bere?
la verità è che il 90% dei compagni di scuola ci stava sul cazzo, e l’altro 10% (femmine) avremmo voluto trombarcelo ma ci ha dato il due di picche.
Se avete visto “Compagni di scuola” di Carlo Verdone sappiate che la realtà è ben peggiore.
Anzi. Sono certo che lo sapete già.
Perché in verità l’unico motivo per cui abbiamo accettato la loro amicizia è la vaga (e vana) speranza che quella compagna così carina, con quel bel personale, sia diventata una splendida cinquantenne, e che magari finalmente riusciremo a portarcela a letto.
Pur di raggiungere questo bieco scopo abbiamo dovuto accettare l’amicizia di decine di perfetti sconosciuti che hanno di noi solo una cazzo di foto del millenovecentosettantatré in cui eravamo pieno di capelli e vestiti come deficienti.
Inutile dire che le compagne di scuola dal bel corpicino non hanno mantenuto le promesse, e quelle che le hanno mantenute continuano a non darvela.
Invece quelli che vi stavano sulle palle all’epoca continuano a essere dei fastidiosissimi rompicoglioni e a darvi i cazzotti sul braccio come se foste in quinta elementare.
Datemi retta. Fate finta di essere analfabeti, e dimenticatevi della scuola.

4. I blogger maledetti
Chi non ha un blog al giorno d’oggi?
Ormai anche le massaie e le nonne.
E ovviamente per promuovere il proprio blog senza spendere una lira si usa il buon vecchio caro facebook.
Quindi per ogni blogger moderato (tipo me) ce ne sono cento aggressivi nella loro operazione di marketing, che ti tempestano di like sperando di riceverne qualcuno in cambio, che intervengono su ogni tuo post per esser ricambiati ma soprattutto che arano le tue amicizie per accrescere il numero di LORO fan.
Il blogger maledetto non è tutto sommato pernicioso, anche perché quando lo avete individuato basterà non cagarsi più i suoi post chilometrici e inevitabilmente anche lui o lei finirà per sfumare via lontano.
Ma se vi serve qualcuno da rimuovere senza rimpianti, il blogger maledetto è quasi sempre il primo della lista…

5. I colleghi di lavoro
Nessuna persona sana di mente darebbe l’amicizia facebook ad un collega di lavoro.
Il motivo?
Mi pare ovvio. Perché mentre voi avete tatticamente scelto la scrivania all’angolo, in modo da chattare con tutto l’universo intero senza che nessuno se ne accorga, se anche uno solo dei vostri colleghi è in grado di vedere la vostra bacheca saprà che non solo postate stronzate a ripetizione, ma che il tasso di risposte che date sui nmila gruppi di cui fate parte è incompatibile con qualsiasi attività lavorativa degna di questo nome.
E perché avete ceduto, se siete perfettamente sani di mente?
Beh, come sempre c’è di mezzo la topa. La gentile, simpatica, biondissima nonché tettutissima collega del quinto piano.
Che tacchinate inutilmente da dieci anni, ma che vi ha rivolto la parola accorgendosi della differenza tra voi e una processionaria solo quando avete nominato la parola magica: “Capricorno”.
Solo allora vi ha concesso dieci minuti del suo preziosissimo tempo, togliendolo al rifacimento del trucco, e permettendovi di sbirciare nella scollatura della camicia mentre vi rincoglioniva con la sua teoria del tutto, in cui anche Einstein era un genio solo perché aveva l’ascendente in Ofiuco.
E alla fine avete accettato la sua richiesta di amicizia nella vana speranza di andare a meta, ma ottenendo come unico risultato di trascinarvi dietro l’amicizia facebook di tutto il quinto piano, che si muove come un sol uomo in formazione a testuggine quando si tratta di rompere i coglioni.
A questo punto, dato che la biondona non ve l’ha mai data e per di più le tette sono ormai scese di almeno dieci centimetri rispetto all’eclittica, eliminate lei e tutti quelli del quinto piano.
Alla peggio, tornerete a farvi i cazzi vostri come ai bei tempi.

