Le grandi guide di Rolandfan

Il Giappone in tempo reale.
Parte prima.

Se siete come me (programmare qualcosa vi urta, studiare una guida prima di salire su un aereo lo ritenete una perdita di tempo, a chiedere informazioni a chi c’è già stato vi sembra di fare la figura del fesso e così via) è facile che partirete per un paese distante e alieno come il Giappone senza sapere gran che di quello che vi aspetta.
Poi finalmente, quando manca poco all’atterraggio, consultate freneticamente la Lonely Planet in cerca di qualche suggerimento, e tutto quello che leggete vi spaventa.
Il panico monta e quando finalmente atterrate siete terrorizzati da quello che vi aspetta.
E’ per quelli come voi, cioè come me, che ho deciso di buttare giù qualche indicazione su cosa fare o non fare, o insomma cosa aspettarvi, così potrete volendo anche risparmiare i soldi di una guida, e magari anche quelli del Maalox.
Ecco quindi la guida del Giappone in tempo reale, cioè scritta QUI.
Non c’è un piano editoriale, quindi beccatevi quello che viene.
Ma sono sicuro che sarà ben più utile della lista di dieci luoghi da non perdere (oggi ne ho perso uno), o dei dieci ristoranti migliori di Tokyo (appartengono tutti alla catena “McDonald’s), e poi è scritta nel mio famoso stile pomposo e pretenzioso, vale tutti i soldi che costa (niente, appunto).
Buona lettura.

La cosa che vi diranno tutti, e che troverete su tutte le guide è che i giapponesi non parlano inglese.
Per questo motivo molti passano le settimane precedenti al viaggio a imparare almeno un minimo di frasi per sopravvivere.
Fatica inutile.
Prima di tutto le indicazioni scritte sono incomprensibili, e se anche voi aveste imparato che “arigato” vuol dire “grazie” quando lo vedeste scritto per voi la differenza tra “grazie” e vaffanculo” sarebbe impossibile da capire.
Se invece proverete a sparare una delle frasi faticosamente imparate a memoria ad un indigeno egli non capirà una mazza (la pronuncia è antiintuitiva, non parliamo degli accenti e della modulazione dei toni), ma soprattutto vi risponderà in klingon (per voi tra giapponese e klingon non c’è alcuna differenza) e quindi sarete nei guai.
La buona notizia è che i giapponesi l’inglese lo parlano. Eccome. In alcuni casi anche con una certa destrezza. E comunque uno che sappia almeno dire “destra, sinistra, su, giù, toilette, fermo o sparo” in inglese lo trovate sempre.
In moltissimi casi le scritte sono bilingue (giapponese e klingon) ma qualche volta c’è anche l’inglese, quindi fatevi un favore, imparate un po’ di inglese che è utile in Giappone ma soprattutto a Londra.

Altro mito da sfatare: quando si arriva a Tokyo se non si è programmato tutto in anticipo non ci si riesce a districare.
Per essere chiari: non avevo prenotato niente, né cambiato i soldi, comprato un biglietto, una guida, niente di niente.
Però sono arrivato in aeroporto, e in dieci minuti ho preso a noleggio un router wifi, comprato i biglietti del Narita Express, cambiato gli euro ad un tasso TRENTA per cento più vantaggioso che a Fiumicino e mi è anche avanzato tempo per andare al bagno.
Il Giappone è efficiente, soprattutto con i turisti. Sapevatelo.

La metro di Tokyo invece è un bagno di sangue.
Intanto ce ne sono di fatto TRE, altamente incompatibili tra di loro: la JR Yamanote (circolare), poi due gruppi di linee di due società diverse.
Per complicare le cose, le scritte sono per lo più in giapponese, e comunque se avete in mente la mappa della metro di Londra scordatevela: anche quando sono in inglese non si capisce niente.
I collegamenti tra le stazioni sono in YEN. Sì esatto, le scritte indicano quanto devi pagare da una stazione all’altra ma capire DOVE sta una stazione e COME arrivarci è un’opera di ingegneria linguistica che mette a dura prova.
Inoltre a tutt’oggi non siamo riusciti a convincere le ticket machine a prendere la carta di credito.
Insomma, la metro è una bella avventura, alla fine si riesce a svangarla ma ci vuole tempo e pazienza, quindi siete avvisati.

La cosa che impressiona di più del Giappone è la pulizia. Lo so che l’avete letto da tutte le parti, ma vi assicuro che vederlo, soprattutto per un italiano, è uno shock.
In Giappone nessuno fuma per strada (proibito), nessuno mangia o beve (probabilmente possibile ma non lo fanno), non ci sono rifiuti per strada di nessun tipo, anzi: non ci sono neanche i cestini della spazzatura.
Molte persone girano con una mascherina sul viso, per paura di contagio di non so cosa, ma comunque il punto è: non capisco come facciano i giapponesi quando vengono in Italia a non vomitare ad ogni passo.
Certo, loro per noi sono un po’ fissati, ma noi siamo probabilmente più vicini all’uomo di Neanderthal, per loro.

