La stazione di Bologna

Questa è una storia vera.
E no, non finisce bene.

Avere 17 anni nel 1980 era profondamente diverso che averli oggi.
Non c’erano i cellulari, per dirne una, e i genitori non potevano sapere dove fossero i loro figli, né chiamarli quando lo desiderassero.
Però questo conferiva agli adolescenti più indipendenza, maturità.
Forse però non è cambiato affatto il modo in cui si formano legami, amicizie, affetti, che magari durano un mese, il tempo di una vacanza, talvolta anche meno.
Il diciassettenne della nostra storia fece amicizia con un ragazzo di Milano, mentre era in vacanza a Rimini.
Un tipo un po’ pieno di sé, un bulletto, poco intelligente, molto diverso da lui; però per un po’ legarono, a tal punto che il ragazzo di Milano, quando fu il momento di tornare a casa, lo invitò a stare da lui un paio di giorni.
Milano, per un ragazzo di Roma, era un po’ un oggetto misterioso.
Ne aveva sentito parlare generalmente male, ovviamente da chi non la conosceva affatto, e aveva spesso incrociato nelle sue vacanze romagnole ragazzi milanesi che – altrettanto scioccamente – lo trattavano con una certa superiorità e disprezzo.
Erano gli anni di “Io vi odio a voi romani”, e dei prodromi di un “Roma ladrona” che tanto successo avrebbe avuto negli anni a seguire.
E forse, a ripensarci, quell’invito non fu fatto poi con tanta convinzione, ma tant’è: il diciassettenne romano accettò, e in una calda giornata di agosto prese il treno da Rimini per andare a Milano.
Il treno non era certo uno di quei comodi e mai puntuali salotti che viaggiano ora sui binari nostrani.
Era un intercity di seconda classe, l’aria condizionata non c’era, gli scompartimenti pieni di gente sudata, e il viaggio sarebbe stata un odissea.
Il treno faceva una sosta a Bologna.
Forse all’epoca tutti i treni in Emilia facevano sosta a Bologna, chissà.
Bologna la conosceva, c’era già stato. In fin dei conti era vicina a Rimini, luogo delle sue vacanze estive, ma quando il treno si fermò, scese comunque per sgranchirsi le gambe e curiosare.
Aveva dieci minuti di tempo, forse qualcosa di più.
Era mattina presto.
Scese dal treno in mezzo a gente che fumava selvaggiamente.
Prese una copia de “l’Unità” ad un’edicola, e arrivò fino al piazzale della stazione.
Ad agosto, soprattutto nel fine settimana, le stazioni principali sono caotiche, piene di gente, il caldo appiccicoso: pensò di tornare subito indietro all’ombra, e diede un’occhiata di sfuggita all’orologio mentre rientrava.
Le 10.20.
Mentre tornava indietro, passò per la sala d’attesa.
Decine di persone accaldate con le valigie che sembravano dover scoppiare attendevano le coincidenze; oppure aspettavano l’arrivo di qualcuno che doveva tornare a casa.
Il ragazzo salì di nuovo sul treno, uno dei primi binari.
Caldo.
Silenzio.
Un silenzio irreale.
Si guardò intorno, e per un brevissimo momento il tempo sembrò fermarsi.
Le persone gli sembravano immobili.
Nessun suono arrivava alle sue orecchie.
Poi, improvviso, con uno stridio, il treno si rimise in marcia verso Milano.
E il ragazzo si sedette di nuovo nello scompartimento puzzolente.
Era il 1 agosto 1980.
Il giorno dopo, l’inferno.

Come è ovvio, il ragazzo del racconto sono io.
Ci sono andato vicino.
A volte la vita è fatta di bivi, svolte, scorciatoie, e non sai mai quando hai imboccato quella giusta.
Per 85 persone non è andata così, e nonostante le sentenze, è ancora una ferita apertissima.

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