6. I genitori dei compagni di vostro figlio
C’è solo una cosa peggio dei compagni di scuola, quando si tratta di facebook: i genitori dei compagni di vostro figlio.
Quando vi siete presentati giacca e cravatta d’ordinanza alla prima riunione di classe eravate il classico genitore modello.
Serio, compunto, occhialetto sul naso, proprietà di linguaggio, simpatico con le signore, cordiale con i papà, biglietto da visita prestigioso.
Non che ciò non sia vero.
Ma questo è nella vita reale.
Su facebook siete un cazzaro di prima categoria, condividete tutti i post di lercio e le migliori frasi di Osho, non passa giorno senza una foto di Charlize Theron, le parolacce si sprecano.
Poi la mattina accompagnate il pargolo a scuola e rimettete la maschera del bravo papà.
Ma prima o poi qualcuno vi incastrerà chiedendovi l’amicizia su facebook e per pigrizia o indifferenza voi la concederete, e a quel punto ogni giorno vi accorgerete che c’è qualcuno che davanti scuola vi guarda in tralice, ogni giorno peggio, finché non vedrete qualcuno che si dà di gomito, e maledirete di aver postato le tette di quella tipa incontrata in treno.
Forse sono da eliminare per primi.

7. Le tope incerte
E’ un meccanismo inevitabile, pavloviano per certi aspetti, che conoscete bene ma al quale non potete sottrarvi.
Non appena ricevete la richiesta di amicizia da parte di qualcuna che sembra una topa galattica voi la accettate senza nessun controllo.
Tanto più che ormai veleggiate verso i 5.000 contatti e non ha neanche più senso essere selettivi.
Tra l’altro nel corso del tempo qualcuna si è rivelata essere veramente una topa galattica, cosa che in un paio di occasioni avete potuto toccare con mano (si parla sempre di attività intellettuali, ovviamente).
Ora, si dà il caso che voi non lo sappiate, ma da studi accurati fatti dalla Facebook Inc. si rivela che nel 94,73% dei casi almeno una delle tope galattiche che vi ha chiesto l’amicizia è un fake dietro il quale si nasconde vostra moglie.
Ella, che dichiara una totale incompetenza informatica ma che di sicuro ha qualche amico che la tacchina e che farebbe di tutto per sputtanarvi, ha creato un profilo credibilissimo, e non solo si impiccia delle vostre cose – il che sarebbe anche legittimo, diciamocelo – ma vi stimola in chat a essere particolarmente estroverso e non passa giorno che non aggiunga stampate al faldone denominato “Causa di divorzio”, di cui ovviamente voi non siete a conoscenza.
Ecco, se dovessi suggerire chi eliminare per fare spazio tra i vostri amici io schianterei tutte le tope che non conoscete di persona (cioè la quasi totalità).
In questo modo di sicuro eliminate il pericolo-moglie.
Poi, a riaggiungerle piano piano fate sempre in tempo…

La finirei qua.
A occhio e croce se avete seguito le mie indicazioni avete dimezzato almeno il numero di amicizie facebook e fatto spazio per la biondona.
Già che ci siamo, consiglio finale: alcune delle categorie sopra indicate, date retta a me, non le reinserite. Vi porteranno solo fastidi.
Fate eventualmente un’eccezione per le tope incerte.
Hai visto mai…

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Uomini al bagno

Dopo oltre 25 anni di lavoro di ufficio, incluse innumerevoli trasferte in Italia e all’estero, ho raccolto una statistica che credo possa essere considerata definitiva sulle tipologie di uomini che vanno al bagno a espletare le funzioni urinarie.
Niente come il bagno riesce ad evidenziare il retroterra culturale – e in alcuni casi anche fisiologico – degli uomini.
Per evidenti motivi non sono in grado di determinare la stessa statistica anche per le signore: non frequento i loro bagni, vorrei dire purtroppo ma penso che “fortunatamente” sia più indicato.
Attenzione: questo post è ad alto contenuto di volgarità e disgusto. Lo dico semplicemente per fare audience.