I giapponesi sorridono sempre. Sempre. Non ne ho visto uno incazzato, almeno apparentemente. Probabilmente quando si incazzano ti decapitano direttamente, ma per fortuna succede raramente.
Sono un popolo gentile, educato, pieno di buona volontà nel fornire indicazioni per lo più sbagliate (l’inglese non lo sanno tutti COSI’ bene), e sempre sorridente se sorridi anche tu.
Inoltre godono tutti di ottima salute alla schiena. Quello, oppure fanno delle inalazioni quotidiane di Voltaren perché dopo aver cercato di rispondere agli inchini due o tre volte mi si è bloccata una vertebra.
L’educazione con i giapponesi è una faccenda per giovani, gli anziani come me devono risparmiarsela.

Simpatica l’usanza di porgere e prendere tutto con due mani: scontrini, carte di credito, buste dei negozi, etc. Dopo un po’ anche voi comincerete a farlo, perché è un’usanza veramente bella, significa che in quel momento l’attenzione e il rispetto sono tutte per la persona che si ha di fronte.
Peccato che gli italiani in mano hanno sempre cellulare, macchina fotografica, lonely planet, un cornetto, mille yen, il golfino che fa caldo, e la busta con i regali, quindi ogni volta ti cade qualcosa e bestemmi.
Per fortuna che i giapponesi non capiscono le nostre bestemmie, quindi se riuscite a rimanere sorridenti potrebbero pensare ad uno strano rituale in cui quando vi viene porto qualosa voi buttate altro a terra in segno di apprezzamento.
Solo una volta uno ha tentato di ripetere: “Porco…” e ho capito che è il caso di liberare le mani quando si paga alla cassa.

Sul cibo giapponese ho già detto in altro luogo.
C’è chi lo adora. Beato lui.
Per me il cibo giapponese è da evitare come la peste.Trattasi per lo più di roba venuta dal mare e morta pochi secondi prima di esservi servita senza essere passata per alcun tipo di alterazione chimica (leggasi: cottura).
Ah sì, poi ci sono delle cose fritte che mi fanno rimpiangere la pastella di mamma, e degli intrugli brodosi con dentro oggetti di vario genere che per riconoscerli ci vuole il RIS di Parma.
Per fortuna trovate di tutto. Ecco, per me tutto, qualsiasi tutto, è meglio del sushi.

Altro mito senza costrutto, così chiudiamo il trittico: il Giappone è caro.
Ora, non ho provato a comprare un appartamento, quindi sul real estate non sono preparato.
Ma gli alberghi costano come a Roma o Milano, da mangiare costa meno, la metro costa meno, il treno dall’aeroporto un po’ di più ma poco, non parliamo di gadget, regali, elettronica.
Il volo per Tokyo costava meno di quello per San Francisco.
Insomma, non è come andare in Grecia, ma il Giappone è abbordabilissimo. Se poi invece di prendere un quattro stelle vi accontentate di un b&b, magari tradizionale, è una vacanza che si può fare con una certa tranquillità.

La quantità spaventosa di giapponesi che lavorano mi mette paura. In ogni negozio ci sono almeno tre o quattro volte più commessi di quanti ce ne sono in analogo esercizio italiano.
Non è raro vedere per ogni cassa DUE cassieri.
Per strada è pieno di poliziotti, vigili, volontari che ti dicono dove andare e cosa fare.
Idem nella metro.
Pure da McDonald’s ti accompagnano con un inchino.
Come risultato, l’efficienza è massima, tutto funziona perfettamente e se non funziona viene aggiustato.
Ad esempio l’altro giorno al check-in una dei CINQUE impiegati al PRIMO check-in (sono due) dell’albergo mi ha chiesto cortesemente di tornare dopo le 14.
Abbiamo lascito i bagagli, fatto un giro, pranzato e dopo le due siamo tornati.
Mi rimetto in fila ma prima ancora di arrivare al desk una gentilissima signorina mi fa cenno di andare ad un altro desk, molto più lontano.
Allora mi giro e vado, e mi rimetto in fila di nuovo.
Dopo un po’ un’altra signorina di corsa viene a chiamarmi e mi riporta al primo desk con motivazioni incomprensibili (parlava solo klingoniano); mentre passo vedo la signorina di prima, quella che mi aveva spedito al desk in fondo a marte inchinarsi praticamente fino a terra per scusarsi dell’errore.
Ecco, pare che quella signorina sia finita nel menù di sushi di uno dei ristoranti della zona.
Poi dice perché non mangio il sushi.

I giapponesi sono piccoli, molto più piccoli di me.
Questa loro caratteristica mi sta un po’ antipatica, perché vuol dire che NIENTE è a misura mia.
In particolare i bagni.
In albergo c’è una vasca più piccola del bidet di casa mia, e quando sto in piedi per fare la doccia a parte che il telefono della doccia mi spinge sulla cervicale, ma sbatto anche al soffitto.
Senza contare che se voglio sedermi sul water devo mettere una gamba nella vasca e una nella stanza da letto, il che rende la cosa poco divertente per gli altri…
E comunque non è tanto la loro statura a starmi antipatica: è il fatto che sono tutti dotati di una capigliatura folta e nera, oppure folta e grigia, oppure folta e bianca, ma insomma limortacciloro so’ pieni de capelli.
Per rappreseglia ho buttato una gomma americana per terra e ci ho incollato una lattina de coca.
Così s’imparano.

Food

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