1. Il Cardiochirurgo
Tutti noi abbiamo delle fobie, e forse la paura dei germi non è neanche così dannosa.
Ma alcune persone spingono questa psicosi all’eccesso, come il Cardiochirurgo.
E’ un soggetto di solito molto giovane, i vecchi hanno imparato a fottersene dei germi.
Entra nel bagno come se fosse un lazzaretto nella Londra del 600.
Alza le braccia in modo che non corra il rischio di toccare nulla, ha le maniche già arrotolate, e PRIMA di recarsi in bagno si lava le mani per circa due minuti, con abbondante uso di sapone, ovviamente aprendo il rubinetto con il dorso della mano che poi sciacquerà subito.
Dopo questa operazione preparatoria, te lo immagini già con la mascherina che urla: “Bisturi!”.
Invece prende un pezzo di carta igienica, lo usa per aprire la porta, e si reca in bagno.
Dopo aver espletato le sue necessità corporali, esce e ripete l’operazione di lavaggio, stavolta molto più accurata: l’insaponamento dura almeno cinque minuti, con sfregamento ripetuto di mani e braccia.
Infine, una volta sciacquatosi con un paio di metri cubi d’acqua, attiva il phon e si asciuga il tutto per altri dieci minuti, finché la pelle non inizia a squamarsi.
Attende infine che qualcuno apra la porta per sgattaiolare fuori.
Se per caso gli prende il bisognino troppo tardi nella giornata, quando quasi tutti i colleghi sono andati a casa, rischia di passare 30/40 minuti in bagno prima che qualcuno gli apra.
Probabilmente non prenderà mai malattie, ma un ricovero ci starebbe bene comunque.

2. Il Guardiano del Colosseo
Viene soprannominato così il collega che non chiude mai la porta del bagno.
Tutti quelli che passano devono poter vedere il suo deretano e la sua schiena, immaginando il resto.
E’ un atteggiamento prevaricatore, e infatti non è inusuale vedere questo comportamento nel Top Management.
Come per dire: ho da fare, vado di corsa, e comunque qui comando io.
Se gli si fa notare che non è bello vederlo minzionare, ti risponderà in maniera subdola che lo fa per non toccare la maniglia della porta del bagno, cercando di farsi classificare come Cardiochirurgo.
Poi però va via senza lavarsi le mani e capisci che non ci tiene così tanto all’igiene.
In fondo non dà fastidio, basta non chiamarlo mentre è all’opera: il rischio che si giri di scatto c’è sempre.

3. Homo Erectus
Avvertenza: qui è l’invidia che mi fa parlare quindi cercate di essere comprensivi.
L’Homo Erectus è un uomo che ha risolto definitivamente i problemi igienici che possono risultare da un contatto ripetuto con le parti intime e oggetti generatori di germi come le manopole del motorino o le mani di altri colleghi.
Egli infatti è in grado di urinare in una postura ducesca, gambe larghe, mento in fuori e pugni sui fianchi.
Ora, ogni uomo normale – e anche un po’ più che normale – vi potrà confermare che un piccolo supporto è necessario se non altro per l’orientamente verso il centro del water,.
Ma l’Homo Erectus è in grado di comandare la minzione senza contatto fisico.
Presumendo che non sia in uno stato di eccitazione permanente, egli è comunque dotato di un apparato urinario di ragguardevoli dimensioni e consistenza, cosa che gli attira l’invidia di tutti gli altri colleghi maschi, pur senza aver visto l’oggetto in questione.
Invidia a parte, è bene sapere che in caso di trasferta dormire in stanza con lui può essere pericoloso.

4. Speedy Gonzales
Se un collega vi dice “vado un attimo in bagno” e dopo neanche un minuto ve lo ritrovate al vostro fianco, siamo in presenza di uno Speedy Gonzales da manuale.
Egli ritiene la minzione una perdita di tempo, e attende fino al momento in cui la pressione interna sta per far esplodere anche i timpani prima di recarsi in bagno.
A quel punto il timing è fondamentale: egli dovrà riuscire a sbottonarsi i pantaloni e mollare gli ormeggi prima che la natura faccia il suo corso e si ritrovi con le cosce bagnate.
Ma lo Speedy Gonzales è un artista di questa modalità e anzi, fa gare con sé stesso per vedere quanto riesce a resistere e quanto poco riesce a metterci.
Alcuni sono così bravi che in una riunione fanno una domanda complicata, e nel tempo che voi impiegate a pensare ad una risposta che non porti al licenziamento sono già andati e tornati dal bagno.
Inutile sottolinearlo, anche gli Speedy Gonzales saltano a piè pari la parte di abluzione delle mani, e talvolta anche della chiusura della patta, quindi salutatelo sempre agitando le mani da lontano e non provate mai a stringergliele.

5. L’Agitatore
Qui mi dispiace per gli animi sensibili ma dobbiamo entrare in dettagli tecnici che potranno far inorridire; ma vi assicuro che per noi maschietti l’Agitatore è il peggiore dei colleghi possibili, soprattutto durante le soste in autostrada dove talvolta si fa l’errore di affiancarsi ad uno di quei brutti ma igienici pezzi di ceramica attaccati al muro.
L’Agitatore sembra normale fino al termine dell’operazione, ma poi, in un vano tentativo di rimuovere tutti i residui, comincia a scuotere l’organo con violenza, a destra e a sinistra, in alto e in basso, in avanti e all’indietro, spedendo gocce della sua produzione urica a trecentosessantagradi, ad una velocità stimata di circa venti metri al secondo, oltre la velocità del suono.
Chi avesse la sventura di trovarsi a meno di duecento metri dall’Agitatore non potrebbe evitare di venirne irrorato.
Ma perché, vi chiederete, uno deve fare la cazzata di mettersi al suo fianco?
Il fatto è che l’Agitatore finché si rimane negli spazi circoscritti del bagno aziendale non viene identificato, è solo quando si va in trasferta e ti capita vicino che capisci il pericolo.
La cosa positiva è che il primo che avrà fatto l’esperienza poi spargerà la voce, e l’Agitatore passerà il resto della sua carriera a domandarsi perché gli altri colleghi vanno sempre in bagno a gruppetti e quando ci va lui non c’è mai nessuno.
Qualche Agitatore è stato visto anche annusarsi le ascelle, per cercare di capire se sia il cattivo odore a determinare il suo isolamento.
Tranquillo. Le ascelle sono a posto.

6. L’Idrante
Purtroppo l’Idrante è un collega che rimane per lo più anonimo, in quanto stronzo e subdolo.
Infatti nessuno è mai stato visto nell’atto di fare l’Idrante in un bagno comune.
E’ solo al chiuso e al sicuro del bagno aziendale che il collega-idrante si lascia andare al suo piacere di vandalo, e la fa dappertutto tranne che nel water.
A completamento dell’opera la calpesta ben bene con le scarpe, fino a creare una specie di fanghiglia sulla quale non è neanche difficile scivolare.
L’Idrante, in quanto subdolo, alla fine dell’operazione tira lo sciacquone.
Non che serva, visto che dentro ce ne è entrata una quantità irrisoria, ma se dovesse incontrare qualcuno che entra nel bagno dopo di lui potrebbe sempre dirgli: “Lascia perdere, non sai che cosa hanno lasciato questi maiali”.
Se sospettate che l’Idrante sia uno dei vostri colleghi più stretti, la cosa più importante da fare è non dire mai nulla.
Voi non potete sapere chi sia, ma lui non può vedere la vostra faccia, quindi gode solo degli eventuali sfoghi che avrete con gli altri colleghi.
Lasciatelo schiattare. Non la smetterà, ma almeno non ne gode.

7. Il Cartolaio
Asciugarsi dopo aver fatto la pipì è una buona cosa, e nessuno dovrebbe evitare di farlo.
Normalmente basta uno o al massimo due pezzetti di carta igienica.
C’è però gente che quando prende la carta igienica non pensa all’Amazzonia, e fa una palla di carta talmente grande che non riesce neanche a tenere in mano.
Dopo la butta nel water, e in una percentuale che va dal 15 al 20% intasa tutto.
Ovviamente non è che si mette a cercare di sturare, o quanto meno avverte, no.
Lo stronzo lascia il water intasato.
Fin qui sarebbe stronzo, ma non stronzissimo.
Il fatto è che talvolta la carta intasa il water andando a posizionarsi in un punto invisibile nel sifone.
Voi arrivate, fate le vostre cose, e quando tentate di tirare lo sciacquone…il dramma!
Tutto quanto sale rapidamente verso di voi, e se siete fortunati, ma molto fortunati, rimane dentro il water costituendo un nuovo lago sconosciuto alla Società Geologica Italiana.
Nel peggiore dei casi per voi sarà la fine.
Il Cartolaio è forse l’individuo più odioso, e sarebbe il caso di contingentare la carta igienica mettendo un collega all’ingresso el bagno che ne distribuisca non più di due pezzettini a testa. E ovviamente perquisisca tutti per assicurarsi che nessuno se la porti da casa…

8. L’Eterno
E’ un collega per lo più innocuo, non dà noia, rispetta le regole, lascia tutto pulito, insomma sembrerebbe perfetto, se non fosse che in bagno ci puà stare un’ora e più.
Se avete la fortuna di avere molti bagni in azienda la cosa arreca un fastidio limitato, ma se siete in una situazione in cui andare al bagno è di vitale importanza, c’è un solo bagno e LUI è dentro, può diventare il vostro peggior nemico.
Il collega Eterno è particolarmente pernicioso perché di solito non risponde.
Anche quando è chiaro che c’è lui, là dentro, trattiene il respiro e non risponde neanche quando battete i pugni sulla porta, sperando che ve ne andiate via come per magia.
Ma ancora peggio è quello che non solo non risponde, ma si percepisce chiaramente dal rumore che sta giocando a Ruzzle.
Voi capite, magari ha iniziato un torneo, e finché non finisce non esce.
E se il torneo è composto da quarti di finale, semifinali, finalissima, potreste dover aspettare per ore.
Il collega Eterno ha poi un’altra controindicazione, sempre legata alle trasferte: se decide di andare in bagno mentre siete in viaggio, può farvi attendere in autogrill finché non arriva la Stradale a chiedervi perché stazionate lì da ore con l’aria sofferente.
L’Eterno può essere la persona più noiosa con cui fare un viaggio di lavoro; assicuratevi di avere con voi sempre una boccetta di Guttalax per somministrargliela di nascosto: ci metterà sempre una vita, ma almeno non avrà tempo di giocare a Ruzzle.

bagni autogrill

Un padre di oggi

Un padre di una figlia adolescente, oggi, deve avere una sola qualità: deve essere praticamente invisibile.
Deve essere un abile camminatore sulle uova, la sua giornata è costellata di infortuni, piccoli e grandi, e deve considerare un successo se prima di andare a letto qualcuno gli dà la buonanotte.
Un padre di oggi non deve accompagnare la figlia a scuola, e se lo fa non deve aspettarsi di essere salutato con un bacio, che mica siamo bambini piccoli.
Meglio se si tiene a distanza, in modo che gli amici non vedano che ci sei.
Un padre di oggi non deve avere una personalità esuberante, non deve scherzare o raccontare barzellette, non deve fare il simpatico, né con gli amichetti dei figli, tanto meno con i loro genitori.
In pratica deve essere un soprammobile.
Allo stesso tempo però deve essere giovane, o almeno giovanile, perché gli altri papà giocano a calcetto, sciano, escono in bicicletta, e tu non puoi essere da meno. Ma devi fare uno sport “normale”, non devi buttarti con il paracadute o essere un esperto di bungee jumping, altrimenti la creatura si stressa.
Il padre di una figlia adolescente può andare alle partite di pallavolo, ma non deve tifare in maniera assordante. Non deve dare suggerimenti, né commentare.
Può battere le mani, ma piano, e solo insieme agli altri, non sia mai che qualcuno lo noti.
Può sedersi sugli spalti, ma non rendersi troppo visibile, quindi un papà come si deve ha sempre nel suo guardaroba un maglione blu o un giaccone beige che lo confondano con il resto del gruppo.
Il papà che fa le foto dà fastidio. Se porti la macchina fotografica sono plotoni di occhi al cielo, e urla “Papaaaaaaaaa” con la “a” finale che si incastra nelle tue sinapsi e ti fa sentire una merda.
Però poi improvvisa scatta la richiesta “Papà, hai fatto qualche foto oggi?”. E ce le devi avere. E devono anche essere belle.
Quindi un padre deve fare le foto, ma non deve essere visto. Sono consigliati gli obiettivi con il camouflage, come quelli per la caccia fotografica agli aironi cinerini.
Un padre di una figlia adolescente quando è in casa non deve disturbare. Non deve fare domande sull’andamento della scuola, non deve protestare se il cellulare suona troppo spesso, non deve fare carezze non richieste.
Però se fortuna vuole che nella mente della sua figliuola scatti la necessità di dirgli una cosa, egli deve essere disponibile immediatamente: non importa se sta finendo di mandare una email importantissima, se sta guardando in diretta la finale dei mondiali, se sta lanciando in aria un’omelette, e neanche se finalmente è riuscito ad impossessarsi del bagno e si è appena seduto. Dalla chiamata non devono passare più di due o tre secondi per presentarsi di fronte alla pargola, sorriso d’ordinanza.
Se si tarda anche di dieci secondi, alla domanda “Eccomi, mi cercavi!?” la risposta sarà invariabilmente “Non fa niente, grazie”.
Un padre di oggi non deve sapere nulla, non si deve informare, non deve chiedere.
Non gli è dato avere notizie di prima mano su compiti, verifiche, voti. Men che mai di amicizie e sentimenti.
Le uniche informazioni a cui egli avrà accesso gli saranno fornite da sua moglie, nei tempi, modi e interpretazioni che ella, nella sua infinita saggezza, riterrà opportuno.
Passeranno anni prima che il padre riesca a sapere qualcosa di profondo che riguarda sua figlia, e inevitabilmente il tutto sarà condito da un “E’ colpa tua”.
Un padre di oggi non può fare commenti sugli amici della figlia, perché tanto lei penserà sempre l’opposto.
Se provi a dire: “Quella mi sembra una ragazzina tanto a modo”, la risposta sarà “Se. Non sai come si comporta quando non ci sono gli adulti”, o al contrario “Quel ragazzino non mi piace tanto come si comporta” sarà inevitabile sentirsi dire “Ma che dici, è tranquillissimo” anche se ha appena fatto due mesi al riformatorio.
Un padre di oggi non deve essere uomo.
Mentre alla madre è consentito un certo grado di femminilità, utile se non altro per consigli sullo shopping, il padre deve essere rigorosamente asessuato.
Qualsiasi apprezzamento verso il mondo femminile, o anche solo il vago indizio che il padre possa provare attrazione – puramente estetica e intellettuale, si badi bene – verso l’altro sesso viene fulminato da sguardi di fuoco che invitano a non riprovarci mai più.
L’unica cosa che desta interesse in una figlia adolescente sono eventuali passati amori del proprio genitore maschio, più come prova dell’incredibile casualità degli eventi umani che per altro.
Il fatto già che il proprio padre abbia trovato una donna con cui riprodursi viene considerato un miracolo, l’idea che ce ne possano essere state potenzialmente altre rasenta la fantascienza.
Un padre di una figlia adolescente non sa nulla, perché sa tutto lei.
Neanche più la teoria dei quanti rappresenta una coperta di linus dietro la quale ripararsi, perché ormai la trattano in prima media.
Non parliamo poi di musica, cinema, attori, gossip.
Sei vecchio, e non passa momento senza che ciò ti venga ricordato.
In macchina ormai quando tenti di attaccare il tuo ipod con la compilation dei Beatles non trovi neanche più il cavo adatto, perché anche nel cavo l’ipod di tua figlia è più moderno di te.
Se pensavi di essere un genio dell’informatica, ti è bastato vedere come lei gestisce l’ipad, per sentirti un dinosauro.
Il padre di una figlia adolescente, oggi, non può far valere neanche la sua autorità.
Semplicemente, non c’è più.
E l’ultima volta che hai provato ad alzare la voce la quinta colonna – la madre della giovine – ti ha sussurrato all’orecchio “Devi essere autorevole, non autoritario”, che neanche Iago era così convincente.
Il padre di una figlia adolescente oggi è un uomo che soffre in silenzio, e la cui unica soddisfazione è vedere sua figlia che cresce bene, e sperare, quando arriverà il momento in cui lei si renderà conto che non era proprio un coglione, di essere ancora vivo per sentirtelo dire.

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Mia madre


In questo periodo, quindici anni fa se ne andava mia madre.
Ho ricordi di quel periodo un po’ disarticolati, fatti di flash, di alcune immagini vivide e altre sfocate, vuoti di memoria e dettagli precisi.
Ho deciso di cercare di scriverli; per me, soprattutto.
Per fissarli per sempre nella memoria, prima che l’inevitabile scorrere del tempo li consumi.
Se in alcuni punti sembrerò troppo malinconico, vi prego di perdonarmi.
D’altronde, se questo fosse un foglio di carta potreste forse vedere le macchie che qualche lacrima avrebbe provocato spandendo l’inchiostro.
Ma per fortuna questo è solo uno stupido computer.

L’ultimo ricordo che ho di mia madre è un abbraccio.
Strano, considerando che lei – esattamente come me – non era una persona “fisica”, non amava il contatto con gli altri senza motivazione.
Non era una di quelle persone che ti prendono il braccio quando ti parlano, o ti cingono la vita mentre cammini, o ti salutano con due baci sulle guance.
Era ostica, in questo, e io come lei.
Un carattere chiuso, duro. Il suo motto preferito: “Una parola è poca, e due so’ troppe”.
Lasciava che fossero gli occhi a parlare per lei.
Occhi che potevano ridere, talvolta, ma più spesso fulminarti vivo.
Gli occhi delle persone che nella loro vita ne hanno viste tante, occhi di chi si è alzato tutte le mattine alle 4 per lavorare da quando ha dieci anni, occhi che scrutano in lontananza per vedere da dove arriverà la minaccia.
Però quel giorno, l’ultimo in cui l’ho vista viva, mi ha abbracciato.
Chissà.
Mi ricordo ancora la scena, io sulla soglia che stavo andando via, lei in accappatoio, aveva fatto la doccia, i capelli bagnati e tirati indietro.
Un abbraccio che non voleva essere un addio, però lo è stato.

Quando la telefonata è arrivata, ero sveglio, anche se erano già le due o le tre di notte.
Perché queste notizie arrivano sempre con una telefonata, e spesso, spessissimo, la notte, quando il corpo si lascia andare all’oblio, e qualche volta, qualche volta non torna più.
E invece io ero sveglio, e quando il telefono ha squillato lo sapevo già.
Ricordo benissimo l’ansia, la fretta, le bestemmie mentre cercavo la macchina sotto casa e non la trovavo, e poi la corsa inutile attraversando Roma deserta.
Una parte di me pregava, pregava incessantemente un dio in cui non credeva, teneva le mani serrate sul volante e il piede sull’acceleratore, e gridava nella sua testa “ti prego, ti prego, dio, ti prego ti prego”; l’altra invece era serena, consapevole che quel momento era arrivato, che non sarebbe servito a nulla correre, che avrei dovuto accettare il fatto compiuto.
Queste due persone hanno continuato a lottare per tutto il viaggio: mezz’ora, forse meno, fino all’ospedale, poi la corsa nei corridoi, finché sono scomparse entrambe per lasciare posto allo stupore.
Quella è stata l’unica sensazione che ho provato. Stupore.
Di fronte a visi tirati, lacrime, sguardi a terra, io ero stupito.
E quindi è successo veramente. Non sto sognando.
L’unica cosa che ho chiesto: “Come è successo? Come è possibile?”
Non ci sono state lacrime, rabbia, dolore. Quelli sono venuti dopo, per me.
Lo stupore mi ha annichilito, la necessità di capire mi ha catturato e non mi ha mollato per un po’.
Non ho capito, ovviamente, non si capisce mai.
Ma per fortuna prima o poi le lacrime arrivano.
Benvenute.

Di quell’anno infame ricordo soprattutto la sua forte, feroce determinazione a vivere.
La visita con il vecchio luminare che già aveva fatto il miracolo anni prima, le terapie, l’ospedale.
Ho sempre viaggiato molto per lavoro, e quell’anno non è stato da meno.
Spesso, di ritorno dall’aeroporto, passavo a trovarla in ospedale; lei dormiva già, spossata.
Io rimanevo lì qualche minuto, poi me ne andavo.
Quei minuti li potrei contare tutti e riavvolgere e ripetere, erano il tempo della consapevolezza, del passaggio alla maturità.
Erano i minuti in cui ho smesso di essere un adolescente, anche se avevo già più di trentacinque anni.
Erano i minuti in cui ho accumulato dentro di me tutta la malinconia, la serenità, il sentimento che mi porto ancora adesso.
Ho rubato tutto questo a mia madre mentre dormiva, in un letto d’ospedale.
Perché anche se lei lottava ferocemente, io sapevo che non sarebbe servito. Non so come, ma lo sapevo.
E andavo via ogni volta più triste. Lei non lo era.
Anche durante l’ultima visita a cui l’ho accompagnata, quando le ho chiesto di uscire perché volevo parlare guardando dritto negli occhi la persona che l’aveva visitata, non era triste.
Aveva capito che io ero pieno di rabbia per quello che stava succedendo e volevo una parola di conforto, ma avevo paura per quello che mi avrebbero potuto dire.
Quando l’ho raggiunta – mi aspettava ferma, immobile, nell’androne del palazzo – non mi ha chiesto niente, non so neanche se volesse sapere.
Una parola era poca, ma due sarebbero state veramente troppe.

Di mia madre ho pochi ricordi tangibili.
La voce registrata su un nastro.
Un filmino di quasi cinquanta anni fa.
Qualche foto.
Alcuni regali che mi ha fatto e che ancora conservo.
Ma se dovessi dire qual è il ricordo più vivido, direi i suoi capelli.
Che io ho sempre visto per lo più martoriati da colori improbabili, neri, biondi, castani, lisci, ricci, negli ultimi anni quasi del tutto bianchi.
Ma sempre incredibilmente folti, spessi, indomabili.
I capelli di mia madre erano originariamente di un rosso scuro difficile da vedere in giro, ed erano diventati bianchi presto, durante i pochi anni terribili in cui perse il padre, la madre, uno zio amatissimo, una sorella.
Ne porto un ricordo genetico qua e là, sul viso: se mi facessi crescere la barba, tra peli bianchi e neri spunterebbero delle piccole chiazze rosse sulle guance e ai lati della bocca; da giovane, quando portavo la barba, mi piaceva molto questa barba nera striata di rosso, lo stesso colore dei suoi capelli.
Quando alla fine mi sono fatto coraggio e sono andato a vedere il suo corpo, adagiato su una bara, pietosamente rivestito, non ho riconosciuto niente di mia madre in quel contenitore di carne implosa.
Non c’era niente di lei nei lineamenti sofferenti, e ho smesso subito di guardare.
Ma i capelli no.
I capelli erano sempre quelli, sempre folti, ribelli, spessi.
Me li sarei voluti portare via, e abbandonare il resto al suo triste destino, poi mi sono limitato a girarmi e ad andarmene.

Quello che mi rende più triste, oggi, è la consapevolezza che le persone normali pian piano scompaiono dalla memoria collettiva.
Oggi siamo in pochi a ricordarla: noi, i figli; mio padre.
I suoi fratelli non ci sono più, forse i nipoti.
La memoria delle persone comuni dopo quindici anni è ormai irrimediabilmente svanita, e forse è giusto così, non saprei dirlo.
Di mia madre però io ho davanti tutti i giorni gli occhi che lei ha passato a me e io a mia figlia, che non ha conosciuto.
Occhi belli ed espressivi, occhi di velluto.
Il segno che tutto sommato non siamo esistiti invano.

Renata